La crisi italiana nel contesto del capitalismo odierno

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10/06/2018 Attilio De Alberi 1027

Al di là della salita e della discesa dello spread e degli indici borsistici, legata alla fiducia che l’Italia ispira sui mercati, esistono problemi strutturali nel nostro paese che hanno origini storiche e che non possono essere risolti in breve termine.

Naturalmente, in sede di campagna elettorale, che in Italia sembra andare avanti anche quando si è ottenuto un governo più o meno stabile, si fanno molte promesse, che poi spesso non vengono mantenute, o che magari vengono mantenute solo in parte, soprattutto quando poi si “scopre” che non ci sono i soldi per attuarle concretamente.

Esempi tipici sono la Flat Tax ed il reddito di cittadinanza, i due cavalli di battaglia rispettivamente della Lega e del M5S, i quali, pur avendo l’Italia ora un governo gialloverde, sono al centro del dibattito politico-economico, e che non si capisce bene se, come e quando potranno diventare una realtà.

Discute con YOUng del “problema Italia” Giuseppe Berta, docente di Storia dell’Economia presso la Bocconi di Milano. Secondo Berta, il cambiamento dell’Italia va collocato in quello mondiale: “Dal ’45 ad oggi mai gli USA si erano meno curati degli interessi dei loro alleati storici. Analogamente, mai l’Italia dal dopoguerra ad oggi si era curata così tanto della propria posizione a livello internazionale. L’idea di ‘America First’ può avere conseguenze drammatiche su scala mondiale per gli USA, ma diventano paradossali quando si traducono in ‘Italy first’.” Mettendosi a ridacchiare spiega: “Perché, purtroppo, siamo un vaso di coccio tra vasi di ferro.

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L’INTERVISTA:

Fino a che punto l’importanza dei mercati è legata al fatto che il capitalismo è diventato sempre più finanziario?

Come storico posso dire che in realtà non ci sono poi grandi novità da questo punto di vista. Uno dei più grandi eventi nella storia economica mondiale avvenne nel 1890, quando l’indebitamento dell’Argentina rischiò di far saltare le convertibilità aurea della sterlina, che era allora la moneta dominante.

Cosa accadde esattamente?

Le grandi banche di affari inglesi, che si erano molto esposte con l’Argentina, non erano in grado di recuperare i loro capitali. Questo implicava che la Banca d’Inghilterra rischiava di esserne pregiudicata e con essa la convertibilità, e, di conseguenza, l’intero sistema finanziario internazionale.

Quindi cosa ci dice questo specifico episodio?

Che la storia del capitalismo è questa: pensare che sia tutto nuovo, che ci siano state chissà quali trasformazioni, dipende, secondo me, da un’errata percezione della realtà.

A proposito di storia che si ripete, fino a che punto la crisi finanziaria del 2008-9 è simile a quella del 1929?

Non sono affatto la stessa cosa. La crisi del ’29 dipendeva semplicemente dal surriscaldamento della crescita americana. Il periodo che va dal 1921 al 1929, ed in particolare a partire dal 1927, vide un’accelerazione del mercato USA in seguito alla comparsa di nuovi prodotti: la diffusione delle automobili, delle radio e delle nuove tecniche pubblicitarie, la telefonia, le prime linee aeree private. Questo diede luogo ad un aumento degli investimenti ed a un’esposizione da parte delle banche. Si creò un divario per cui, quando, contro ogni previsione, la borsa cadde si verificò un panico e la corsa ai risparmi che fece cadere le banche. Le banche USA si erano anche molto esposte all’estero, a cominciare dalla Germania, e dovettero richiamare i capitali. Quindi il contagio della crisi si trasmise ovunque.

E la crisi del 2008-9?

Questa crisi, con avvisaglie già nel 2007, è stata generata dalla grande generalizzazione della disponibilità a investimenti, pur non essendoci una garanzia ed una copertura. Questo ha portato ad un effetto a catena gravido di conseguenze che non sono poi state affrontate nella loro radicalità e complessità.

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In che senso?

Ci sarebbe voluta, a mio avviso, una regolazione ancora più forte che è stata in parte introdotta, ma che poi Trump ha deciso di smantellare.

Tutto il recente teatro della salita dello spread fino a che punto è legato al nostro ingente debito?

E’ più legato, in primo luogo, alla nostra instabilità politica che al nostro debito. L’Italia è un paese che si trova ad un bivio, ed il resto del mondo lo percepisce.

Quale bivio?

Mettiamola così: dalla fine della II Guerra Mondiale in avanti che cos’ha fatto l’Italia se non rincorrere i paesi più avanzati rispetto alla sua economia? Oggi invece è venuto meno questa modalità di avvicinamento ai paesi più avanzati nell’area europea, ed anzi li sentiamo come concorrenti ostili. Da qui l’ipotesi, molto presente nel nostro nuovo governo, di dare luogo ad una miscela italiana nuova, senza badare alle compatibilità fissate con i partner internazionali. Questo si vede nel campo delle pensioni, del reddito di cittadinanza e dell’alleggerimento fiscale.

Quindi c’è un messaggio in tutto questo?

Sì, ed è: badiamo prima a casa nostra, non stiamo più a misurarci e a confrontarci col resto dell’Europa. E’ una svolta a U.

Non è un po’ “schizofrenico” proporre contemporaneamente un reddito di cittadinanza ed una Flat Tax?

No, nella misura in cui non si parte dalle priorità economiche, ma dai bisogni degli italiani. Gli italiani cosa vogliono? Andare in pensione, avere un reddito garantito e pagare meno tasse. E’ da vedere poi come rendere compatibili tutte queste cose.

Al tempo stesso mancano però delle misure neo-keynesiane di investimento da parte dello stato.

Questo governo ha in mente tutt’altro: manca in primo luogo un disegno d’investimento per rilanciare il paese. Mi ha molto colpito un video FB di Di Maio, il neo-ministro dello Sviluppo Economico, in cui reiterava l’idea del reddito di cittadinanza. Ma un progetto del genere non ha nulla a che fare con lo sviluppo economico. Come dicevo, l’accento batte su misure di compensazione sociale, invece che su misure di sviluppo che potranno creare nuovi posti di lavoro. Nel cosiddetto contratto di governo c’è il silenzio sull’industria e, in generale, sulle architravi della nostra economia.

Se non c’è una visione minimamente keynesiana, si può parlare allora di una visione di fondo neo-liberale?

Direi piuttosto che non ci sono modelli precisi, se non quello di cui parlavo: l’idea di soddisfare i bisogni essenziali degli italiani.

Questo conferma forse l’idea che ci troviamo di fronte ad un governo in qualche modo a trazione populista, nel senso che cerca di dare al popolo quello che vuole pur di conquistare e mantenere il potere?

Sì, anche se credo che ci sia un certo numero di persone che pensano questo possa funzionare, e non escludo a priori che possa funzionare davvero. Mi viene da pensare all’Argentina ed al peronismo, con tutti i suoi default seguiti da una ripartenza. Sto parlando di un modello d’instabilità permanente ed istituzionalizzata, accompagnata però da un fondamentale ristagno, come se si vivesse in un limbo.

C’è poi il problema del debito dell’Italia: qualche minimo progresso è stato fatto, ma si parla del pericolo di finire come la Grecia.

Il pericolo c’è sempre ed aggiungerei che non si può pretendere che l’Europa ci aiuti nell’attuare il nuovo programma di governo, a cominciare dal reddito di cittadinanza. Questo sentirsi indipendenti dai vincoli europei potrebbe rivelarsi pericoloso, e si potrebbe cadere in un default italiano/europeo. C’è una tentazione in Germania di creare una specie di euro-marco, o, magari, di dire semplicemente: noi ce ne usciamo dall’euro e voi fate un po’ come volete.

Sta parlando di un potenziale processo di disgregazione europeo?

C’è ormai una tangibile tensione sul continente, e non è detto che queste nuove politiche italiane non accelerino propria una disgregazione che mi sembra già abbastanza in atto.

A questa problematica si aggiunge ora la guerra dei dazi scatenata da Trump.

Certo e se dovesse essere applicata anche alle automobili sarebbe un disastro per l’Italia: sto pensando, per esempio, allo stabilimento di Melfi che esporta centinaia di migliaia di veicoli negli USA.

Che dire della posizione di Varoufakis con il suo DIEM25, che suggerisce di rimanere nella UE e nell’area euro, ma di riformarli in senso più democratico?

Certo, una visione evidentemente corretta, ma non vedo segnali da questo punto di vista. Quello di Maastricht era un accordo molto complesso, che, oltre alla moneta unica, presupponeva anche la creazione di un esercito europeo, di un fisco europeo: tutte cose che non si sono fatte, e che, coi chiari di luna a cui assistiamo oggi sul continente, pare non si faranno mai. La creazione di una moneta unica, non accompagnata da altri elementi qualificanti, ha portato ad una situazione di attrito che non può essere sostenuta.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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