Il dibattito sul Reddito di Cittadinanza

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04/04/2018 Attilio De Alberi 2080

Anche se nelle settimane dopo le elezioni non si è più sentito parlare di reddito di cittadinanza o di flat tax, rispettivamente, da parte dei due “vincitori” Di Maio e Salvini, tutti presi dai giochini legati all’eventuale formazione di un governo che governi, rimane comunque acceso il dibattito politico-economico proprio sul reddito di cittadinanza, la proposta del Movimento Cinque Stelle per risolvere, almeno nella sua visione, le difficoltà legate la disoccupazione, il precariato e la dilagante povertà che caratterizzano i nostri tempi. L’iniziativa viene presentata come un passo avanti rispetto al reddito d’inclusione sociale (REI) introdotto dal Partito Democratico quando al governo.

Intanto negli ultimi giorni Beppe Grillo se n’è uscito con una nuova idea sul suo blog: il reddito di nascita, che sembrerebbe una critica/diversificazione rispetto al reddito di cittadinanza proposto dal movimento da lui stesso creato. Mentre quest’ultimo è stato descritto recentemente dal Ministro del Lavoro ombra pentastellato Pasquale Tridico “un reddito minimo condizionato alla formazione ed al reinserimento lavorativo, ciò che propone Grillo è un’erogazione di base incondizionata, ma selettiva, in quanto ne sarebbero automaticamente esclusi tutti quelli non nati sul suolo italiano, a cui si aggiungerebbero anche i figli nati da genitori stranieri, qualora il famoso ius soli non dovesse passare.

Fermo restando che l’introduzione di una qualche forma di reddito di base sarebbe un passo in avanti per l’Italia che rimane l’unico paese in Europa, insieme alla Grecia, a non averne uno, ed andando oltre le inevitabili domande se esisterebbero i fondi necessari per finanziare un’operazione del genere, rimane aperto una domanda più cruciale: quello che viene proposto dal M5S risolverebbe veramente le problematiche economico-sociali che attanagliano il nostro paese, o sarebbe una misura limitata e comunque legata ad una visione neoliberista nei rapporti di classe?

Vale la pena ricordare, per esempio, l’alternativa che sta mandando avanti Yanis Varoufakis, l’ex Ministro delle Finanze nel governo Tsipras attraverso il suo DIEM25 (Democracy in Europe Movement), laddove si parla di un piano anti-povertà e poi un sistema di supporto più radicale, complementare al reddito garantito, slegato dalla ricerca compulsiva del lavoro e finanziato da una ripartizione dei dividendi delle multinazionali. Si parla insomma di un dividendo universale di base.

Discute di questo tema con YOUng Roberto Ciccarelli, filosofo e giornalista, autore di “Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale” (DeriveApprodi, 2017). Ciccarelli auspica la riflessione su un “reddito di base universale, individuale, incondizionato, cioè sganciato dal ricatto del lavoro qualsiasi). Questo reddito sancisce la rottura con il regime del ‘workfare’ e restituirebbe una prima dimensione di autonomia al singolo, sganciato dal dispositivo che intende metterlo al lavoro a tutti i costi.”

L’INTERVISTA:

Qual è la differenza tra il welfare ed il workfare?

Il workfare è una politica di attivazione del soggetto che vincola gli aiuti sociali, o il trattamento previdenziale all’obbligo di lavorare per coloro che ne beneficiano. È una gestione manageriale delle politiche del lavoro, della cittadinanza e del welfare. Il welfare è un dispositivo politico composto da politiche pubbliche che favoriscono l’adattamento della forza lavoro ai cambiamenti del mercato e mantengono la popolazione non lavorativa in una società capitalistica. Sono dispositivi che governano la vita delle persone secondo idee diverse, ma convergenti, del “bene comune” e individuale.

Tra i vari addentellati nella proposta M5S c’è la costrizione ad accettare comunque certi lavori e poi l’obbligo di dimostrare che si passano almeno due ore al giorno alla ricerca di lavoro.

Sì, e in più devi andare una settimana nei centri per l’impiego, anche nel caso tu non abbia un’offerta di lavoro definita “congrua”. La “congruità” di un’offerta di lavoro è un concetto difficilissimo da definire e presuppone un lavoro di profilazione e controllo continuo da parte di agenzie private e istituzioni pubbliche. Questo modello è stato raccontato dal film di Ken Loach, “Io, Daniel Blake”. Racconta molto bene cosa succede quando si adottano simili dispositivi di controllo sociale su persone precarie o disoccupate. Daniel Blake avrebbe dovuto diventare un “imprenditore di se stesso”, un lavoratore capace di gestirsi sul mercato in maniera autosufficiente, è diventato vittima di un dispositivo che penalizza i vulnerabili, i poveri, gli esclusi. È il paradosso delle “politiche attive del lavoro”.

Questo approccio è stato confermato da Pasquale Tridico, il Ministro del Lavoro in pectore del M5S?

Sì, Tridico ha parlato di un reddito minimo condizionato alla formazione e all’inserimento lavorativo. Questa precisazione ha finalmente chiarito l’equivoco sul reddito di cittadinanza, prodotto dallo stesso Movimento 5 Stelle da 5 anni a questa parte. Questo “reddito” non è erogato a vita per tutti, ma è vincolato a fortissime condizioni.

Il film “Io, Daniel Blake”, che si svolge a Newcastle, nord-ovest dell’Inghilterra, mette anche il dito sulla piaga della burocrazia, che in Italia è forse più larga e vistosa che oltre Manica. Potrebbe questo essere un ulteriore ostacolo al benessere dei cittadini nel contesto del tipo di controllo legato al reddito minimo condizionato al lavoro?

Di sicuro. Il workfare è presentato come un’occasione di emancipazione dell’individuo che, al termine del percorso di “inserimento”, non avrà più bisogno dello Stato. In realtà non è un modo per “sburocratizzare” e anche “liberalizzare” lo Stato, ma un’occasione per aumentare la burocrazia che gestisce la nostra vita.

Ma, volendo fare un esempio pratico, una persona ultrasettantenne in stato di povertà come può essere aiutata? Non puoi costringerla a trovarsi un lavoro.

Certamente no. Ma il workfare non può risolvere il problema della povertà di cui molti ultrasessantenni e settantenni già oggi soffrono. A meno che non li si voglia metterli forzatamente al lavoro. Nella distopia in cui ci troviamo, qualcuno potrebbe persino pensarlo. Il problema è anche questo: lasciando così le cose, quando le nuove generazioni arriveranno all’età della pensione la situazione sarà senz’altro peggiore. La situazione è irrisolvibile. È un problema di sistema sociale ed economico. Per questo è necessaria una radicale discontinuità.

Esempio opposto: quello di un giovane laureato in filosofia o in ingegneria che non riesce a trovare un lavoro congruo e magari costretto, da questo sistema, a fare il lavapiatti.

Questo già succede. Viviamo in un sistema di sotto-occupazione, bassi salari e iper-lavoro gratuito che porta ad accettare lavori non necessariamente compatibili con la preparazione, in attesa di prospettive più congrue. Sempre più spesso queste prospettive non si realizzano mai.

Hai recentemente scritto positivamente su un esperimento di reddito di cittadinanza incondizionato in Finlandia…

Non è esattamente del tutto incondizionato, ma rimane relativamente ampio. C’è da sottolineare che la Finlandia ha un sistema misto di welfare e di workfare, in un contesto di ripresa economica rispetto al passato. Personalmente io sono favorevole ad un reddito di base incondizionato, non da applicare dalla sera alla mattina, bensì gradualmente, alla luce di un ripensamento del sistema economico e sociale.

A chi osserva che non ci sono i soldi per finanziare questo reddito, e che non siamo nel paese del Bengodi, cosa rispondi?

Rispondo: giusto! Bisogna trovarli! E ribatto: dove finisce il valore che noi produciamo 24 ore su 24 sulle piattaforme digitali come Facebook? E quanto plusvalore produciamo nelle nostre attività quotidiane, senza che sia riconosciuto? Senza contare quello prodotto da chi ha un contratto e viene pagato sempre di meno. Parliamo di una ricchezza sterminata, basta vedere solo il valore che Facebook ha in borsa. Quanta parte dei suoi 472 miliardi di dollari è dovuta al nostro lavoro sulle nostre pagine? Praticamente tutto. Questo è solo un esempio, ma è la metafora della nostra forza lavoro: oggi produciamo tantissima ricchezza, ma il nostro valore non è riconosciuto. Il reddito di base è una risposta perché mette in discussione l’intero sistema economico, sociale, statale e sovranazionale oltre che il nostro modello di vita. A suo modo Grillo lo ha capito, anche se dà risposte al di sotto della radicalità dei problemi sul tavolo.

Cosa dire del dividendo universale di base proposto da DIEM25 di Varoufakis?

Mi sembra una proposta interessante e mi pare una posizione molto simile a quella del filosofo ed economista belga Philippe Van Parijs, noto teorico del reddito di base, che da anni ha argomentato la creazione di un reddito europeo, e legato anche ad una riforma ad hoc della BCE. Anche la proposta di Varoufakis si pone nel contesto di una riforma radicale della UE, senz’altro auspicabile, ma temo che non sarà facile, né che avverrà in tempi brevi.

In ogni caso, alla fin fine, il M5S è una forza ad ispirazione essenzialmente liberista. Concordi con la definizione che ha dato Varoufakis sul M5S: populisti di centro?

È sotto gli occhi di tutti l’inversione a U dei Cinque Stelle verso posizioni moderate e se vogliamo “centriste”. Dopo tutto è ormai caratteristica di questo movimento una flessibilità programmatica, che gli permette di pescare sia a destra che a sinistra.

Non è un caso che sia Boccia, presidente della Confindustria, che Marchionne abbiano dichiarato pubblicamente che alla fin fine il M5S può andargli bene. Per non parlare poi del viaggio “tranquillizzante” di Di Maio alla City di Londra.

Questi poteri economici hanno recepito il messaggio più moderato inviato dal M5S negli ultimi mesi. Si sono messi in attesa dei possibili sviluppi qualora questo dovesse andare al governo. Ma non sarà facile risolvere il problema del governo.

Ma al di là della proposta di un reddito di cittadinanza, il problema di base rimane quello dell’economia nel suo complesso, che forse solo dei seri investimenti statali, con una modalità neo-keynesiana, potrebbe seriamente far ripartire.

Sì, ma è un’ipotesi piuttosto remota, visto che le politiche economiche a livello europeo non sembrano voler ancora cambiare in questa direzione della scoperta delle virtù dello stato programmatore e di un neo-keynesismo del 21mo secolo. Ho l’impressione che nei prossimi anni si continuerà a solfeggiare lo stesso spartito, con qualche variazione “sociale”, che abbiamo conosciuto almeno dal 2010-11 in poi. La conferma al potere, seppur ritardata e sofferta, della Merkel ne è una conferma.

La sinistra radicale ha fatto delle proposte serie in alternativa al M5S sul reddito di cittadinanza?

Solo Potere al Popolo ha avanzato una proposta di reddito minimo garantito. In generale il 4 marzo ha confermato la marginalità della sinistra nello spazio politico italiano.

Ma Fratoianni, di Sinistra Italiana pare, come te, un adepto del reddito universale incondizionato…

Fratoianni conosce la storia dei movimenti sociali che dagli anni Settanta in poi hanno proposto un reddito sganciato dal lavoro alla luce di una radicale riforma dello Stato, dell’economia e della critica del capitalismo. È una storia diversa, e opposta, a quella che è finita con il PCI ed è continuata con il PD. Queste culture non sono state ascoltate, non hanno trovato i mezzi per imporsi, in alcuni casi sono state represse. È una cultura ricca che interroga il marxismo e il liberalismo, nella riflessione di alcuni allievi di John Rawls. Nelle “sinistre politiche” quasi mai le tante persone di valore che ci sono in Italia, e non solo, sono state ascoltate. Lo hanno fatto i Cinque Stelle, ma in direzione del tutto diversa. Hanno l’egemonia politica. Al momento l’iniziativa è nelle loro mani. Auguro a Fratoianni che questa sua uscita sia l’inizio di un nuovo percorso all’altezza della nuova composizione sociale e produttiva oggi interpretata, non senza contraddizioni, dal Movimento 5 Stelle. Sarà un lungo lavoro. Non è mai troppo tardi per iniziarlo.

Quindi, in questo contesto, il M5S è riuscito a far man bassa di voti, si dice soprattutto nel Sud, proprio grazie alla sua proposta sul reddito di cittadinanza.

Non sono molto convinto che i meridionali abbiano votato così massicciamente il M5S solo perché ha proposto il reddito di cittadinanza. Mi sembra che sia un voto dettato da molteplici fattori.

Quali?

Tra i tanti c’è la protesta contro la politica e i partiti; il senso diffuso e storico d’insoddisfazione e il non riconoscimento nello Stato, soprattutto in regioni con una situazione economica veramente drammatica; la novità espressa dai Cinque Stelle in uno scenario politico radicalmente cambiato già dal 2013; i limiti cervellotici della legge elettorale. In questo contesto il “reddito di cittadinanza” può anche essere inteso come una risposta approssimativa e confusa alla domanda di autonomia e libertà dai ricatti in cui si vive a Sud. Chi inquadra invece questo voto come una richiesta di “assistenzialismo” fa un torto all’intelligenza di milioni di persone e si rischia di dare una rappresentazione pericolosamente razzista. Oggi abbiamo gli strumenti per dare giudizi meno stupidi e meno ingiusti.

Che dire sulla ulteriore proposta di Grillo che nel suo sito ha parlato recentemente di “reddito di nascita”?

Per definizione andrebbe solo agli italiani ed escluderebbe gli stranieri residenti e si presume anche i loro figli.

Questo confermerebbe l’ambiguità di fondo del M5S sul tema immigrazione.

Sì.

Qual è il tuo auspicio per il futuro di questa proposta?

Qualunque siano le sue sorti, auspico che il “reddito” sia accompagnato da un serio dibattito a livello nazionale, non solo sulle sue premesse, ma anche sulle sue conseguenze sul corpo di una società vulnerabile, disorientata, impoverita ed in crisi.

Come stimolo a vedersi “Io, Daniel Blake”, l’ottimo film di Ken Loach sul soggetto in questione, ecco il trailer italiano.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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