Esiste un’alternativa al reddito di cittadinanza?

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22/01/2019 Attilio De Alberi 479

Dopo tanti tormenti, è uscito il decreto sul reddito di cittadinanza che diventerà operativo dal marzo di quest’anno. L’ala pentastellata dell’attuale governo è quindi finalmente riuscita ad attuare, perlomeno sulla carta, il suo programma per combattere la povertà tanto pubblicizzato nel corso della campagna elettorale e negli ultimi mesi, durante i quali, come sappiamo, la campagna elettorale non si è assopita.

Il reddito di cittadinanza dovrebbe offrire, teoricamente, una via uscita al disagio economico di cui soffrono milioni d’italiani, ma al tempo stesso è appesantito da tutta una serie di clausole legate alla ricerca del lavoro, a cui si aggiungono delle sanzioni penali per chi percepisce l’aiuto governativo e magari lavora in nero.

Le critiche a questo provvedimento sono giunte da più parti. Una delle principali fa notare come possa essere difficile trovare lavoro in un paese in crisi come il nostro e che, secondo molti osservatori economici, rischia, come altri paesi europei, e non solo, ad entrare in un periodo di recessione.

Discute di tutto questo con YOUng Giuseppe Allegri, ricercatore nel progetto europeo PIE News-Commonfare, socio fondatore del Basic Income Network – Italia ed autore del recente volume Il reddito di base nell’era digitale (Fefé Editore). Secondo Allegri l’attuale misura non è un reddito di cittadinanza, ma un sussidio di disoccupazione molto condizionato e piuttosto “burocratico”, con il rischio che si sia ancora una volta dinanzi a “un’occasione mancata” per introdurre un reale reddito minimo e adeguato in Italia.

L’INTERVISTA

Come si può definire il reddito di base?

Il reddito di base è una misura universalistica ed incondizionata, e per questo si chiama reddito di base, noto in inglese come Universal Basic Income (Reddito di Base Universale), nel senso che è una sorta di reddito di esistenza, concesso ad ogni persona cittadina di un determinato paese o regione, come nel mondo avviene soltanto in due esperienze: in Alaska, frutto dei proventi dell’estrazione del petrolio, e nella città di Macao, grazie alla redistribuzione degli incassi del gioco d’azzardo.

Come si differenzia quindi dal reddito di cittadinanza?

In realtà reddito di base e reddito di cittadinanza sono praticamente sinonimi. Ma nell’attuale decreto legge governativo sembra si tratti di introdurre un sussidio di disoccupazione. Appare come un, certamente necessario, strumento di lotta alla povertà e all’esclusione sociale, per le persone che rientrano in alcuni parametri economici e che saranno condizionate ad una serie di comportamenti da tenere e attività da svolgere. Alla base c’è la sottoscrizione di due patti.

Quali?

Un patto per il lavoro da parte di un certo tipo di persone, che si ritiene siano ancora nelle condizioni di poter stare in un particolare “mercato del lavoro” ed un patto di inclusione sociale per altre tipologie di persone, ritenute probabilmente particolarmente vulnerabili e bisognose di integrazione sociale, ancor prima che lavorativa. Il tutto sottoscritto dal “capofamiglia”, impegnando l’intera famiglia in una serie di comportamenti e azioni. Presumo prevedendo anche piattaforme digitali, App, etc. che al momento non mi pare esistano. Non è chiaramente un reddito minimo garantito, pensato come misura individuale di promozione dell’autodeterminazione di ciascuno che coniughi lotta alla povertà e investimento sull’autonomia della persona. Neanche lontanamente l’ombra di un “reddito di cittadinanza” inteso come reddito di base universale e incondizionato.

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In questo momento storico quali sono i paesi che più si avvicinano al reddito di base?

A parte i già ricordati casi di Alaska e Macao, non esistono altri casi di reddito di base. In questi ultimi anni ci sono state sperimentazioni di reddito di base in giro per il mondo, ad esempio in India e in Nigeria, come ce ne sono altre addirittura promosse e sostenute dagli innovatori della Silicon Valley, come il progetto dell’incubatore di imprese Y-Combinator. Da decenni, in molti ordinamenti c’è invece una misura intermedia che è il cosiddetto reddito minimo garantito – ora definito anche adeguato dalle istituzioni dell’Unione europea – ossia una misura di supporto al reddito. In Francia, per esempio, c’è il reddito di solidarietà attiva (revenu de solidarité active), in Inghilterra l’Income Support, insieme ad altre misure poi unificate nell’Universal Credit. Questi strumenti, insieme con altri previsti da sistemi universalistici di Welfare, costituiscono l’ossatura di un assetto istituzionale che coniuga lotta alla povertà e all’esclusione sociale, con un tentativo concreto d’investimento sull’autonomia delle persone. Questo sistema è stato avviato in Inghilterra sin dagli anni ’40, in Francia dagli anni ’80, in Olanda, Danimarca e Belgio dagli anni ’50-’60.

In che senso questo sistema si muove per l’autonomia delle persone?

Agisce sulla promozione di condizioni migliori di vita e aumento della libertà di scelta, attraverso misure di sostegno al reddito che si affiancano ad altri strumenti e benefit: istruzione, mobilità, affitto, università, formazione professionale e imprenditoriale, spese impreviste, sostegni all’infanzia, accesso alla cultura, maternità/paternità, etc.

Una delle osservazioni fatte al reddito di cittadinanza è che bastava in realtà estendere il precedente reddito d’inclusione (ReI).

Beh in parte, questo decreto legge fa questo. L’assai lungo articolo 11 del decreto modifica molte parti del d. lgs. 147/2017 che introduceva il ReI. La stessa carta prepagata del “reddito di cittadinanza” presumo sarà un’estensione della carta prepagata “ReI” che a sua volta era un’ulteriore estensione della “Carta SIA” (sussidio per l’inclusione attiva) e ancor prima della “Social Card” prevista originariamente dal Ministro Tremonti nel governo Berlusconi IV, mi pare. Ecco il “governo del cambiamento” nella continuità, per così dire, una sorta di gioco dell’oca post-moderno, se volessimo farci una risata, per non piangere. In realtà il reddito di cittadinanza non aveva le coperture sufficienti, e quindi è andato a prendere 2 miliardi e mezzo del reddito d’inclusione, ai quali ha aggiunto 3 miliardi e mezzo. Con un miliardo che dovrà andare ai centri per l’impiego e al finanziamento dei contratti per i circa 10mila consulenti e orientatori chiamati Navigator, considerando che gli attuali dipendenti di tutti i Centri per l’Impiego sono circa 8mila, tanti quanti i lavoratori de centri per l’impiego della sola città di Berlino. Insomma, il primo effetto di questo decreto legge, per l’immediato futuro, potrebbe essere quello di aumentare la domanda di lavoratori – temporanei – dei Centri per l’Impiego, anche se temo che le procedure saranno lunghe, dovendo intervenire ulteriori atti normativi (presumo regolamenti) attuativi.

Quindi c’è una qualche forma di evoluzione?

Sì, poiché si aumenta il sostegno economico, viste le condizioni di impoverimento della società e di quello che una volta chiamavamo ceto medio. Si tratta di un ulteriore passaggio oltre a quello già contenuto nel Reddito di Inclusione (ReI), poiché fino al dicembre 2017 non era ancora prevista una misura nazionale di contrasto alla povertà, visto che abbiamo sempre avuto un Welfare piuttosto categoriale e frammentato, molto poco inclusivo.

Alla fin fine qual è la tua principale critica al reddito di cittadinanza?

Ad una prima lettura del decreto sembra un meccanismo estremamente burocratico, farraginoso, che prevede degli obblighi e dei vincoli i quali stigmatizzano il povero costretto al patto per il lavoro o per l’inclusione sociale. L’articolo 7 che riguarda le “cause di decadenza e sanzioni” è angosciante solo alla lettura: pare ci sia una mentalità disciplinare, punitiva, quasi moralistica, che regola l’intero meccanismo. Già sappiamo com’è complessa la burocrazia nel nostro paese e al contempo come potrebbero essere impreparate le stesse strutture amministrative, visto che hanno implementato da poco una misura come il ReI, entrata a regime nel gennaio 2018. A questo si aggiunge inoltre una certa visione paternalista-patriarcale del capo-famiglia, che sottoscrive il patto, responsabile per tutto il nucleo famigliare, con tutte le connesse sanzioni nel caso in cui non si seguano le regole del decreto, con annessi spostamenti nel raggio di 100 km, 250 km o l’Italia intera per le diverse offerte di lavoro. Fatto da una forza politica come il M5S che parlò di “deportazione” in occasione della misura sull’assunzione degli insegnanti nella scuola pubblica previste dal governo Renzi. In poche parole, sembra di essere dinanzi ad un meccanismo di governance paternalistica, burocratica, moralistica dei poveri, più che di lotta alla povertà, quasi ci sia l’urgenza di mettere al lavoro (povero?) i poveri, quando il rischio povertà è purtroppo una condizione sempre più diffusa e comune anche di segmenti sociali fino a poco tempo fa più protetti. Con una, temo, faticosa relazione tra i diversi livelli amministrativi che dovranno intervenire (Comune, Centro per l’Impiego, Asl, Inps, enti bilaterali, formatori, etc.).

Ma non è anche un’iniziativa demagogica con scopi di propaganda elettorale?

Indubbiamente, dal punto di vista politico, la cosa è molto più complicata, perché, il M5S nasce anche con la parola d’ordine promessa del “reddito di cittadinanza” (qualsiasi cosa si intenda con questa formula!), assai sventolato in campagna elettorale e da introdurre necessariamente prima delle elezioni per l’Europarlamento del maggio 2019, come probabile benzina di quella campagna elettorale. E scommetto che l’altro cavallo di battaglia che proveranno a giocare sarà la discussione sulla revisione costituzionale dell’istituto referendario, la cui prima lettura immagino verrà calendarizzata in questi mesi. Poiché “reddito” e “democrazia diretta” sono due slogan da rilanciare per una parte dell’elettorato di quella forza politica, un ritorno alle origini “grilline”, per certi versi.

Un’altra osservazione è che se da un lato il decreto sul reddito di cittadinanza ti costringe a trovare un lavoro, dall’altro non ci sono posti di lavoro, una problematica che potrebbe essere acuita dall’eventuale nuova recessione in arrivo. Potrebbero però essere d’aiuto delle misure d’investimento serio per aumentare l’occupazione, a parte il fatto che molti magari saranno costretti a fare dei lavori non consoni con la propria preparazione e specializzazione.

Questo è un eterno problema. Tanto più in un’epoca di accelerazione nel mutamento delle forme del lavoro e di impresa, di presenza di lavoro povero, semi-gratuito, quasi neo-servile. Su questo punto l’articolo 8 del decreto è molto chiaro e disciplina tutta una serie di “incentivi per l’impresa e per il lavoratore” che a me appaiono soprattutto in favore dell’impresa, una specie di Jobs Act 2.0.

Ossia?

Ammesso e non concesso che ci siano “posti di lavoro” intesi nel senso tradizionale (Grillo direbbe di no, ad esempio, temo!), l’impresa che assume il titolare del “reddito di cittadinanza” ha diritto a sgravi contributivi sotto forma di mensilità (almeno 5) di questo benedetto reddito che andrebbe quindi all’impresa per retribuire questa persona assunta (con differenze tra tempo determinato e indeterminato, etc.).  Inoltre si prevede anche l’intervento dei Comuni.

In che senso?

Il comma 14 dell’articolo 4 del Decreto prevede che il beneficiario del “reddito di cittadinanza” dichiari (cito letteralmente dal testo che ho letto) la “propria disponibilità per la partecipazione a progetti a titolarità dei comuni, utili alla collettività, in ambito culturale, sociale, artistico, ambientale, formativo e di tutela dei beni comuni, da svolgere presso il medesimo comune di residenza”. Anche qui sembra di stare dinanzi alla ripetizione di quello che fu un fallimento chiamato “lavoro socialmente utile”, qui in versione 2.0, più soft e meno visibile, non molto in linea con la retorica del governo “del cambiamento” e “del popolo”.

Per introdurre invece un reddito di base universale da dove si potrebbero (o dovrebbero) prendere i soldi? Da una patrimoniale seria? Dai giganti dell’internet come Apple, Google, Facebook?

Il reddito di base dovrebbe essere finanziato dalla fiscalità generale. Se le tasse fossero veramente progressive, ci sarebbero diversi scaglioni di aliquote che permetterebbero una maggiore e più equa distribuzione della ricchezza prodotta. Nel caso italiano c’è un uso distorto della fiscalità generale anche per la lotta alla povertà.

Come, specificamente?

Ci sono degli studi che testimoniano come un terzo della spesa sociale annuale (circa 6 miliardi tra integrazioni al minimo, pensioni e assegni sociali) vada alla porzione di fruitori meno poveri. Ci sono quindi delle evidenti distorsioni nell’uso della spesa sociale che purtroppo non sono state mai corrette, generando sempre più frustrazione e risentimento. Ma il punto sarebbe quello di prevedere un vero reddito minimo garantito e adeguato, come diritto sociale individuale, accompagnato da una serie di misure che favoriscano l’investimento sull’autonomia personale (istruzione, mobilità, formazione, abitazione, maternità/paternità, etc.) in un quadro di solidarietà sociale.

Cosa dire della proposta di Varoufakis con il suo movimento DIEM25?

Questa è legata appunto all’altro livello d’intervento, cioè attraverso misure coordinate su base continentale per confrontarsi ad armi pari con le trasformazioni del capitalismo digitale, delle economie di piattaforma, dei monopolisti della rete. Varoufakis & Co. (ed anch’io nel mio libro) propongono una sorta di euro-dividendo, cioè un dividendo continentale di una ricchezza prodotta tramite la cooperazione sociale ed estratta grazie alla nostra attività quotidiana in rete: con una tassazione dei monopoli privati sulla conoscenza collettiva, comune, frutto della cooperazione sociale in rete.  C’è inoltre un dibattito sullo European Social Pillar (Pilastro Sociale Europeo), solennemente proclamato dalle istituzioni UE nel novembre 2017 che si basa su 20 princìpi, due dei quali prevedono reddito minimo adeguato e sussidio universale di disoccupazione parametrati tra contesto statale ed europeo.

Però questo European Social Pillar è più che altro un’idea, e non è operativo.

Dovrebbe costituire la base di quella European Social Union (la tanto necessaria “Europa sociale”) che manca nel processo di integrazione continentale, soprattutto riguardo la previsione di un bilancio comune almeno per l’Eurozona, che permetta di sperimentare una concreta solidarietà paneuropea, tra cittadinanze e istituzioni, per evitare le sirene del nazionalismo protezionista ed escludente e restituire sicurezza sociale e fiducia alle persone. Questo dovrebbe essere il tema della prossima campagna elettorale per l’Europarlamento: l’Europa sociale per un Welfare universale multilivello, pensato intorno ad un Euro-Dividendo, che potrebbe essere articolato come reddito minimo adeguato e sussidio universale di disoccupazione.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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