L’importanza di lasciar perdere certe persone

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06/11/2019 Attilio De Alberi

Per motivi comprensibili e molto nobili siamo giunti ad associare maturità e gentilezza con la capacità di non lasciar perdere certe persone. I nostri eroi e le nostre eroine mantengono un certo livello di fede verso quelli che amano. Non gettano la spugna quando si presentano dei problemi, e quindi affrontano le eventuali difficoltà e frizioni che emergono. Fuggire viene visto come una forma di slealtà. In altre parole, molte cose sono dispensabili, ma non le persone.

Ma secondo The School of Life, il centro britannico di studi filosofici e psicologici, questa larga e generosa verità può rappresentare un pericolo: quello di perdere di vista un importante ammonimento, ossia quello secondo il quale sanità e maturità possono richiedere la sottile capacità di lasciar perdere certe persone, senza necessariamente offrire sempre loro il beneficio del dubbio. Avere la capacità, inoltre, di non continuare a perdonarle un’altra volta, immaginando regolarmente le cose carine che potevano intendere, al di sotto delle cose poco gentili che hanno in realtà detto o fatto.

Dobbiamo essere in grado di disperarci rispetto a qualcuno, considerandolo come il prezzo da pagare per mantenere una certa fede in noi stessi.

A questo punto bisogna fare un passo indietro analizzando in qualche modo la nostra infanzia. Infatti, è proprio nelle vite dei bambini che vediamo l’incapacità di lasciar perdere qualcuno che conosciamo nella sua forma più cruda e spiacevole.

Proprio a causa della loro natura, i bambini non possono lasciar perdere quelli chiamati ad occuparsi di loro quando costoro si dimostrano crudeli e deludenti. Proprio i bambini sono esemplari nell’impulso di continuare a relazionarsi con una persona che offre loro amore, anche quando tale amore è accompagnato dai più oscuri ed i meno sani elementi.

Anche quando afflitto da forme di trascuratezza emotiva, di freddezza, di ruvidità, d’inaffidabilità rispetto alle promesse di migliorare, se non peggio, il bambino la pensa così: “Forse questa persona cambierà”, ponendo così una fede incondizionata nella possibilità della persona di evolvere nella direzione desiderata.

Pur mancando delle serie prove esterne, il bambino immagina che chi si occupa di lui sarà in grado di capire i propri  errori, di ripensare le proprie posizioni e di vedere finalmente la luce. Attraverso una forma quasi magica di pensiero, il bambino rimane saldamente attaccato all’idea che l’adulto si trovi sulla soglia di una trasformazione e che quindi possa diventare la persona di cui ha così tanto bisogno.

Il ragionamento potrebbe essere il seguente: “Forse il comportamento esterno è cattivo, ma interiormente questa persona è buona“. In altre parole, secondo il bambino, indipendentemente dal comportamento esteriore, l’adulto è fondamentalmente ed interiormente dolce, tenero e decente, e quindi è pronto a difenderlo ad oltranza.

E sempre nel bambino può nascere il dubbio che il problema non sia l’adulto, ma se stesso, cioè che il “cattivo” è proprio lui stesso, e che quindi, al di là della cattiveria dal quale può essere circondato, la colpa è sua, e che quindi se lui potesse essere diverso, l’adulto non sarebbe poi così difficile. Quindi, a questo punto, il pensiero da evitare è che l’adulto possa essere squallido e mediocre. Alla fin fine, secondo questo tipo di ragionamento, è quasi meglio considerare se stesso un mostro o un disgraziato che considerarsi come uno finito nelle mani di un genitore che non merita rispetto.

Dopo tutto i bambini non hanno scelta: non possono fuggire, ricominciare da capo, o dire che ne hanno abbastanza. Non avendo situazioni alternative, è come se si trovassero in una specie di prigione, e le cose devono rimanere così.

La cosa più spaventosa è che ciascuna di queste posizioni ha un suo equivalente quando il bambino è ormai diventato a sua volta un adulto. In certe relazioni che non ci soddisfano, noi adulti possiamo avere la stessa attitudine di un bambino sfortunato – probabilmente il bambino che eravamo – nel giustificare certe situazioni, magari dando colpa a noi stessi, definendo innocenti gli altri e dichiarandoci impossibilitati a fare una mossa.

Ed è proprio a questo punto che magari dobbiamo imparare ad essere un po’ meno leali. Dobbiamo capire che certe persone non sono in grado di cambiare, e che, al di là di ciò che dicono o promettono, non sono in grado di attuare alcuna evoluzione. Dobbiamo capire – anche se questo può sorprenderci – che certe persone non sono totalmente buone, mentre noi stessi non rappresentiamo necessariamente il problema in questione. Dobbiamo imparare a dare la colpa a qualcun altro ed arrabbiarci con lui o lei, e quindi non solo prendercela con noi stessi.

Questo è il momento in cui dobbiamo lasciar perdere certe persone. Questo non deve esser visto come un segno di codardia o di debolezza di carattere, ma è piuttosto il segno che abbiamo finalmente imparato ad amare noi stessi ed a porre i nostri bisogni al centro delle nostre considerazioni.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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