Dove potrebbe (e dovrebbe) andare l’Europa

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04/07/2018 Attilio De Alberi 957

Le scorse settimane ci hanno offerto un’immagine non certo incoraggiante per ciò che riguarda lo stato dell’Unione Europea. Il cosiddetto “problema dell’immigrazione” ha portato alla luce divisioni in realtà mai assopite, ma che si sono acuite anche grazie alla spinta sovranista e xenofobica presente ed aggressiva non solo nel gruppo di Visegrad, ma anche in paesi come l’Italia e l’Austria.

Tutto questo in parallelo con le solite problematiche di natura economica che vengono comunque tuttora affrontate con la filosofia dell’austerity, proprio quella che poi portato molti cittadini a seguire gli incantatori di serpenti nazionalisti e xenofobi, laddove i migranti si sono trasformati in capri espiatori dell’insoddisfazione sociale.

Al tempo stesso, da oltre Atlantico continua la guerra dei dazi lanciata dal presidente USA Donald Trump uno dei maggiori rappresentanti del sovranismo. E bisogna dire che, almeno in questo, l’Europa è riuscita a mostrare, almeno per ora, un minimo di unità.

diem25-Lorenzo_Marsili

Discute con YOUng di tutto questo Lorenzo Marsili, rappresentante di DIEM25 (Democracy in Europe Movement), il movimento creato con l’ex-ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis, che si proporrà con forza in ogni paese dell’Unione nella corsa elettorale per il Parlamento Europeo del 2019. Marsili è anche co-autore, insieme a Varoufakis di “Il terzo spazio. Oltre establishment e populismo” (Laterza, 2017).

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L’INTERVISTA:

Che tipo di Europa sembra uscire dall’incontro del Consiglio Europeo della settimana scorsa?

Ne esce la certificazione che l’asse sovranista non può che rappresentare un orizzonte di miseria tanto per i migranti che per i cittadini europei e italiani.

Perché?

Perché la politica del muro contro muro e dei veti incrociati non potrà che portare ad una politica migratoria incoerente, ingiusta, ma anche inefficace.

Quindi quali sono le prospettive?

O mettiamo in campo un’ambiziosa politica europea per la migrazione e l’accoglienza, o dobbiamo aspettarci un futuro con meno diritti e minore libertà di movimento tanto per i migranti che per gli italiani stessi.

Dal Trattato di Dublino non ci si schioda, mi pare.

La migliore riforma del Trattato di Dublino l’ha portata avanti il Parlamento Europeo pochi mesi fa con una risoluzione ambiziosa che parla di una redistribuzione costante dei migranti nei paesi europei e il superamento della logica del paese di primo ingresso. Però, invece di usare questa proposta votata in maggioranza dall’unico organo democraticamente eletto nella UE, il governo italiano preferisce andare alla sfida da OK Corral in un clima di continua campagna elettorale.

Cosa servirebbe ora?

Un po’ di coerenza, un po’ di ambizione politica seria. Il punto di partenza dovrebbe essere appunto la risoluzione del Parlamento Europeo, con il quale il governo italiano dovrebbe fare sponda, invece che con il governo ungherese.

A proposito di governo ungherese si è fatto notare che dal recente incontro del Consiglio Europeo è uscito vincitore proprio il Gruppo di Visegrad.

Assolutamente, perché il paradosso è questo: la sponda tra sovranisti in Europa finisce per danneggiare apertamente un paese di frontiera, che si affaccia sul Mediterraneo come l’Italia. Quindi l’errore che sta facendo l’Italia è scambiare una campagna elettorale gridata sulla pelle dei migranti, un atteggiamento da bulletto di quartiere, per gli interessi nazionali italiani. La politica di Salvini di “prima gli italiani”, in realtà dovrebbe chiamarsi “prima gli ungheresi”.

Nel recente incontro a Pontida Salvini ha addirittura lanciato l’idea di una lega sovranista a livello europeo. Commenti?

Matteo Salvini vuole costruire un sistema di alleanze, prendere il controllo dell’Europa e farla saltare dall’interno. È triste ma è così: mentre la sinistra si fascia la testa sull’impossibilità di cambiare l’Europa, l’estrema destra porta avanti un progetto di cambiamento ambizioso. Non possiamo permetterci che gli ultimi visionari siano i mostri dell’estrema destra europea.

Quindi questa crisi dell’immigrazione dobbiamo tenercela ancora per un bel po’ di tempo.

Questa non è una crisi dell’immigrazione, ma una crisi dell’Unione Europea. Il flusso migratorio è un fenomeno destinato a rimanere per i prossimi 20-30 anni, e che va gestito a livello di accoglienza, ma anche a livello di riduzione del flusso stesso. Se non si fa, è perché l’Europa inter-governativa è da buttare.

Come ridurre il flusso? Non certo condannando i migranti ai numerosi centri di detenzione, praticamente dei lager, presenti in Libia.

Attraverso politiche d’investimento in Africa, attraverso una diversa regolamentazione degli scambi commerciali europei in questo continente e della politica delle nostre multinazionali, che, per esempio, attraverso il land grabbing tolgono la terra ai contadini africani, che poi si riversano sulle nostre coste. E poi anche attraverso la riapertura di canali legali per l’arrivo in Europa di migranti attraverso visti per la ricerca di lavoro in tutto il territorio di Schengen. Quindi, ripeto, la vera crisi è quella dell’Unione Europea: la politica di stato contro stato ci sta portando alla disintegrazione, e non ci aiuta ad affrontare le grandi sfide attuali, dal fenomeno migratorio, all’evasione fiscale delle grandi multinazionali. Quindi, o l’Europa si democratizza sul serio o rischia di andare a gambe all’aria.

Però, almeno nel contesto della guerra dei dazi lanciata da “The Donald” l’Europa sembra mostrare un fronte comune.

Al momento sì, e ci mancherebbe altro: immaginiamo se il più grande mercato del mondo venisse difeso in solitario dalla Francia o dall’Italia o da altri paesi. Verremmo tutti schiacciati e trattati come colonie. Dopo di che, questa unità europea sui dazi è tutta da dimostrare.

In che senso?

A breve gli USA andranno a mettere nel mirino l’esportazione di auto, e quindi a toccare, principalmente, gli interessi tedeschi. Se di fronte a questo verrà confermato un fronte unico è un conto, ma se invece si faranno i soliti giochini, per cui magari l’Italia si sfila per fare un dispetto alla Merkel, ci potrebbe essere una guerra commerciale, a scapito degli stessi interessi italiani, visto che siamo un grande esportatore netto verso gli USA. E’ tutto da vedere: spero che almeno su questo l’Europa mantenga la barra dritta, ma temo che con la classe politica più incapace e criminale dal dopoguerra potrebbe non succedere.

Qualche commento sull’uscita di Di Maio a favore dei dazi?

Credo che non sia utile commentare le esternazioni di Di Maio, perché cambiano da mattina a sera, quindi vediamo cosa questo nuovo governo andrà a fare e sentiamo magari persone più serie di Di Maio nel campo della politica commerciale, che peraltro non è competenza del ministero che dirige. Specificatamente, per ciò che riguarda i dazi, applicarli sarebbe un suicidio per l’Italia, secondo o terzo esportatore in Europa verso gli USA ed il danno per le nostre imprese sarebbe notevole se ci fosse una guerra commerciale. Ci sarebbe però un discorso alternativo.

Quale?

Dobbiamo trovare delle maniere per rendere più giusti per i nostri lavoratori, e per i lavoratori di tutto il mondo, i trattati commerciali, e quindi andare a mettere delle condizionalità sul rispetto dei diritti dei lavoratori, sul rispetto dei diritti sindacali, sul rispetto degli standard ambientali minimi. Quindi se altri paesi del mondo vogliono commerciare con noi dovrebbero rispettare questi diritti, altrimenti l’Europa potrebbe mettere dei dazi, che chiamerei piuttosto protezionismo solidale. Ma questo è tutta un’altra cosa rispetto a quello che dice Di Maio e a quello che vuol fare Donald Trump.

Intanto continua a imperare nella UE una politica di austerity.

La causa della crisi di oggi è proprio il frutto di dieci anni di politiche economiche nefaste, che hanno portato paesi come l’Italia ad avvitarsi in una spirale di stagnazione e povertà. Parliamo tanto di migranti, ma alla base c’è l’architettura disfunzionale dell’eurozona. Quindi è chiaro che se non riusciamo a riformare l’attuale sistema dell’eurozona, soprattutto per quanto riguarda la necessità di investimenti pubblici europei per la riconversione industriale e rimettere al lavoro un continente creando l’economia e la produzione del domani, questo avvitamento di miseria porterà ad un sempre maggiore scollamento dall’Unione Europea, ed anche qui andiamo verso un orizzonte di disintegrazione.

A cosa e a chi si può imputare questo sfaldamento economico-sociale?

All’establishment di governo e soprattutto ad Angela Merkel per la non gestione della crisi economica negli ultimi 10 anni. E’ ovvio che o si cambia o si muore.

Si sta già avviando il lavoro di DIEM25 in prospettiva delle elezioni europee dell’anno prossimo?

Assolutamente sì. È già presente sul nostro sito quella che chiamiamo la versione Beta del nostro programma politico che vorremmo portare in tutto il continente europeo (info). È una versione elaborata nel corso degli ultimi mesi, è comprensiva, include politiche sociali, ambientali e una regolamentazione dello strapotere dei big dell’internet. Soprattutto, sono quasi tutte riforme attuabili già domani a Trattati vigenti. Pensiamo che i trattati attuali siano i nemici dell’Europa che abbiamo in mente, ma questo non vuol dire che non possiamo attuare politiche di cambiamento già da ora.

Come diffonderete questo programma?

Nei prossimi mesi lo metteremo in discussione attraverso un grande percorso assembleare in tutto il continente, con una serie di incontri, ed anche online con una piattaforma di partecipazione. Poi ad ottobre si giungerà ad un grande voto grazie al quale i cittadini potranno esprimere la propria opinione sui vari punti del programma, in modo da avere entro fine anno un programma unico per tutta l’Europa, definito e costruito anche grazie alla partecipazione dei cittadini. Su questa base DIEM25 si candiderà anche in Italia nel maggio 2019.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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