L’autorità e i diversi modi d’interpretarla

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31/03/2019 Attilio De Alberi

Una qualche forma di autorità è presente nella società in cui viviamo, a cominciare da quella dei genitori che, inevitabilmente, si impone nei primi anni della nostra vita. Poi col tempo dobbiamo avere a che fare con altre autorità: insegnanti, datori di lavoro, la burocrazia, e, last but not least, i vari personaggi politici che, siano eletti o no da noi stessi, in qualche modo influenzano la nostra esistenza.

E’ interessante guardare al modo in cui il famoso sociologo, psicologo e filosofo americano di origine ebraico-tedesca Eric Fromm, autore, tra gli altri, del famoso volume Avere o essere? analizza l’autorità, anche perché pur risalendo l’opera a più di cinquant’anni fa è, sotto molti punti di vista, più che mai attuale.

La distinzione essenziale che porta avanti Fromm, coerentemente con le tesi espresse nel suo classico volume, è quella tra avere autorità ed essere un’autorità. A monte di questa distinzione c’è quella generale tra la modalità dell’avere e quella dell’essere, secondo la quale, nell’attuale società capitalista e consumista si tende a dare molta più importanza al possedere ed all’accumulare che al semplice essere e vivere.

Per ciò che riguarda l’autorità in particolare, è importante distinguere tra l’autorità razionale e quella irrazionale. L’autorità razionale si basa principalmente sulla competenza ed in pratica aiuta alla persona che si appoggia ad essa a crescere. L’autorità irrazionale si basa invece sul potere ed ha lo scopo di sfruttare le persone soggetta ad essa.

C’è da notare che nelle società primitive, in cui si caccia e si raccoglie cibo per la tribù, l’autorità viene esercitata dalla persona che viene generalmente riconosciuta come quella competente per svolgere tali ruoli. Tale competenza è solitamente accompagnata da qualità specifiche come esperienza, saggezza, generosità, abilità, presenza e coraggio. In questo tipo di società non esiste un’autorità permanente, anche se un’autorità emerge in caso di bisogno. Oppure ci sono varie autorità che nascono in base a bisogni particolari: guerra, pratica religiosa, mediazione di liti. Quando poi le qualità sulle quali l’autorità si basa scompaiono o s’indeboliscono, l’autorità di una certa persona in sé stessa scompare. Nel 1967 un certo J.M.R. Delgado condusse un interessante esperimento con delle scimmie e dimostrò che quando l’animale dominante perde, anche se momentaneamente, le qualità che costituiscono la propria competenza, la sua autorità cessa.

Una delle premesse cruciali dietro questo approccio è che le persone coinvolte dalla modalità dell’avere sono in realtà piuttosto insicure poiché dipendono proprio da quello che hanno: denaro, prestigio, il loro ego – ossia da qualcosa che si trova al di fuori da loro stesse.

Essere un’autorità non ha una base solo nella competenza individuale, che permette di svolgere certe funzioni sociali, ma anche nella essenza stessa di una personalità che ha ormai raggiunto un alto grado di crescita e d’integrazione. Questo tipo di persone irradiano autorità e non devono dare ordini, minacciare o corrompere. Si tratta di individui altamente sviluppati capaci di dimostrare attraverso quello che sono – e non principalmente attraverso quello che fanno o dicono – quale tipo di esseri umani sono. I grandi Maestri di Vita erano queste autorità, ed anche se ad un livello inferiore di perfezione si possono trovare a tutti i livelli educativi e nelle più diverse culture.

Con la formazione di società basate su un ordine gerarchico e più grandi e complesse di quelle primitive di cacciatori e raccoglitori di cibo, l’autorità basata sulla competenza lascia spazio a quella basata sullo status sociale. Ciò non significa che l’autorità esistente sia necessariamente incompetente, ma che la competenza non è necessariamente un elemento essenziale dell’autorità.

Questo meccanismo può valere per un’autorità monarchica, spesso basata su un elemento puramente ereditario, o per un criminale senza scrupoli che ottiene autorità attraverso la violenza fisica o verbale e la slealtà, o, come avviene frequentemente nelle moderne democrazie, per autorità elette sulla base della loro fisionomia fotogenica o sulla base del denaro che possono spendere nelle loro elezioni o delle loro abilità puramente demagogiche.

Possono tuttavia esistere dei problemi nel caso di autorità che si sono asserite grazie ad una qualche competenza. In altre parole, un leader può avere una competenza in un campo particolare, ma totale incompetenza in altri. Per esempio, un leader può essere competente nel condurre una guerra, ma incapace di guidare il proprio paese in una situazione di pace. Oppure un leader può essere onesto e coraggioso all’inizio della propria carriera, ma poi perdere le proprie qualità grazie alla seduzione del potere che ha. Oppure l’età o problemi di carattere fisico possono condurre ad un certo deterioramento.

Bisogna in ogni caso tenere a mente che è molto più facile per i membri di una piccola tribù giudicare il comportamento di un’autorità che per i milioni di cittadini delle nostre moderne società i quali conoscono i propri leader solo attraverso l’immagine creata dagli esperti di relazioni pubbliche. A questo, si potrebbe aggiungere un fenomeno che ai tempi in cui Fromm analizzò questa problematica non esisteva: l’incessante utilizzazione dei social da parte dei leader stessi per propagandare e difendere la propria posizione. Donald Trump e Matteo Salvini, tra gli altri, sono l’esempio più ovvio.

Qualsiasi possano essere le ragioni che portano ad una perdita di competenza, nelle società più grandi ed organizzate gerarchicamente è spesso in atto un processo di alienazione dell’autorità. La reale o ipotetica competenza iniziale viene sostituita da un’uniforme o da un titolo. Caso classico è quello di un re o di un dittatore che può essere stupido, feroce o malvagio, e quindi totalmente incompetente per essere un’autorità, eppure ha autorità. Nella misura in cui ha un titolo, si suppone abbia le qualità legate alla competenza.

Alla fin fine quella che si viene ad indebolire è la capacità critica dei cittadini, per cui la propaganda demagogica acceca le persone e queste si bevono la finzione dell’autorità invece che aprire gli occhi di fronte alla realtà dietro le persone in una posizione di potere.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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