Piketty: critica dell’odierno capitalismo

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18/10/2019 Attilio De Alberi

Thomas Piketty, l’economista francese noto per le sue dettagliate analisi sulle disuguaglianze presenti nel sistema capitalista ha appena pubblicato un nuovo volume intitolato “Capitalisme et idéologie”, non ancora tradotto in italiano. Il suo precedente libro “Capitale nel XXI secolo” è diventato presto una specie di Bibbia per movimenti come Occupy Wall Street ed ha influenzato il Labour Party guidato da Jeremy Corbin. Nel suo nuovo volume Piketty si muove su un terreno non esattamente suo: l’analisi delle ideologie e della storia economica.

In “Capitalisme et idéologie” l’autore cita come conclusione il fatto che “La disuguaglianza non è economica o tecnologica: è ideologica e politica”, dopo esser partito, nella sua analisi, dall’antichità per giungere ai giorni nostri.

Secondo Piketty “Il mercato e la concorrenza, profitti e salari, capitale e debito, lavoratori qualificati e non qualificati, lavoratori locali e stranieri, i paradisi fiscali e la competitività non esistono in quanto tali. Queste sono costruzioni sociali e storiche, che dipendono interamente dal sistema giuridico, fiscale, educativo e politico prescelto e dalle categorie (di pensiero) che decidiamo di adottare”.

Da quando la società umana ha smesso di essere costituita da soli cacciatori ed agricoltori, essa “deve giustificare le sue disuguaglianze: bisogna trovarne le ragioni, altrimenti l’intero edificio politico e sociale rischia di crollare”. Da qui nascono tutta una serie di ideologie – con le loro contraddizioni – volte a legittimare l’esistente disuguaglianza descrivendo come naturali le regole economiche, sociali e politiche che caratterizzano la struttura esistente.

Secondo Piketty, nella società attuale la narrazione dominante è quella “meritocratica”. L’autore descrive così l’ideologia neoliberista: “La disuguaglianza moderna è giusta, perché deriva da un processo liberamente accettato dove ognuno ha pari opportunità di accesso al mercato e alla proprietà, e dove tutti beneficiano spontaneamente dell’accumulazione dei più ricchi, che sono anche i più intraprendenti, i più meritevoli e i più utili alla società”.

Tale visione, secondo lui, si trova all’estremo opposto dei meccanismi di diseguaglianza tipici delle società premoderne, basate su rigide, arbitrarie e spesso dispotiche differenze di status. Secondo l’economista francese c’è un problema: “questa grande narrazione proprietaria e meritocratica, che ha avuto la sua prima ora di gloria nell’Ottocento, dopo il crollo delle società dell’Ancien Régime, e una riformulazione radicale di ambizioni mondiali dopo la caduta del comunismo sovietico e il trionfo dell’ipercapitalismo, appare oggi sempre più fragile”.

“Capital et idéologie” analizza in prospettiva storica il problema della distribuzione della ricchezza in svariate società a livello mondiale, e giunge quindi a due conclusioni. Da un lato la disuguaglianza è assai aumentata ultimamente grazie alle scelte politiche dei governi. Dall’altro lato, salvo interventi correttivi, essa è destinata ad aumentare. Così scrive Piketty: “C’è ovunque un abisso tra i proclami ufficiali ‘meritocratici’ e la realtà che le classi svantaggiate devono affrontare in termini di accesso all’istruzione e alla ricchezza. Il discorso meritocratico e imprenditoriale appare molto spesso un modo conveniente per chi trae vantaggi dal funzionamento dell’attuale sistema economico per giustificare qualsiasi livello di disuguaglianza, senza nemmeno doverlo esaminare, e per stigmatizzare i perdenti per la loro mancanza di meriti, virtù e diligenza”.

Tale critica del neoliberalismo non né nuova, ma l’autore fornisce una grande quantità impressionante di dati volti a confermarla.

Inoltre Piketty ci mette in guardia dal pericolo dei regimi autoritari: “Se l’attuale sistema economico non si trasforma profondamente per renderlo meno disuguale, più equo e più sostenibile, sia tra i paesi che al loro interno, allora il populismo xenofobo e i suoi possibili futuri successi elettorali potrebbero ben presto avviare il movimento per distruggere la globalizzazione ipercapitalista e digitale degli anni 1990-2020”.

L’esistente pericolo di movimenti autoritari e xenofobi in paesi come gli Stati Uniti, l’Ungheria, il Brasile e la stessa Italia pone come urgente come affrontare radicalmente il problema della disuguaglianza. Da aggiungere questo: se non lo farà la sinistra lo faranno i nuovi leader demagogici al potere.

Piketty introduce a questo punto un’interessante analisi relativa ai partiti dei lavoratori (comunisti, socialdemocratici e laburisti), che, secondo lui, a partire dal 1990, sono divenuti “i partiti dei laureati e dei diplomati”. Secondo lui nei paesi europei e negli Stati Uniti “la somiglianza delle traiettorie del voto invita allo scetticismo sulle ipotesi che si tratti di fenomeni strettamente nazionali”. Al contrario, occorre analizzare su scala globale “le ragioni che hanno portato una parte crescente dei gruppi sociali svantaggiati a sentirsi scarsamente rappresentati (o addirittura abbandonati) dalla sinistra che si presenta alle elezioni”.

L’autore insiste su un fatto: esistono ragioni materiali precedenti la crisi del 2008 che possono spiegare l’allontanamento delle sezioni più povere della popolazione dalla sinistra: le politiche fiscali e scolastiche in primo luogo. Ad esempio, la riduzione delle tasse sugli alti redditi si è tradotta in un aumento delle tasse indirette. Queste colpiscono i consumatori, e quindi penalizzano la parte economicamente più debole della popolazione.

Secondo Piketty per evitare il pericolo di regimi autoritari “la conoscenza e la storia rimangono le nostre migliori risorse”. L’autore auspica quindi un “nuovo socialismo partecipativo per il XXI secolo”. Comunque, nel complesso il suo atteggiamento rimane piuttosto ottimista. Le disuguaglianze hanno caratterizzato l’intera storia umana, ma esiste una differenza: “le rotture e i processi rivoluzionari e politici che hanno permesso di ridurre e trasformare le disuguaglianze del passato sono stati un grande successo, e sono all’origine delle nostre istituzioni più preziose: quelle che hanno reso possibile che l’idea di progresso umano diventasse realtà (suffragio universale, istruzione gratuita e obbligatoria, assicurazione sanitaria universale, tassazione progressiva)”.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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