Ogni tanto si parla di questo concetto, l’urbanistica femminista, ma nessuno ha capito cosa sia (forse neanche chi la vanta), perché non se ne trovano definizioni concrete. Sembra fuffa dal nome? Ebbene, lo è. Le poche frasi non fumose che si trovano sul tema non si capisce cosa dovrebbero avere a che fare con il genere.
In un recente articolo del Sole24 ore la si definisce “una urbanistica innovativa, radicale, che considera gli spazi pubblici da un punto di vista di genere. E decostruisce il modello patriarcale trasformando le trame urbane in luoghi inclusivi e sicuri.”
Innovativa in quale senso? Radicale cosa vorrebbe dire? Dove sarebbe il modello patriarcale nell’urbanistca, e cosa vorrebbe dire decostruirlo? Una parola che va quanto mai di moda ultimamente e che, a sua volta, è talmente vaga che potrebbe voler dire qualunque cosa.
Si afferma che gli standard urbanistici si siano basati su un soggetto neutro, sì, ma che in realtà era sempre il corpo e l’identità maschili. Nella costruzione degli spazi urbani, insomma, non sono state prese in considerazione le donne, che evidentemente hanno delle necessità diverse rispetto agli uomini quando si tratta di prendere un autobus, entrare in un edificio, parcheggiare e così via.
Un esempio di proposta è quella chiamata “15-minutes-city”, che, togliendo i vari fiocchetti e supercazzole, sarebbe una città in cui i luoghi principali in cui ciascuno si reca nella propria giornata sono tutti vicini tra loro, appunto a 15 minuti, in ogni zona; non c’è quindi la zona degli uffici, poi altrove quella dei supermercati, altrove ancora la scuola dei bambini e così via. Tutto molto figo, ma cosa c’entrano le donne? Semmai questo risolverebbe problemi a tutti quanti, migliorerebbe le condizioni delle periferie, ridurrebbe la gentrificazione. E invece no, è urbanistica femminista.
Infatti anche Asvis, Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, ripensa l’urbanistica e i servizi in una prospettiva di genere. Non sarà un caso quindi che l’architetto Teresa Gualteri dica che le donne sono particolarmente capaci di guidare una transizione ecologica globale. E perché mai? Non è ovviamente ritenuto necessario dare una spiegazione, è ovvio che le donne inquinano di meno, perché non sono patriarcali e l’inquinamento è figlio del patriarcato.
Ma in Italia abbiamo già degli interventi sofisticatissimi in varie città, come ad esempio l’Atlante di genere di Bologna per una città femminista! Questo è sul sito del Comune, è quindi un documento ufficiale: un Comune italiano dichiara di dover essere femminista. Oggi questa cosa sembra quasi normale, ma non dovrebbe esserlo, perché il femminismo è una visione del mondo, un’ideologia, peraltro lontanissima dalle banali verità scientifiche, quindi non si capisce perché dovrebbe essere alla base dello sviluppo urbanistico di un capoluogo di Regione. A quanto pare questo tipo di intervento è nato a Milano grazie a un’associazione che si chiama Sex & the City, un’associazione di promozione sociale.
Si tratta di vere e proprie mappe costruite in base al genere, quindi per es. la mappa dei trasporti mostra come e dove si muovono prevalentemente gli uomini e le donne; la mappa della cura mostra le sale per allattamento, i bagni pubblici, gli spazi aperti autorizzati, e così via.
L’intero documento è una gigantesca, intollerabile supercazzola, piena di aggettivi vuoti ma accattivanti e di concetti campati in aria. Qualche esempio:
“Un approccio di genere, femminista e intersezionale nel governo della città riconosce che gli spazi e i servizi pubblici possono perpetuare o sfidare le disuguaglianze di genere, e quindi tutte le disuguaglianze.” Ma quali? Come?
“La progettazione urbana sensibile al genere implica la considerazione delle esigenze, delle percezioni e delle attitudini delle donne nello sviluppo degli spazi urbani e dei servizi. Ciò non solo mira a garantire la sicurezza, ma anche a promuovere l’accessibilità e la partecipazione attiva delle donne nella vita pubblica.” In che modo le donne sono ostacolate, a livello urbanistico, nella partecipazione alla vita pubblica? E quali sarebbero queste percezioni e attitudini?
“Un ambiente urbano che risponde alle diverse prospettive di genere diventa uno strumento cruciale per costruire una società più equa e inclusiva.” E perché? Come facciamo a crederlo, se neanche ci avete spiegato in che modo rispondete a queste prospettive di genere?
“Progettare spazi e servizi urbani in modo più consapevole rispetto al genere è un passo fondamentale verso la creazione di comunità che abbracciano la diversità, promuovono l’uguaglianza di genere e si configurano come luoghi accoglienti, sicuri e inclusivi per tutti.” Lo dobbiamo prendere per buono.
E infine: “Che i corpi delle donne, delle bambine, delle migranti, delle soggettività LGBTQIA+ possano essere soggetti di potere e non più oggetto del potere deve essere il nostro più alto obiettivo.” Quindi abbiamo dato per assodato che tutti questi corpi (cioè letteralmente tutti tranne quelli degli uomini etero – e forse bianchi, non è chiaro) sono oggetti del potere. Ah.
Poi qualcosa di concreto ogni tanto la dicono, ad esempio: “In Italia, dove il 74% del lavoro domestico e di cura non retribuito grava ancora sulle spalle delle donne, è evidente che città progettate senza considerare questa realtà perpetuano ostacoli per chi svolge tali attività”. Questa è una frase che ho sentito molto spesso, e mai una singola volta con una spiegazione o motivazione ragionevole. Perché il lavoro di cura dovrebbe comportare un’urbanistica diversa? Cioè gli uomini invece non hanno problemi di traffico, ritardi e disagi vari?
Poi si parla della paura che le donne provano di notte. Questa sarebbe sufficiente a ripensare (non è dato sapere in che modo) gli spazi urbani, senza considerare quanto è fondata la paura e senza considerare che le aggressioni e violenze in strada colpiscono prevalentemente gli uomini. A quel punto perché non parlare genericamente di sicurezza, che dovrebbe riguardare tutti i cittadini? Eh, no, perché le donne subiscono catcalling e gli uomini no, vuoi mettere il pericolo?
Del resto, la necessità di spazi come asili e parchi gioco viene collegata direttamente alle donne, giusto perché gli stereotipi li combattiamo a giorni alterni: servono più parchetti dove far giocare i bambini, perché le donne devono riposare. È folle, ma è in un documento ufficiale del Comune. Non meno folle, in effetti, del ripensare i servizi igienici pubblici, in cui deve essere primaria l’esigenza di igiene mestruale, non come una questione privata delle donne ma come materia di dominio pubblico. Cioè, non è che sia sufficiente in generale pulire i bagni pubblici e costruirne di più numerosi; no, questo lo dobbiamo fare pensando alle donne, perché hanno le mestruazioni.
È tutto così, insomma; per lo più gli interventi previsti non hanno nulla a che fare coi genitali delle persone, ma riguardano in generale i cittadini, oppure sono indirizzati ad altri gruppi civici (come per esempio i migranti), ma tutto è comunque merito del femminismo.
A Roma poi abbiamo gli Her Walks, mai una volta che si usi l’italiano, una mappa dei luoghi che rappresentano una risorsa per la vita quotidiana delle donne e le soggettività queer nel quartiere. A Gallarate, invece, sono stati mappati luoghi ed emozioni! Purtroppo però non si trovano i documenti integrali ma solo articoli di giornale sempre super fumosi, quindi non sappiamo in che modo abbiano mappato le emozioni. Un gran peccato. Ma sicuramente sarà stato usato un metodo rigorosissimo, testato e approvato scientificamente.
https://www.ilsole24ore.com/art/una-nuova-urbanistica-femminista-le-citta-donne-AI4yzaJD
https://www.comune.bologna.it/informazioni/atlante-genere-citta-femminista








