La drammatica situazione in Myanmar

Aprile 6, 2021
Attilio De Alberi
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La situazione in Myanmar, Paese una volta noto come Birmania, continua ad essere drammatica. All’inizio di febbraio l’esercito ha messo in atto un colpo di stato, poche ore prima che i membri del Parlamento appena eletti si riunissero.

Le forze armate avevano sostenuto l’opposizione che chiedeva nuove elezioni affermando che c’era stata una forma di frode nel processo elettorale, anche se la commissione elettorale aveva dichiarato che non vi erano prove.

Aung San Suu Kyi, eletta come Primo Ministro, è stata arrestata. Attualmente si trova in una dimora sconosciuta e deve affrontare diverse accuse: violazione dei segreti ufficiali del Paese, possesso di un walkie-talkie illegale e pubblicazione di informazioni foriere di allarme e paura. Non va dimenticato, tra le altre cose, che Suu Kyi aveva vinto il premio Nobel per la pace nel 1991 mentre si trovava agli arresti domiciliari. In realtà Suu Kyi si è da anni battuta per stabilire una vera democrazia nel Myanmar.

Intanto i membri del parlamento che sono riusciti ad evitare l’arresto hanno formato un nuovo gruppo e si sono nascosti. Il loro leader ha incoraggiato i protestatori contro il colpo di stato a difendersi contro la soppressione militare.

Il comandante in capo dell’esercito Min Haung Hlaing ha preso il potere. Da molto tempo ha esercitato una significativa influenza politica mantenendo il potere dei militari, anche se il paese si stava muovendo verso la democrazia. Questo personaggio ha ricevuto una condanna a livello internazionale e sanzioni per il ruolo svolto negli attacchi militari alle minoranze etniche, tra le quali i ben noti Rohingya di religione islamica, molti dei quali sono fuggiti nel vicino Bangladesh.

Nei suoi primi commenti pubblici dopo il colpo di stato il Generale Hlaing ha cercato di giustificare la sua presa del potere, dichiarando che i militari sono dalla parte del popolo e che avrebbe creato una “vera e disciplinata democrazia”. Ha anche dichiarato che si terranno “libere e giuste” elezioni una volta che lo stato di emergenza imposto alla nazione sarà terminato.

La reazione dei cittadini al colpo di stato è stata regolare fin dall’inizio di febbraio con una serie di dimostrazioni in strada. I dimostranti includono avvocati, studenti, impiegati bancari ed impiegati governativi. I militari hanno imposto tutta una serie di restrizioni alle manifestazioni popolari, includendo coprifuoco e limitazioni ai raduni popolari. Hanno poi usato cannoni ad acqua, pallottole di gomma e munizioni vere e proprie. L’aspetto più drammatico è che fino ad oggi 557 persone sono state uccise dai militari, tra le quali più di 40 bambini.

Inoltre parte della popolazione residente nella parte orientale del paese ha cercato di emigrare in Tailandia, ma è stata bloccata alla frontiera dalle forze militari tailandesi.

Numerosi paesi hanno condannato la presa di potere da parte dei militari e le conseguenti repressioni. Il Segretario di Stato americano Anthony Blinken ha accusato le forze di sicurezza per aver imposto un “regno del terrore”. Non solo gli USA, ma anche il Regno Unito e l’Unione Europea hanno risposto al colpo di stato con una serie di sanzioni nei confronti degli ufficiali militari. Al tempo stesso, la Cina ha deciso di bloccare una dichiarazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che condannava il colpo di stato, ma ultimamente ha sostenuto le richieste di liberare la signora Suu Kyi e di ritornare a delle norme democratiche, anche se prima si era opposta ad un intervento internazionale nel Myanmar.

A questo punto è da vedere fino a quando questo regime militare terroristico continuerà a persistere nel paese.

[foto copertina: HuffingtonPost]

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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