Intimità e vicinanza

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04/10/2019 Attilio De Alberi

Uno dei frequenti e dolorosi paradossi della vita romantica è che più giungiamo a conoscere ed amare qualcuno, più può essere difficile avere un sincero desiderio di dormire con questa persona. Intimità e vicinanza, lungi dall’incoraggiare più profondi desideri sessuali, possono essere proprio gli ingredienti che distruggono l’eccitazione, mentre l’aver incontrato recentemente una persona ed il non sentire troppo per questa può creare imbarazzanti eppure stringenti precondizioni per volere fortemente portarla a letto.

Questo tipo di paradosso è colloquialmente chiamato il “complesso della Madonna-puttana”. Espresso in questa maniera questo può suonare offensivo e reazionario, come se il problema si riferisse ad un solo genere, e, ad un certo livello, potrebbe condonare o anche promuovere proprio quella dinamica sopra descritta.

Eppure, secondo The School of Life, il centro inglese di studi psicologici e filosofici, la frase indica qualcosa altamente significativa, sempre contemporanea e rilevante per ogni genere (per le donne eterosessuali può essere noto come il “complesso del santo bruto”).

Fu Sigmund Freud il primo a richiamare l’attenzione alle nostre difficoltà nel connettere l’amore con il desiderio in un saggio uscito nel 1912 ed intitolato “Sulla tendenza universale alla degradazione nella sfera dell’amore”.

Su molti dei suoi pazienti Freud scrisse: “Laddove amano, non hanno desiderio, e laddove desiderano non possono amare”. Nel tentativo di spiegare tale divisione, Freud indicò due fatti connessi con la nostra educazione. Il primo si riferisce alla situazione per cui, durante la nostra infanzia, siamo generalmente allevati da persone che amiamo profondamente, ma verso le quali non possiamo esprimere sentimenti sessuali, spaventati come siamo dal  severo tabù dell’incesto. Il secondo fatto è che da adulti, tendiamo a scegliere amanti che in una certa possente maniera (sebbene inconscia) assomigliano a quelli che abbiamo amato molto caramente da bambini.

Messe insieme, queste influenze tendono a creare un diabolico paradosso per cui più profondamente amiamo qualcuno al di fuori della nostra famiglia, più fortemente ci ricordiamo dell’intimità dei nostri originali legami familiari, e quindi ci sentiamo istintivamente liberi di esprimere i nostri desideri sessuali senza paure o riserve.

Un tabù dell’incesto originalmente designato per limitare i pericoli genetici dell’endogamia può quindi riuscire ad inibire ed alla fin fine rovinare le nostre chance di godere un rapporto sessuale con qualcuno al quale non siamo remotamente connessi.

La possibilità che il tabù dell’incesto riaffiori con un partner aumenta fortemente dopo l’arrivo dei figli. Fino a quel momento, i ricordi dei prototipi genitoriali sui quali la nostra scelta di amanti è subconsciamente basata può essere in qualche maniera tenuta sotto controllo. Ma una volta che c’è una carrozzina nel corridoio ed un dolce infante che chiama la persona che una volta abbiamo avvicinato a noi e che abbiamo esplorato come giocattolo sessuale “mamma” o “papà”, entrambi i partner potrebbero significativamente cominciare a spaventarci, e potremmo cominciare a lamentarci, a sentirci stanchi e pronti ad andare a letto presto.

Nasce quindi una dicotomia tra le cose “pure” uno può fare con il proprio partner che ama e le cose “sporche” che uno tuttora desidera fare, ma che può solo immaginare di essere abbastanza libero di fare con uno sconosciuto. Può quindi apparire insostenibilmente irrispettoso voler fare l’amore con la persona che più tardi si metterà a preparare merendine o ad organizzare l’andare a scuola del proprio figlio.

Per superare tale problema, vale la pena osservare che non tutte le infanzie sono uguali nella loro tendenza a generare difficoltà sessuali con gli altri più tardi nella vita.

Un genitore che si sente molto a disagio col proprio corpo può inviare messaggi sotto copertura secondo i quali il sesso è invariabilmente sporco, cattivo e pericoloso, e quindi dà al proprio figlio l’impressione che non può veramente far parte di una relazione amorosa.

Un genitore più integrato e maturo, d’altro canto, può suggerire che è riconciliato coi propri desideri e rilassato sulle cose proto-sessuali che i bambini piccoli possono, naturalmente e innocentemente, fare, come, per esempio, produrre molto rumore e pasticci, interessarsi al proprio corpo e – ad una certa età – parlare molto delle proprie escrezioni. La sensazione che uno può essere dispettoso, ma ancora amato e “buono” è uno dei grandi doni che un genitore può lasciare in eredità al loro figlio.

Un sacco del lavoro necessario per riparare la dicotomia sesso/amore può, stranamente per qualcosa di così fisico, essere fatto nella mente. Possiamo concettualmente cominciare a riabilitare il sesso come un soggetto serio ed interamente rispettabile un cui le persone buone che amano i propri figli ed il loro lavoro e che investono in una vita virtuosa possono essere profondamente interessate. Possono capire che non c’è bisogno di avere un conflitto tra il desiderio di essere sporchi e depravati in certe situazioni, e decorosi in altre.

Esistono in noi moltitudini: il noi che vuole frustare o essere corrotto o sporcare ed il noi che vuole consigliare, nutrire e consigliare. Uno può essere Madonna e puttana, un bruto ed un santo. Invece di cercare diversi partner, possiamo sistemarci, in maniera meno perturbante, nella mera adozione di ruoli differenti.

Un bambino non può esprimere amore e sessualità verso un genitore, e viceversa. Però è uno dei privilegi dell’età adulta il non dover essere ostacolati da un tale paradigma. I nostri amanti hanno bisogno di essere non solo co-genitori accoglienti e responsabili dolci amici, ma possono essere, per un certo periodo di tempo – nel senso più trasgressivo del termine – anche qualcosa che è enormemente importante per il nostro benessere mentale e per la sopravvivenza della nostra relazione: partner nel crimine.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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