I sette ingredienti principali del vero amore

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18/06/2019 Attilio De Alberi

Il mondo, seconda una certa prospettiva, si può descrivere come malato per un motivo sorprendentemente semplice: non capiamo l’amore, anche se, superficialmente, ci sentiamo convinti di capirlo. Senz’altro parliamo dell’amore, ma in generale ci riferiamo ad un’estasi vertiginosa che dura qualche mese e che si focalizza sulla bellezza, sull’intelligenza, sulla forza di qualcuno. In realtà, l’amore, quello vero, contiene altri elementi che vale la pena approfondire.

Secondo The School of Life, il centro inglese di studi sulla filosofia e sulla psicologia, è necessario un approfondimento sistematico sul vero significato dell’amore.

Tanto per cominciare, non dobbiamo dimenticare che la discussione più convincente sull’amore, nell’Occidente, è stata portata avanti da Gesù, ma che si è poi rivelata sfortunata, vista la facilità con cui le persone razionali hanno confuso il superare una fede super-naturale con una certa trascuratezza nei confronti del soggetto dell’amore.

Per andare oltre bisogna sviluppare una nuova filosofia dell’amore, una religione secolare dell’amore. Questa dovrebbe essere annunciata nei telegiornali, insegnata ai top manager dei grandi conglomerati economici, e dire “Sto cercando d’imparare ad amare” dovrebbe diventare più importante di dire: “Sono famoso, sono in gamba”. Fondamentalmente, dobbiamo riconoscere che, pur vivendo in una cultura immersa nel romanticismo, abbiamo dei seri problemi nel capire l’amore, e che anche se ci prendiamo molte cotte ed ascoltiamo canzoni d’amore, stiamo ancora facendo, in realtà, solo dei primi passi nella comprensione del vero amore.

Ecco quindi che possono essere considerati sette ingredienti principali dell’amore.

Cominciamo con la carità. L’amore significa, soprattutto, benevolenza e gentilezza verso ciò che appare come fallito, disgraziato, sgradevole, rotto, arrabbiato e disgustoso nelle altre persone ed in noi stessi. In questo senso, l’amore non è ammirazione per la forza, ma significa piuttosto dirigere la propria simpatia in una direzione inaspettata verso ciò che è confuso, pasticciato, perduto e a pezzi e che, tendenzialmente, potremmo odiare, risentire e che potrebbe anche spaventarci. Chiunque può esprimere un interesse nella perfezione, ma amare significa dedicare una forma di carità attiva verso errori ed aberrazioni. Un giorno o l’altro tutti noi avremo bisogno della carità altrui. Potremmo essere in ginocchio ed avremo allora bisogno di persone che guardano oltre i nostri ovvii fallimenti, in una tenera ricerca dei nostri meriti interiori.

Altro ingrediente è l’immaginazione. Amare con immaginazione vuol dire guardare sotto la superficie –laddove possono essere evidenti rabbia, cinismo, fragilità o trasgressione – e farsi un’immagine della sofferenza e del dolore che hanno portato ad una situazione o ad un comportamento del genere. Amare con immaginazione significa trovare le vere ragioni che causano certi comportamenti. L’amore immaginativo è cosciente del fatto che tutti, in qualche parte di noi stessi, siamo disperati, e quindi cerca questa tale disperazione e la tratta con addolorata gentilezza.

Il terzo ingrediente è la gentilezza. Tutti sappiamo che ci sono molti che combattono per la giustizia sociale, che sono determinati a creare un mondo migliore. Questi denunciano i loro nemici e si sentono sicuri delle proprie cause, ma nel loro percorso umano possono anche dimenticarsi di essere gentili. Nella loro denuncia dei mali perpetrati da altri c’è poca misericordia, umiltà, tenerezza o grazia. L’idea è che non basta avere ragione ed essere dei giusti: essere gentili significa esser consci che tutti, anche i peccatori, anzi i peccatori in particolare, meritano una qualche forma di simpatia e di pietà. Il fatto che qualcuno ha torto non vuol dire che dobbiamo smettere di mostrare comunque una certa gentilezza.

Viene poi l’elemento del perdono. Perdonare significa sapere che tutti noi, a modo nostro, siamo colpevoli come quelli che ci circondano. Considerando questo fatto sarebbe meglio avere una certa tolleranza reciproca. Possiamo esserci comportati in maniera avventata e poco ammirevole, ma questo non è un buon motivo per trattenere l’amore. Impariamo a perdonare quando smettiamo di fare i moralisti, in altre parole quando siamo in grado di afferrare i lati più oscuri del nostro cuore.

Altro ingrediente molto importante è la lealtà. Amare significa essere leali nei confronti delle persone – ed anche nei confronti di noi stessi – anche se la “folla” che ci circonda non potrebbe essere d’accordo. Questa può tranquillamente continuare a schernire qualcuno (o noi stessi), ma noi possiamo tuttavia continuare a mostrare nei suoi confronti (e nei nostri confronti) la stessa immutabile lealtà e fede, con fermezza e risolutezza.

Viene poi, naturalmente, la generosità. L’amore, idealmente, dovrebbe straripare. Non implica amare solo una persona, ma può includere l’amore che possiamo provare per una persona che abbiamo appena incontrato, verso degli estranei in un altro angolo del globo, verso la Terra, verso i fiori, verso i pipistrelli, o insetti vari.

L’ultimo ingrediente della serie è la pazienza. Di solito tendiamo ad esigere che gli altri soddisfino le nostre speranze subito. Ma il vero amore significa, in realtà, dare tempo alle altre persone di maturare e di svilupparsi. Questo implica la comprensione del fatto che ognuno cresce con un suo particolare ritmo nello sforzo di migliorare sé stesso.

Per concludere, se riusciamo a credere con tutto il nostro cuore a tutti, o perlomeno ad alcuni, degli elementi sopra citati, non avrà importanza per chi votiamo o quale è la nostra causa, ma senz’altro troveremo un grande aiuto in noi stessi e negli altri, e, ovviamente, saremo anche in grado di offrirlo. Chiaramente tutto questo ha ben poco a che fare con il romanticismo di cui siamo tuttora imbevuti. Basta cominciare a capire ed applicare il valore di questi ingredienti per iniziare il lungo viaggio che ci porterà ad essere veramente e profondamente umani.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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