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Apartheid climatico: il drammatico rapporto tra climate change e povertà
Postato il Giugno 27, 2019 Attilio De Alberi 0

Negli ultimi anni è saltato alla ribalta dell’attenzione mondiale il problema del cambiamento climatico con tutte le sue conseguenze. Ma ora è appena entrata in ballo una nuova lettura di questa drammatica situazione grazie all’intervento alle Nazioni Unite da parte dell’esperto giurista australiano Philip G. Alston, che fa parte di un gruppo di esperti indipendenti impegnatosi in una sintesi delle ricerche finora condotta su questo delicato soggetto.

Alston è un esperto di diritti umani e di povertà estrema, e quindi non è un caso che abbia stabilito un rapporto molto preoccupante tra cambiamento climatico e le condizioni economico-sociali delle popolazioni dei Paesi più poveri. Ed è appunto stato questo a farlo uscire con un’espressione che la dice tutta su tale rapporto: “apartheid climatico”.

In pratica, la conclusione della relazione di Alston, che verrà discussa formalmente alla prossima sessione dell’Human Rights Council dell’ONU a Ginevra, è che mentre i ricchi della Terra riusciranno in qualche modo ad evitare le peggiori conseguenze dell’emergenza climatica, una grandissima parte della popolazione del pianeta rischia di perdere non solo i diritti primari alla vita, all’acqua, al cibo ed all’abitazione, ma anche conquiste di base come la democrazia ed il rispetto dei diritti civili e politici.

 

Per citare la relazione, Alston afferma che “la rabbia delle comunità colpite, la crescita delle disuguaglianze, l’aggravarsi della miseria per alcuni gruppi sociali molto probabilmente stimolerà il diffondersi di risposte nazionaliste, xenofobiche e razziste”. Secondo Alston “Il cambiamento climatico minaccia di annullare gli ultimi 50 anni di progressi nello sviluppo, nella salute globale e nella riduzione della povertà”.

 

Ecco alcuni dati di questo studio delle Nazioni Unite: l’emergenza climatica causerà la perdita della casa per 140 milioni di persone nei Paesi in via di sviluppo entro il 2050, mentre, entro il 2030, saranno in 120 milioni ad entrare in uno stato di povertà.

Se i Paesi più poveri “sono responsabili solo di una piccola frazione delle emissioni globali, il 10% dovrà sopportare il 75% dei costi provocati dalla crisi climatica”.

Si parla di “apartheid” perché, fa notare Alston, grazie alle proprie risorse finanziarie, i Paesi più ricchi “riusciranno ad operare gli aggiustamenti necessari ad affrontare temperature sempre più estreme”. Se questo è il futuro che ci attende, conclude Alston “i diritti umani non potranno reggere alla tempesta che si avvicina”.

Nel suo rapporto Alston è molto critico delle misure finora intraprese per evitare questo disastro. Da questo punto attacca non solo gli stati nazionali e le ONG, ma anche le stesse Nazioni Unite, accusandoli di essere “palesemente inadeguati”. Secondo lui l’ONU “non può limitarsi a organizzare panel di esperti, produrre inutili rapporti, esortare gli altri a fare di più quando di per sé fa ben poco. Spuntare caselle non salverà l’umanità dal disastro imminente”.

In particolare Alston ha espresso sdegno per il modo in cui Donald Trump sta “silenziando attivamente” la ricerca sul climate change e per come Jair Bolsonaro, il nuovo leader destrorso del Brasile, sta svendendo l’Amazzonia alle società minerarie ed alle attività agricole. Ha invece citato esempi positivi come la battaglia per il clima portata avanti dalla giovane attivista svedese Greta Thunberg, lo sciopero mondiale degli studenti, il movimento Exctinction Rebellion e le varie cause avviate contro Stati e compagnie inquinanti.

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