Referendum anti trivelle: intervista a Francesco Masi, attivista No Triv

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15/04/2016 Attilio De Alberi

Il movimento No-Triv ha una lunga storia e nasce proprio in Basilicata, la regione che è stata più punita, soprattutto dal punto di vista ecologico, dalle trivellazioni. Con lo scandalo Guidi e con l’avvicinarsi del referendum boicottato dal governo Renzi la rabbia popolare comprensibilmente sale. Non bisogna dimenticare lo spirito combattivo di questa popolazione che oltre a dar filo da torcere ai romani, ha prodotto i più irriducibili briganti dopo l’unificazione e la prima città della Resistenza: Matera, che si ribellò addirittura il 25 settembre del 1943!

Parla di questo a Lettera43, Francesco Masi, uno dei fondatori del Coordinamento nazionale No-Triv e pasionario DOC in materia. Masi insegna Storia dell’Arte a Potenza ed inevitabilmente ha anche un’attenzione particolare per le conseguenze delle trivellazioni sulla bellezza naturale e culturale della sua regione.

“Come lucani siamo tutti, in un modo o nell’altro, profondamente legati ai nostri paesi, alle nostre campagne,” dice Masi  “Lo stravolgimento ‘anche’ visivo dei nostri paesaggi rappresenta un attacco al cuore della memoria, dove linguaggio ed appartenenza vengono minati: è insopportabile l’idea che la madre possa essere convertita in minacciosa matrigna.”

Chi ha visto a Piazzapulita di La7 la puntata in cui Valentina Petrini intervistava in diretta un mix di lucani arrabbiati a Viggiano, a poche centinaia di metri dal Cova (Centro Oli) ricorderà Masi. Era quel signore con i capelli lunghi che alla fine del reportage venne interrotto da Corrado Formigli, il conduttore della trasmissione, mentre se la prendeva con Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, società di ricerca indipendente sull’economia dell’energia e dell’ambiente.

Come e quando nasce la sua passione no-triv?

Da quando ho scoperto che il territorio del mio paese è coperto fino all’ultimo centimetro da 3 richieste di permesso. Così ho scoperto che c’era già qualcuno che con tenacia e passione provava a fare qualcosa anche lontano dal mio paese. Dopo la battaglia contro il deposito unico nazionale di scorie nucleari a Scanzano abbiamo scoperto in tanti di essere della stessa partita. Le lotte comuni in qualche modo ‘creano’ infatti una comunità. In questo percorso ho imparato alcune cose, molte probabilmente non le capirò mai. Tra queste la complicità mostrata dalla maggior parte degli amministratori locali e regionali con gli interessi dei petrolieri.

Se dovesse convincere un extraterrestre in poche parole a votare Sì al referendum di domenica 17 aprile, cosa gli direbbe?

Gli proporrei un patto: “Datti da fare per aiutarci a raggiungere il quorum, così ti facciamo spiegare a tutti come avete fatto (tanto tempo fa) a produrre energia pulita rinnovabile, ed in cambio ti porti Renzi e petrolieri su un pianeta ai confini della galassia”. Insomma, aiutaci adesso, per noi e per i nostri figli, a voltare pagina!

In particolare da certi la Basilicata viene vista un po’ come la colonia delle compagnie petrolifere. E’ d’accordo?

In questa regione le filiere dell’oil & gas, dello stoccaggio, nonché dell’importazione/trattamento/incenerimento dei rifiuti, si intrecciano come serpenti in amore. Chi sa dirci con certezza come vengono utilizzati i 480 pozzi realizzati dal 1921 ad oggi? Il patto scellerato per il raddoppio estrattivo è il vero acceleratore verso una strategia di esodo ed espropriazione. Quando escono proposte di accorpamento di Regioni, guarda caso la Basilicata viene smembrata. Il processo di svuotamento di importanti presidi istituzionali (tribunali, ospedali, Direzione Scolastica, Sovrintendenza) è una conferma di un preciso disegno politico di trasformazione in hub energetico. La stessa Università, la sanità, gran parte delle attività culturali, il contrasto alla povertà, dipendono dalle aspettative delle ricadute delle royalties, che sappiamo sempre più basse.

Dal punto di vista della salute si parla molto delle conseguenze sul territorio lucano dello sfruttamento petrolifero. Potrebbe approfondire?

L’ISDE ha pubblicato negli ultimi giorni dati molto allarmanti. Si registra un tasso di crescita esponenziale di malattie respiratorie e cardiovascolari; di cancro ai polmoni, alla vescica, alla mammella, all’apparato gastrointestinale. In soli tre anni è cresciuto del 48% il tasso di contrazione di affezioni tumorali nella fascia tra 0 e 15 anni. In aree quali la Valbasento, a Pisticci, una persona ogni 50 abitanti muore di tumore. Tutti adesso sanno, grazie alle indagini della Direzione nazionale Antimafia, che il pozzo di re-iniezione “Costa Molina 2”, sotto sequestro, potrebbe essere responsabile dell’inquinamento da idrocarburi e metalli pesanti dei 150 milioni di metri cubi di acqua potabile della diga del Pertusillo, che arriva a 3 milioni di pugliesi. Cosa ne è poi dei pozzi incidentati, dei pozzi sterili abbandonati? A Pisticci scalo l’emblema della devastazione “autorizzata” (anch’esso sotto sequestro) è Tecnoparco SpA, che da 20 anni smaltisce veleni e reflui petroliferi, ai danni del fiume Basento, delle terre ormai aree no food, della salute degli abitanti. Un vero terminale del tubo digerente del sistema di estrazione petrolifero.

I fautori del No parlano dei posti di lavoro che si andrebbero a perdere se si dovesse intralciare la trivellazione. Eppure in Basilicata c’è un tasso di povertà tre volte più grande rispetto alla media nazionale…

Ciò è confermato dai dati Istat e dall’ultimo rapporto Svimez. Il tasso di emigrazione, nonostante lo stabilimento Fiat Chrysler di S. Nicola di Melfi, resta tra i più elevati. Negli ultimi 10 anni in Val d’Agri hanno chiuso circa 1.850 (quasi il 60%) piccole aziende agricole e zootecniche, mentre su circa 1.500 addetti del settore oil & gas solo 340 sono “diretti”, in un comparto ad alta intensità tecnologica, dove l’indotto spesso si riduce alla realizzazione di impianti e di infrastrutture. Dopo la fine della V linea del gas tutti a casa. Paradossalmente, proprio la filiera estrattiva ha provocato la fuoriuscita dall’obiettivo 1 della UE, facendo perdere nel 2013 300 milioni di Euro a fronte degli allora 140 di royalties…

C’è anche l’argomentazione che investendo nelle rinnovabili in realtà si creerebbe più occupazione. Commenti?

E’ la Confindustria ad affermare che con la realizzazione di una buona politica di isolamento ed efficientamento termico dei soli impianti industriali si risparmierebbe il 7% del fabbisogno energetico nazionale. Il Coordinamento Free (lobby del rinnovabile) calcola in oltre 400.000 posti di lavoro aggiuntivi in 5 anni a fronte di una decisa ripresa degli investimenti nel settore, mentre le misure penalizzanti adottate dagli ultimi due governi hanno provocato non solo un arresto occupazionale, ma addirittura la perdita di ben 60.000 posti di lavoro!

Qualora non si raggiungesse il quorum, quale sarebbe la prossima mossa dei no-triv?

Dai territori in sofferenza sta già avanzando una proposta programmatica, che tende a capitalizzare almeno una parte dell’energia sociale e dei saperi disponibili accumulati. Si tratta di conquistare un più stabile radicamento sociale tra i produttori agricoli e tra i lavoratori del comparto automobilistico. Il modello centrale da proporre è la comunità del rinnovabile solare, in concomitanza con le attività di risanamento e bonifica.

Può riassumere la sua argomentazione contro Tabarelli che è stata in qualche modo censurata a Piazzapulita

Nulla di personale, ovviamente, contro l’ingegner Davide Tabarelli, uno studioso dotato di molteplici strumenti di analisi, ma che non mette a disposizione del bene comune, dell’opzione della Cop21 a Parigi per la decarbonizzazione, né a servizio della lettera enciclica Laudato sii di papa Francesco. Tabarelli offende i lucani non perché usa parolacce, ma perché sa bene di mentire. Perché il suo mestiere è mistificare e dare una mano ai petrolieri colonialisti a fare gli affari, a corrompere, a devastare i territori, che un domani saremo noi a dover bonificare.

 

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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