Lo spinoso affaire Assange

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14/04/2019 Attilio De Alberi

Dopo aver passato quasi sette anni, praticamente come prigioniero, nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra,  Julian Assange, l’australiano fondatore di Wikileaks è stato arrestato e portato via di peso dalla polizia inglese. E’ stato riconosciuto colpevole dalla Westminstyer Magistrates’ Court della capitale inglese di aver violato i termini della cauzione nel 2012, non essendosi presentato dal giudice ed avendo invece trovato rifugio nell’ambasciata dell’Ecuador. Per tale reato rischia fino a 12 mesi di carcere. Resta da vedere se le autorità giudiziarie britanniche accoglieranno la richiesta di estradizione presentata dal Dipartimento di Giustizia USA, fermo restando che ne esiste anche un’altra da parte della Svezia per accusa di stupro.

E’ interessante notare che l’accusa specifica da parte del Dipartimento di Giustizia USA nei confronti di Assange è di aver violato la Computer Fraud and Abuse Act (CFAA), la prima legge contro gli hacker e le violazioni informatiche approvata dal Congresso statunitense nel 1986. In pratica l’accusa non è relativa alla diffusione di documenti riservati da parte di Wikileaks, e quindi di un lavoro di carattere “giornalistico”, e neanche per la presunta collaborazione con la Russia durante la campagna presidenziale del 2106, bensì al modo in cui questi documenti sono stati ottenuti. In particolare ci si focalizza sulla presunta collaborazione di Assange con l’allora soldato Bradley Manning (ora Chelsea Manning) nel processo di hackeraggio di una password che ha permesso a Wikileaks d’infiltrarsi nei sistemi governativi, sottraendo ad essi documenti. Per questa accusa, si dice, Assange rischia “solo” cinque anni di carcere.

Gli avvocati di Assange si attiveranno per evitare l’estradizione, mentre il nuovo presidente dell’Ecuador Moreno, prima di aver fatto questo bello sgambetto ad Assange, ritirandogli l’asilo politico – pur essendo Assange diventato un cittadino ecuadoregno – ha dichiarato di aver ricevuto assicurazioni da parte del Regno Unito che il fondatore di Wikileaks non può essere estradato in un paese dove viene applicata la pena di morte come gli USA. Bisogna ovviamente vedere fino a che punto Moreno sia sincero, o, come altri suoi colleghi latino-americani tenda invece ad appoggiare gli interessi del gigante nordamericano.

Comunque, al di là degli aspetti meramente legali di questo affaire, quello che conta in questi giorni è il modo in cui Assange viene visto da vari osservatori. La domanda chiave è se il 47 australiano debba essere visto solo come un volgare hacker ed imbroglione, o invece un eroe della libera informazione.

Non dobbiamo dimenticare che è stato proprio grazie al lavoro di Wikileaks che le cose sporche commesse da certi governi sono uscite allo scoperto. Basti pensare al video del 2007 che mostra un elicottero USA mentre falcia alcuni civili in Iraq.

Vale la pena di considerare la reazione all’arresto di Assange da parte dell’organizzazione Reporters Sans Frontieres (RSF, Reporter Senza Frontiere), la quale chiede al governo britannico di mantenere una priorità sui principi di libertà di espressione e sulla protezione del ruolo del giornalismo, includendo le sue fonti. Secondo RSF il trattamento di Assange deve essere coerente non solo con la legge britannica, ma anche con le obbligazioni del Regno Unito nel campo dei diritti umani internazionali. In pratica, secondo RSF, soddisfare le richieste USA di estradizione significherebbe sanzionare le sue attività giornalistiche. Infatti non dimentichiamo che Assange non si definisce un hacker, bensì un giornalista.

Al di là delle reazioni nel nostro Bel Paese, che vedono un M5S pronto ad accogliere Assange, in contrapposizione con il “Capitano” Salvini piuttosto gelido a riguardo, nel Regno Unito si è fatta avanti in Parlamento Diane Abbott, membro di riguardo del governo ombra Labour di Jeremy Corbyn.
La Abbott, tra l’altro di origine giamaicana, ha dichiarato:
Vogliamo sottolineare che la ragione per la quale parliamo di Julian Assange questo pomeriggio – siccome l’unica imputazione che potrebbe essergli mossa in questo paese riguarda la violazione dei termini della cauzione – ha interamente a che vedere con le attività di denuncia di Julian Assange e di WikiLeaks. Questo lavoro ha smascherato guerre illegali, omicidi di massa, uccisioni di civili e casi di corruzione su grande scala, e ha messo Assange nel mirino dell’amministrazione statunitense.” Abbot ha poi aggiunto: “Julian Assange non viene perseguito per proteggere la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ma perché ha esposto i crimini delle amministrazioni statunitensi e delle relative forze armate”.

Con questo suo discorso la Abbott non ha fatto altro reiterare quello che milioni di persone nel mondo pensano da anni su Julian Assange: il suo ruolo è stato cruciale nello smascherare tante nefandezze, mostrando apertamente tanti “re nella loro nudità”. Una chiara vittoria per la democrazia (come dovrebbe veramente essere).

 

Per chi vuole ridere un po’, ecco un paio di video satirici sull’arresto di Julian Assange:

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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