Un paese che preferisce il calcio all’istruzione è già morto

Agosto 6, 2016
Germano Milite
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Il 13 agosto, una data che molti insegnanti precari (specialmente se meridionali) difficilmente dimenticheranno, è alle porte. Un piccolo esercito di professori e professoresse di certo non più giovanissimi, che oramai avevano messo radici nella propria terra dopo anni di incarichi annuali rinnovati, disoccupazione e tfr, sarà costretto a scegliere: deportazione a 5-600-800 km da casa, famiglia, amici e affetti o fine della propria carriera nel mondo della scuola. Il tutto, ovviamente, per il “generoso” compenso di 1300/1400 euro al mese. Non esiste possibilità di rifiutare l’incarico e rimanere precari nella propria provincia di residenza. O ti trasferisci dove ti viene detto, o smetti semplicemente (e brutalmente) di fare l’insegnante, per sempre.

Chi è sposato ed ha figli, per fortuna, può sperare nei “punti bonus” dati al punteggio in graduatoria e/o chiedere un ricongiungimento (anche se non è detto che tali misure lo riavvicinino alla famiglia). Per tutti gli altri (un bel numero), l’alternativa è come detto un cambio di vita profondo senza mezzo bonus economico per il trasferimento oppure la perdita totale di anni di studio, di concorsi vinti, abilitazioni ottenute e di tutta l’esperienza pregressa accumulata. Si diventa di colpo dei nessuno, con molta difficoltà tra l’altro a reinserirsi nel mondo del lavoro dopo anni di impiego esclusivo nella scuola.

Tutto sarà deciso da un algoritmo, dunque, che comunicherà la città nella quale il precario sarà immesso in ruolo, vedendo annullarsi la gioia per quel posto fisso che a quanto pare non deve più esistere con l’eterna frustrazione di una nuova esistenza fatta di stanze condivise a 300 euro al mese, come ai tempi dell’Università.

IL PRIMO PARADOSSO: INSEGNANTI CHE VIVONO COME STUDENTI UNIVERSITARI

Ed ecco il primo paradosso: questa sarà la prima generazione di insegnanti costretti a vivere peggio dei propri studenti, trapiantati in età adulta a centinaia di km da dove hanno sempre vissuto, conoscendo la propria destinazione il 13 agosto e dovendo prendere servizio il 30 dello stesso mese. Il cosiddetto “corpo docente”, quindi, verrà stuprato e trattato come carne da macello da smistare prima possibile. Un’intera categoria abbandonata dai sindacati e totalmente incapace di fare fronte comune, umiliata da stipendi penosi, scatti d’anzianità bloccati da anni, condizioni di lavoro logisticamente barbare e ricatti occupazionali da terzo mondo.

Dopo i giornalisti, altra categoria che si è fatta dividere, spolpare, umiliare ed infinite sodomizzare, consegnando la già martoriata informazione nelle mani di conflitti d’interessi, oligopoli, lobby ed algoritmi facebookiani, anche gli insegnanti alla fine hanno chinato il capo e si sono dovuti sorbire, come ulteriore beffa, i consueti discorsi da beoti e schiavi felici di quelli che “ringrazia Dio: almeno tu hai un lavoro”.

Partiranno, si adegueranno, insegneranno con paghe da fame ed affetti lontani e magari si sforzeranno anche di auto-convincersi che stanno meno peggio di molti altri, proprio come vuole la retorica ultraliberista ben incarnata dalla falsa sinistra renziana e dalle sua falsa retorica sull’innovazione, che è reale regressione.

L’ISTRUZIONE AFFIDATA A PROFESSIONISTI “SPOMPATI”

I più giovani saranno dunque affidati a questo gruppo di spaesati e delocalizzati, frustrati, demotivati e stanchi ancora prima di cominciare. L’istruzione pubblica viene così ulteriormente martoriara, con la solita “falsalingua” del “merito” a tentare di rendere appetibile una torta marcia e velenosa, ripiena di iniquità plateali. E proprio partendo dalla presunta attenzione alla meritocrazia, che in realtà quasi sempre nasconde la dittatura del chi vince prende tutto, arriviamo all’amaro parallelismo con il mondo del calcio e con ciò che non solo il governo, ma la maggioranza degli italiani, sembra avere molto più a cuore dell’istruzione pubblica (e della ricerca scientifica, per dirne un’altra): la distrazione, l’intrattenimento; lo spettacolo.

IL NEOFEUDALESIMO DIETRO LA PRESUNTA “MERITOCRAZIA”

Qualche giorno fa, il centravanti dell’Inter Mauro Icardi, che ha deciso probabilmente di farsi ricordare più per i suoi patetici e cafoni schiaffi alla miseria che per i goal segnati, ha postato una foto che ritraeva una pietanza particolare: risotto con foglia d’oro 24k. Il giocatore, con più tatuaggi che buon gusto, ci ha tenuto a far notare il “24K”, tentando di far passare come piatto di lusso una portata che in realtà non è particolarmente costosa. Ma Icardi e la sua moglie/manager/sfornapargoli Wanda Nara sono famosi per l’ossessione verso l’ostentazione della bella vita. Auto da 300.000 euro sfoggiate in set fotografici, orologi e cellulari da decine di migliaia di euro, immancabili attici con piscina e Jakuzi. Se il duo non mostra al mondo tutto il superfluo di cui può circondarsi sembra non trovare collocazione nell’universo.

Ma Icardi e moglie alla fine altro non sono che due incolti con poca classe che prendono tutto ciò che possono dell’isteria collettiva di un settore malato e patinato come quello del calcio contemporaneo. Pochi ex giovani indigenti arricchiti in così poco tempo si comporterebbero diversamente e non mi sento di addossare a loro tutte le responsabilità di un sistema malato fino al midollo. Il dramma, l’allarme antropologico che dimostra quanto la nostra società sia oramai in preda ad un decadimento materialista senza precedenti e molto preoccupante, sono infatti le reazioni che hanno i fan del calciatore (ed in generale di tutti i cosiddetti “Top Player” acquistati e remunerati con cifre folli) quando leggono critiche sullo stile di vita che ostenta.

Al di là della valanga di like ed approvazioni che ricevono questi inni alla tracotanza economica, i commenti, tutti da decadimento immediato del diritto di voto, variano dal “i soliti italiani, che criticano perché rosicano” al “beh ognuno spende i propri soldi come vuole”, fino alle solite bufale sulla presunta convenienza economica assodata di certe operazioni di calciomercato perché “Poi quelli sai quanto ti fanno fatturare con gli sponsor, i diritti tv e le magliette vendute?”. Insomma: l’italiota medio sbraita contro chi guadagna 1500 euro da laureato ed abilitato e vorrebbe qualcosa in più, se la prende con l’insegnante di suo figlio che non vorrebbe andare a lavorare a 500km da casa, ma poi ritiene giusto e sacrosanto che un 23enne tamarro guadagni 10 milioni di euro netti l’anno. Il motivo? Perché, come detto, Icardi e soci “se lo meritano” dato che “emozionano tante persone” e “fanno guadagnare tanto allo squadra”.

GLI ITALIANI PREFERISCONO L’INTRATTENIMENTO ALL’ISTRUZIONE

Attenzione a questo concetto del merito, che apre la strada alla teoria del “chi vince prende tutto” e del “chi non ha un talento che segue la moda/isteria del momento è giusto che muoia di fame”. Questa retorica che giustifica la ricchezza illimitata di chi ha capacità anche solo presunte, è alla base dell’involuzione socio-economica che stiamo patendo. Perché se di sicuro ci può stare che Pogba guadagni (molto) di più di un docente del Liceo Scientifico di Casoria e sarebbe populistico e sciocco pretendere che un campione di serie A prenda lo stesso compenso di un docente universitario, è anche assurdo e deprimente che il centrocampista francese possa nuotare nell’oro, steccare campionati e rimanere straricco ed il docente non arrivi a fine mese, pur magari essendo molto valido e prezioso per le classi nelle quali insegna. Così come è assurdo che i giovani talenti della scienza, del marketing e dell’imprenditoria, che potrebbero garantire ritorni anche più sostanziosi e soprattutto duraturi di quelli dei calciatori, vegano snobbati e pagati (quando vengono pagati) con le briciole. E’ indecente che chi fa 18 goal in serie A venga inondato di soldi, mentre chi lavora 12 ore al giorno per scoprire una nuova cura contro il cancro debba elemosinare per avere anche solo l’attrezzatura necessaria ad operare decentemente.

Chi non vede un immane suicidio collettivo in questi scompensi economici abissali è un idiota, un cieco o un colluso al sistema malato nel quale (soprav)viviamo.

Esiste una sproporzione troppo alta, in crescita costante, che crea una società più ingiusta per sempre più persone ed è contro questa che fior fiori di economisti (veri) si scagliano da tempo. Eppure, anche in Italia, pare che l’intrattenimento sia di gran lunga preferito ad ogni altra attività. Icardi, che già guadagna milioni di euro, può infatti ricattare il club che l’ha fatto capitano perché vuole comprare una nuova barca o prendere un nuovo smartphone da 40.000 euro. Un insegnante 40enne, che già paga un mutuo a Napoli ed è precario da 15 anni, non può fiatare se lo stato lo spedisce a Torino a 1300 euro al mese e scatti d’anzianità congelati. Anzi, per taluni beoti deve anche ringraziare per il lavoro che avrà. Questo perché tendiamo a sopravvalutare enormemente aspetti frivoli, per quanto economicamente rilevanti e socialmente molto diffusi, dimenticandoci di quei pilastri un tempo ritenuti fondamentali per la crescita e lo sviluppo di un paese ed oggi dimenticati.

SPENDERE CIFRE FOLLI PER I CALCIATORI E’ UN LENTO SUICIDIO

Ci terrei, inoltre, a fare un passo indietro e a sfatare una bufala stupida quanto odiosa, con un po’ di dati e zero chiacchiere da bar dell’aspirante ricco e reale pezzente.

Se spendere 80 milioni di euro per gli Icardi o 120 per i Pogba fossero investimenti così convenienti e di sicuro rientro come molti esperti del nulla sostengono, oggi non ci ritroveremmo una serie A di fatto (s)venduta ai cinesi, presidenti/tifosi come Berlusconi e Moratti che per qualche anno senza aver vinto nulla, proprio a causa di acquisti e stipendi esagerati, si sono ritrovati indebitati fino al collo (pur avendo vinto abbastanza in passato) e sceicchi/petrolieri con fondi illimitati ad essere gli unici a potersi permettere di “giocare” con cifre folli. Cifre investite su 20enni che fanno al massimo due stagioni buone e pare giusto guadagnino 10 volte più di un manager che porta alla sua azienda milioni di fatturato, da anni.

Anche il Napoli, che al di là delle critiche di chi non capisce nulla di pallone, economia, finanza e vita nell’ultimo decennio ha speso molto più di quanto abbia incassato con il calciomercato (391 milioni investiti e 194 incassati nell’era De Laurentiis), non essendosi qualificata alla Champions anche a causa del flop dello strapagato Higuain nel 2014/2015, ha chiuso il bilancio con un rosso di 13 milioni di euro. Continuasse a spendere a spandere e ad aumentare gli ingaggi come hanno fatto Milan ed Inter (e la Roma dei Sensi) per anni, basterebbe un triennio senza trofei e qualificazioni Champions per un tracollo finanziario. Se la Juve, che oramai di italiano non ha neppure più la società, visto che è stato tutto fiscalmente spostato in vari paradisi fiscali, fallisse gli obiettivi Champions e scudetto, di sicuro già nel 2016/2017 dovrebbe far fronte ad una situazione di bilancio meno felice e serena. Del resto è questione di logica e matematica: se aumenti sempre di più gli ingaggi, assecondando ogni capriccio di giocatori e procuratori, sei schiavo dei risultati eccellenti e appena toppi il rosso in banca diventa il nuovo nero. Sopratutto, ti metti in squadra fighette ed avidi/ingordi che tra una cresta ed un tatuaggio, un Rolex ed una “Lambo”, si concederanno al miglior offerente appena ce ne sarà l’occasione.

Pensiamo sul serio che, se si investissero 20 milioni  di euro e non i soliti 1000 euro al mese su un giovane talento del marketing e della comunicazione, su un piccolo genio dell’imprenditoria innovativa o su un ricercatore brillante, quel denaro frutterebbe meno dei 90 milioni spesi per Higuain? Considerando tra l’altro che tali professionisti di norma non finirebbero la loro carriera a massimo 35 anni ma molto più tardi?

Come facciamo a tollerare i vari “programmi di incubazione per le startup” che propongono “stage per giovani talenti a Roma” con un rimborso spese da 800 euro al mese? Di talenti veri ce ne sono pochi, ma se non giocato a pallone vengono sfruttati ed umiliati fin quando non mollano o fuggono via.

LE AZIENDE VIRTUOSE, VINCONO

E per concludere, mi permetto di parlare brevemente della mia esperienza professionale e della realtà nella quale ho la grandissima fortuna di lavorare (la Insem Spa), giusto per ribadire che questa battaglia per la redistribuzione del reddito non la combatto perché sono precario, “povero” e rosicone, ma perché sono sinceramente convinto che vincerla porterebbe beneficio a tutti.

Quella nella quale lavoro, infatti, è un’azienda che investe sui giovani talenti, offre premi di produzione degni di tale nome, organizza attività di team building in splendide location, ha una dirigenza che non confonde il guadagnare (giustamente) bene con il tenere quasi tutto per sé e non a caso aumenta il proprio fatturato di anno in anno, insieme alla qualità delle proprie risorse e dei progetti seguiti. Come consulente ho lavorato in numerose realtà e, soprattutto agli inizi, incontravo persone che mi riempivano di complimenti, che mi parlavo di quanto fossi bravo a talentuoso e poi mi proponevano i soliti contratti micragnosi, i soliti discorsi “a provvigione”. Ringrazio anche queste persone, comunque, che mi hanno aiutato a temprarmi, mi hanno permesso di allenare il mio fegato alle delusioni e ad ottenere il massimo con il minimo dispendio di risorse. Se mi avessero riempito di soldi a 20 anni, probabilmente, avrei rischiato anche io di perdere la testa e postare di continuo foto della mia Lamborghini.

Il modo in cui funziona (male) uno sport tanto popolare come il calcio, è lo specchio per valutare le stortura della società nella quale con sempre maggiore difficoltà tentiamo di farci spazio. Cambiare la mentalità e l’approccio alla pessima distribuzione della ricchezza, significa rendere migliori le vite di tutti. Pogba e Icardi dovranno comprare un’auto di lusso in meno, ma qualche 20enne talentuoso potrà guadagnare 40-50k netti l’anno pur non essendo un calciatore ed avrà l’opportunità di formarsi, aggiornarsi e migliorarsi prima. Del resto, le aziende che puntano sui giovani capaci senza giocare d’azzardo, vincono sempre.

 

L'AUTORE
Giornalista professionista. Partendo dalla televisione, ha poi lavorato come consulente in digital management per aziende italiane ed internazionali. E' il fondatore e direttore di YOUng. Ama l'innovazione, la psicologia e la geopolitica. Detesta i figli di papà che giocano a fare gli startupper e i confusi che dicono di occuparsi di "marketing".
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