La grave crisi libica: un’analisi

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09/04/2019 Attilio De Alberi

Da diversi giorni la Libia è caduta in uno stato di guerra a causa dell’offensiva scatenata dal generale Khalifa Belqasim Haftar, che da tempo controlla la parte orientale del paese, contro il Governo di Accordo Nazionale presieduto da Fayez al Sarraj e con base nella capitale Tripoli.

Gli sforzi, soprattutto a livello internazionale, per giungere ad una tregua, e quindi ad una qualche forma di accordo tra le due fazioni, non sembrano portare ancora ad una cessazione delle ostilità.

Al tempo stesso il blitz di Haftar non ha avuto quel successo ultra-rapido che lui si aspettava, anche se è riuscito, temporaneamente, a bloccare l’aeroporto internazionale di Mitiga a sud di Tripoli. Il motivo di questo rallentamento è dovuto alla forte resistenza delle milizie pagate dal debole governo centrale che comprendono la cosiddetta “forza di difesa nazionale”, ossia le milizie della città-stato di Misurata, da poco affluite nella capitale. La controffensiva del Governo di Accordo Nazionale è stata, significativamente, battezzata “Vulcano di Rabbia”.

In questo violento contesto, che ha finora già causato più di 30 vittime e lo sfollamento di quasi tremila persone, è interessante vedere la posizione degli attori internazionali.

Haftar è notoriamente supportato dall’Egitto di al-Sisi, dagli Emirati Arabi Uniti, dall’Arabia Saudita e dalla Russia. Si parla anche di un sottinteso appoggio da parte della Francia, che però ha già annunciato ufficialmente di non aver saputo nulla in anticipo dell’attacco. Difficile poi credere che l’Egitto e l’Arabia Saudita non fossero al corrente del piano di Haftar, anche perché costui era andato in visita dal re Salman a Riyadh proprio a fine marzo.

Il Cremlino, dopo aver frenato una condanna dell’attacco da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, si propone ora come interlocutore tra le due parti in campo.

Gli USA, attraverso il Segretario di Stato Mike Pompeo hanno espresso preoccupazione dichiarandosi contrari all’attacco di Haftar, ed hanno ritirato parte delle loro truppe presenti in Libia che, si è appena scoperto, ammontavano a 300 soldati.

Federica Mogherini ha dichiarato l’intenzione dei 28 paesi della UE di spingere ad una tregua, anche se di questo non se ne vede ancora un chiaro segno. Intanto il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres – che era rimasto intrappolato a Tripoli per 24 ore all’inizio dell’attacco – ha cercato di convocare al Sarraj e Haftar a Ginevra, senza tuttavia ottenere risultati.

L’Italia, notoriamente più vicina al governo di al Sarraj, ha dichiarato, attraverso il Ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, di voler lasciare aperta l’ambasciata a Tripoli, ed ha inviato l’ambasciatore Buccino a stringere la mano ad al Sarraj, smentendo apertamente le voci di un ritiro dei circa 400 italiani dell’Operazione Ippocrate nell’ospedale italiano di Misurata e di appoggio alla Guardia Costiera libica.

Discute di questa spinosa situazione con YOUng Silvia Colombo, Responsabile del Programma Mediterraneo e Medio Oriente dello IAI (Istituto di Affari Internazionali) con sede a Roma.

L’INTERVISTA

Per certi osservatori l’attacco di Haftar contro al Sarraj è stata una sorpresa, visto che pochi mesi fa nell’incontro di Palermo i due si erano stretti la mano. Ma forse una sorpresa non lo è.

Non è una sorpresa, ma stride comunque con quell’incontro in cui si era cercato, attraverso la diplomazia internazionale, di ricomporre le parti. Tuttavia sapevamo benissimo che sia prima di Palermo che dopo Palermo le divisioni sarebbero rimaste. Evidentemente si sono andate acutizzando le ostilità tra la fazione dell’ovest sotto al Sarraj e quella dell’est sotto Haftar, tanto che da mesi si è osservata una preparazione di questa escalation.

Quali sono state le avvisaglie, in questo contesto?

Haftar ha mostrato i muscoli nella parte sud del paese ed è qui avanzato con grande successo, creandosi una sorta di base tra le popolazioni meridionali, che di fatto non sono controllate dal potere centrale. Sapevamo comunque che l’obiettivo principale di Haftar era Tripoli.

L’obiettivo di Haftar è quindi quello di diventare il nuovo “boss” dell’intera Libia, una specie di nuovo Gheddafi?

Il paragone con Gheddafi lasciamolo da parte. Diciamo piuttosto che Haftar vuole porre fine al binomio est-ovest, imporre la sua forza militare, e dimostrare che, dopo questi otto anni di guerra civile, l’unica soluzione sarebbe quella di riportare ordine, pace e sicurezza, attraverso una soluzione militare di cui lui è il principale esponente, essendo al comando di questo tipo di forza, e quindi si sa che vuole imporre il proprio potere.

Però sembra esser stato un po’ troppo ottimista.

Sì, ha fatto male i suoi calcoli, visto che non sta riuscendo dove si riteneva così forte, e quindi la sua azione potrebbe avere l’effetto contrario. Però per Haftar era giunto il momento di dimostrare che o tutto o niente. Il gioco delle parti secondo il quale veniva conteggiato da qualcuno e al tempo stesso messo da parte da altri nella comunità internazionale, tra cui l’ONU, ad Haftar non andava più bene, e quindi ha voluto dimostrare di potersi prendere il paese autonomamente.

Esiste una minima possibilità, magari attraverso una mediazione delle stesse Nazioni Unite, di arrivare ad una qualche forma di accordo onde evitare un bagno di sangue, o Haftar vuole andare avanti fino in fondo?

Il problema non è solo Haftar. Il problema è che lui, fino a qualche giorno fa, sembrava veramente sul punto di avere la meglio, nel senso che la sua avanzata è stata relativamente rapida, anche perché le fazioni dell’ovest erano molto divise. Ma, paradossalmente, più questa escalation si è protratta nel tempo, e più c’è stato un ribaltamento delle parti.

In che senso?

Da una parte le fazioni dell’ovest si sono ricompattate contro Haftar, ponendo degli ostacoli maggiori alla sua riuscita, e dall’altra tutta quella forza che lui diceva di poter dispiegare non si sta manifestando. Quindi una certa debolezza da un lato ed un rafforzamento dall’altro, il che potrebbe portare ad un protrarsi di questa situazione di stallo.

Che dire sull’attacco all’aeroporto di Mitiga?

Con questo attacco l’escalation è passata ad un grado superiore. L’aeroporto, l’unico funzionante, ed importante per la gestione della crisi umanitaria, è stato bombardato, ed è quindi rimasto bloccato, ma poi riaperto. Ma il fatto importante è che è stata presa di mira un’infrastruttura critica, a dimostrazione che una penetrazione militare senza danni da parte di Haftar non sta riuscendo, nel senso che c’è stato bisogno di questa dimostrazione di forza. Il rischio è proprio una terza guerra civile a causa del protrarsi dello scontro nella zona attorno a Tripoli.

Haftar da tempo è supportato da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Russia. Al tempo stesso si dice che la Francia, nonostante certe dichiarazioni ufficiali, abbia dato il suo benestare all’attacco di Haftar…

Non si può dare una risposta netta, ma da un certo punto di vista la cosa non dovrebbe stupire, visto che c’è da tempo un appoggio francese ad Haftar, anche grazie alla presenza di una forza militare nel sud del paese. Di tutti i paesi occidentali la Francia è stata quella che ha dato più mano libera ad Haftar ed ha cercato in tutti i modi di favorirlo.

Perché la Francia è così favorevole nei confronti di Haftar?

Questo si può ricondurre proprio all’inizio del conflitto, dopo la caduta di Gheddafi, laddove la Francia ha ricoperto un ruolo cruciale, e comunque all’idea che per governare un paese così diviso come la Libia ci dovesse essere una figura forte. Esiste poi una dinamica di competizione che si è venuta instaurando con l’Italia, per cui quest’ultima dal 2014 in poi ha sostenuto la fazione dell’ovest ed il parlamento di Tripoli, mentre la Francia, probabilmente per accaparrarsi più influenza, ha scelto di sostenere la fazione dell’est nel paese. Se vogliamo, è stata una questione di opportunismo, più che di collegamento ideologico con Haftar. Non è un caso se costui si sia sentito libero di lanciare questa sua offensiva. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato anche il sostegno degli Emirati Arabi Uniti, dell’Arabia Saudita, dell’Egitto e della Russia, che gli hanno fatto capire che aveva le spalle coperte, non solo militarmente, ma dal punto di vista politico.

Perché la Russia è favorevole ad Haftar?

La Russia sta ancora prendendo le sue misure sulla Libia, però ha identificato in Haftar sicuramente il proprio interlocutore, più vicino ai propri interessi, anche per controbilanciarsi all’Occidente, per ritagliarsi un ruolo più autonomo nel paese e nel Nord Africa, in maniera simile a come ha tentato di fare, ed ha fatto con successo, in Siria. Il percorso per la Russia è ancora molto lungo, ma si sta avvicinando all’obiettivo finale. Anche qui è una questione molto pragmatica di riempire un vuoto, quello lasciato dagli USA ed anche dall’insieme della UE, e quindi la Russia ha fatto la sua scelta.

Quindi a questo punto la Conferenza di Conciliazione Nazionale che si doveva tenere a metà aprile salta…

Visto quello che sta succedendo è assai difficile che possa aver luogo entro la data prevista.

Qual è la possibilità che tutti i centri di detenzione in Libia, noti per tutte le violenze che li caratterizzano, possano venir chiusi, magari anche grazie all’intervento dell’ONU, o addirittura grazie al sopravvento di Haftar?

Sicuramente, nel breve termine, non vedo la possibilità che possa avvenire un cambiamento in positivo di questi centri. Adesso, precipitando l’intera situazione in una spirale d’instabilità, questa situazione passerà senz’altro in secondo piano. Il problema della Libia è questo: abbiamo assistito ad una serie di ondate di violenza, di guerra civile, ed il paese non è ancora riuscito a decollare su un percorso di coesione e di pacificazione. Si stava riuscendo in questi ultimi mesi – pur con grandi difficoltà – ma tutto quanto sembra sia diventato molto più fragile di quanto ci si aspettasse nel tentativo di portare a casa un risultato. E quindi la questione dei centri di detenzione, delle migrazioni, della cooperazione in questo campo rimarrà senz’altro un argomento secondario. Ed anche se Haftar dovesse sostituire al Sarraj non credo che nel breve o medio termine possa cambiare qualcosa, anzi la situazione potrebbe peggiorare, perché si avrebbe una visione ancora più “securizzata” nella gestione del potere e di questo dossier in particolare.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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