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Allevamenti intensivi: un dramma dalle molteplici sfumature
Postato il Aprile 18, 2019 Attilio De Alberi 0

Da tempo sono state sollevate molte critiche contro gli allevamenti intensivi. In questo tipo di allevamenti vengono usate grandi quantità di antibiotici, e gli animali sono nutriti con mangimi coltivati usando pesticidi e fertilizzanti chimici, che poi finiscono nell’ambiente. L’uso di fertilizzanti, erbicidi, insetticidi ed altre sostanze chimiche è causa d’inquinamento delle acque, il che può a sua volta causare danni alla salute. C’è poi da considerare l’inquinamento atmosferico legato all’emissione di ammoniaca, che, secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, proviene al 90% dall’agricoltura e che in Pianura Padana è un precursore importante per la formazione di polveri sottili (PM2,5).

Al di là delle critiche verbali, ci sono organizzazioni a livello internazionale che si muovono, attraverso una serie di campagne, per ridurre questo tipo di allevamenti e quindi il loro impatto sia su salute che sull’ambiente. Una di queste è Greenpeace, mentre l’altra è la CIWF (Compassion in World Farming – Compassione nell’Agricoltura Mondiale) che si batte principalmente contro le crudeli condizioni alle quali sono costretti migliaia di animali ammassati nelle gabbie tipiche di questo tipo di allevamenti.

Ci sarebbe anche da aggiungere la problematica legata alla morte crescente dei salmoni nei mari europei minacciati dall’inquinamento causato dalle cosiddette fish farm, ossia dagli allevamenti intensivi di pesce: da queste fuoriescono regolarmente virus, batteri e parassiti.

Discute di tutto questo con YOUng Federica Ferrario, esperta della questione allevamenti intensivi presso Greenpeace Italia, con sede a Roma.

L’INTERVISTA

Il problema principale degli allevamenti intensivi è legato all’uso di certe sostanze?

In realtà c’è il problema generale legato agli impatti complessivi degli allevamenti intensivi. Poi c’è tutta una serie di problematiche legate a fattori specifici: parliamo sia dell’inquinamento che nasce dall’abuso di sostanze veterinarie e dall’utilizzazione di fertilizzanti e pesticidi utilizzati nella coltivazione di colture destinate alla mangimistica, che dall’inquinamento che nasce dall’emissione di ammoniaca.

Quale sarebbe, idealmente, l’alternativa a questo disastro ecologico?

Se andiamo a vedere i dati che la scienza ad alta voce ci sta fornendo, ovvero che dobbiamo mantenere l’innalzamento della temperatura globale entro il 1,5°C, per evitare le più gravi conseguenze legate ai cambiamenti climatici, dovremmo andare a dimezzare la produzione ed il consumo di carne e di prodotti lattiero-caseari entro il 2050.

Qual è la connessione tra questo tipo di produzione/consumo ed i cambiamenti climatici?

Analizzando i dati sull’emissione proveniente da questo comparto ed aggiungendoli a tutti quelli legati al comparto agricolo nel suo complesso, ci rendiamo conto che senza un’inversione di rotta questi contribuiranno nella misura del 50% al riscaldamento globale nel 2015. E’ quindi imperativa un’inversione di marcia.

Qualche esempio relativo all’Italia?

Nel nostro paese l’allevamento intensivo si concentra nella Pianura Padana, dalla quale provengono regolarmente allarmi relativi alle polveri sottili. Di solito si associano questi al settore dei trasporti, ma se andiamo ad analizzare la situazione a 360° scopriamo che gli allevamenti sono la seconda voce per ciò che riguarda le fonti di questi elementi inquinanti. Si parla del 15% del totale.

Dovremmo quindi diminuire il consumo di carne?

Assolutamente sì. Basti pensare che a livello nazionale c’è un consumo annuale di circa 79 chili pro capite. Comunque a livello planetario ci sono paesi dove c’è un abuso di produzione e consumo, ed altri dove non ne esiste praticamente. Secondo i calcoli scientifici si dovrebbe arrivare ad un consumo medio mondiale di 16 chili pro capite.

Questo comprende sia la carne bovina che il pollame?

Sì, anche se la carne rossa è quella con un impatto più forte sul pianeta, anche a livello di salute. Al tempo stesso, i dati ci mostrano che gli allevamenti di suini e quelli avicoli sono in forte crescita, e quindi anche loro stanno avendo un impatto crescente a livello ambientale.

La CIWF si concentra in particolare sul modo in cui gli animali sono trattati. Che dire su questo?

Ci sono associazioni diverse che hanno missioni diverse. E’ in corso, per esempio, una petizione rivolta ai cittadini europei onde eliminare l’uso delle gabbie negli allevamenti. Ciò è comunque legato all’allevamento intensivo, laddove si costringe un gran numero di animali a convivere in uno spazio assai ristretto. Questo, tra l’altro, porta spesso gli animali a ferirsi tra di loro. C’è da aggiungere che la somministrazione di farmaci e di antibiotici è legata alla facilità con cui si vanno a diffondere malattie o patogeni in contesti del genere.

L’ideale potrebbe essere ritornare indietro nel tempo e permettere che questi animali possano muoversi liberamente nei campi.

Certamente se si passa da un allevamento intensivo ad uno estensivo, come noi suggeriamo, gli animali godrebbero di una maggiore libertà. E qui di nuovo ritorniamo alla necessità di ridurre il consumo e quindi la produzione di carni.

Ci sono chiaramente delle lobby dietro quest’intero sistema.

Certamente, perché dietro ad esso c’è quello che si può chiamare un “ministero economico”. C’è chi lavora per aumentare sempre di più la produzione, anche se il costo poi ricade sulla collettività, come abbiamo dimostrato. C’è poi da considerare il fattore deforestazione.

In che senso?

Buona parte della deforestazione avviene o per far spazio alla coltivazione di prodotti che poi diventano mangime, o per far spazio ai pascoli.

Il caso classico sarebbe l’Amazzonia.

Sì, ma c’è anche tutta una serie di zone di savana e di foresta, in Sud America senz’altro, che sono oggetto di questa problematica.

C’è qualche segnale di cambiamento, magari anche a livello politico, oppure tutta la situazione è, per ora, bloccata?

Quello che stiamo notando è che i cittadini cominciano a rendersi conto che qualcosa non va. Ovviamente è necessario un cambiamento di rotta per ciò che riguarda le politiche agricole. Alla fin fine, sono gli stessi gestori di allevamenti intensivi che sono prigionieri di un sistema malato, nel senso che i profitti sono talmente bassi che tendono ad aumentare la produzione per compensare ciò: è un circolo vizioso, insomma. E’ assurdo poi che dietro tutto ciò ci siano anche dei fondi pubblici. Ora, vista anche la maggiore consapevolezza delle persone sulla problematica degli allevamenti intensivi, bisognerebbe spingere affinché questi fondi pubblici vengano dirottati verso una transizione che porti ad una riduzione radicale di tale sistema.

Esistono paesi più virtuosi di altri da questo punto di vista?

Beh, ci sono paesi dove mangiare carne è normale, a cominciare dagli USA dove c’è un consumo altissimo di carne, il che porta anche a fenomeni di obesità e malattie collegate a questo consumo. Ci sono invece altri paesi dove il consumo della carne è assai limitato, ed altri in cui si adotta semplicemente una dieta più equilibrata. In ogni caso c’è un trend, in crescita, di persone che hanno diminuito il consumo di carne, e non solo per i motivi etici del passato, ma per motivi di salute e di consapevolezza delle conseguenze climatiche.

Cosa succede a livello europeo?

Visto che si sta discutendo la nuova PAC (Politica Agricola Comune), è necessario più che mai muoversi verso quella transizione che ho menzionato, invece di continuare a sussidiare e finanziare questo sistema che ci sta portando a sbattere la testa contro il muro. Ci vuole un cambio radicale, una transizione verso la sostenibilità. Notare che la PAC è la voce principale nel bilancio europeo: parliamo del 40% dei sussidi. Chiaramente ci sono tanti interessi dietro. C’è da sperare che dalla discussione di questa nuova PAC, che comincerà a partire dal 2021 e che durerà per 7 anni, escano alla fin fine delle scelte giuste.

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