Capitalismo e democrazia: la visione di Varoufakis

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14/11/2019 Attilio De Alberi

In una recente intervista Yanis Varoufakis, economista marxista, ex Ministro delle Finanze nella prima fase del governo Tsipras, e creatore di DIEM25 (Democracy in Europe Movement 25) ha esposto chiaramente la sua visione del capitalismo odierno in rapporto con la democrazia occidentale.

Varoufakis ha innanzitutto spiegato cosa lo ha spinto ad entrare in politica, lasciando temporaneamente la sua attività di accademico nel campo dell’economia e della finanza: fondamentalmente l’implosione del “cattivo” capitalismo finanziario nei primi anni del 21mo secolo, caratterizzato da tutta una serie di evidenti squilibri, che poi portarono alla nota crisi del 2008.

In seguito, l’accettazione da parte del governo Tsipras delle clausole di austerità imposte dalla Troika lo portarono all’attivismo politico ed alla creazione di DIEM25, il movimento la cui finalità è una riforma radicale del sistema Europa su basi di maggiore democrazia ed uguaglianza sociale. In questo momento, il ramo greco del suo movimento conta nove rappresentanti nel parlamento di Atene e può contare su un grande numero di attivisti sparsi sull’intero continente.

Secondo la sua descrizione, il cosiddetto neoliberalismo in realtà non contiene nulla di nuovo e non è in realtà liberale in rapporto con i valori della democrazia. Il ragionamento è questo: non vi è nulla di “neoliberale” nel salvataggio delle banche finanziato tramite la tassazione che incide sul reddito dei cittadini. Varoufakis fa notare che durante l’apice del neoliberalismo sotto il governo della Thatcher nel Regno Unito, lo stato britannico divenne sì più forte, ma anche più autoritario, causando una distribuzione della ricchezza a favore dei più ricchi.

Varoufakis fa poi un passo indietro ed analizza la cosiddetta Età D’Oro del capitalismo subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, durante il quale il New Deal introdotto da Franklin Delano Roosevelt negli USA venne poi diffuso nell’Occidente grazie al sistema di Bretton Woods. Questo periodo viene descritto come una forma di “capitalismo illuminato”, pur senza socialismo. Le conseguenze di questa fase furono una riduzione delle inuguaglianze, un basso livello della disoccupazione ed un’inflazione a livelli assai bassi.

Ma col tempo il sistema Bretton Woods si rivelò insostenibile: mentre gli USA dovette affrontare una serie di deficit commerciali con Europa, Giappone e più tardi con la Cina, Wall Street, libera da limiti e regolazioni, attrasse la maggior parte dei suoi profitti dal resto del mondo.

Così le istituzioni finanziarie fuori controllo cominciarono a creare denaro privato attraverso derivati e strumenti opachi d’investimento che contribuirono alla grande crisi finanziaria del 2008, che fu un po’ una ripetizione del noto crash del 1929. A pagarne il prezzo negli Stati Uniti ed in Europa furono i contribuenti, ossia i normali cittadini.

Alla fin fine, secondo Varoufakis, esiste una chiara tensione tra capitalismo e democrazia. Più specificatamente, tale tensione si rivela nel semplice fatto che nel sistema capitalista il denaro determina il potere. L’evoluzione del capitalismo nei secoli scorsi ha visto il costante trasferimento del potere verso i ricchi, e ciò include il potere di prendere delle decisioni che influenzano la distribuzione del reddito.

In pratica, col passare del tempo il potere è stato ridistribuito dalla sfera politica a quella economica. Fino all’inizio del 18mo secolo non esisteva una differenza tra queste due sfere, nel senso che la ricchezza era appannaggio della nobiltà al potere. Con l’avvento del capitalismo il potere è passato nelle mani delle classi imprenditoriali. Quella che viene chiamata democrazia non è vera democrazia a causa della crescente influenza del potere economico. Se da un lato il diritto di voto è stato esteso a tutte le classi sociali, alle donne ed ai negri, al tempo stesso un processo parallelo di democratizzazione non è avvenuto nella sfera economica, laddove il potere è divenuto meno inclusivo e sempre più concentrato nelle mani di pochi.

Dagli anni 1870 fino agli anni 1920 la democrazia ha perso gradualmente potere, a favore del potere corporativo. Poi, dalla fine del sistema Bretton Woods, negli anni 1970, il potere è passato alla finanza. Per questo motivo Goldman Sachs è diventato improvvisamente più importante della Ford della General Motors o della General Electric. Al tempo stesso corporazioni come Apple e Google stanno diventando sempre più legate al potere finanziario. Per esempio, la Apple siede su centinaia di miliardi di dollari e opera più come un finanziere che come produttore di iPhone.

Secondo questa pericolosa dinamica, afferma Varoufakis, quando noi votiamo, un atto che dovrebbe celebrare la democrazia, in realtà partecipiamo ad una sfera che è divenuta totalmente priva di potere. Il capitalismo sembra dedicato a sconfiggere la democrazia, anche se il mantello democratico continua a legittimare il prevalente sistema.

Coerentemente con il programma di DIEM25, dovremmo puntare su qualcosa più vicino ad un’Europa federata e democratica rispetto a quello che abbiamo in questo momento. Ed è questo il vero antidoto contro la crescita dei vari nazionalismi, della xenofobia e del neo-fascismo. Secondo Varoufakis, se entro 10 anni non avremo un’Unione Europea federata e veramente democratica, questi mostri potrebbero prevalere.

Per ottenere ciò, secondo Varoufakis, bisogna avviare una seria discussione con tutti i cittadini sulla crisi che l’Europa sta attraversando. Molti non vogliono più sentir parlare del futuro dell’Europa. Nelle menti e nei cuori di molti europei quella che appariva come una visione molto attraente di un’Europa unificata, è diventata come qualcosa di tossico. Secondo loro l’Unione Europea democratica è diventata sinonimo di una visione anti-umanista ed anche totalitaria. Da qui la necessità di costruire una nuova visione genuinamente democratica per contrapporsi a questo tipo di pensiero.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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