La vittoria, anche se relativa, dei Dem USA

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08/11/2018 Attilio De Alberi 162

Si era parlato, forse in maniera avventata, di una potenziale “blue wave”, cioè di un’ondata blu (il colore dei democratici USA) alle elezioni di mid-term, viste anche come una forma di referendum su Donald Trump dopo due anni di presidenza, ma in realtà si parla più di un “ripple”, cioè di un’increspatura.

E’ vero che, come si prevedeva, i democratici si sono ripresi la Camera dei Rappresentanti al Congresso, ma la vittoria sperata è stata, nel complesso, più contenuta rispetto alle aspettative. E, comunque, il Senato rimane saldamente nelle mani dei repubblicani.

Contro le aspettative più ottimiste ci sono state rilevanti sconfitte per i democratici in due stati chiave: Texas e Florida.
In Texas il noto conservatore repubblicano Ted Cruz, che, non dimentichiamo, si era candidato alle primarie contro Trump nel 2016, ha avuto il sopravvento, seppure di poco contro  Robert “Beto” O’Rourke nella corsa al senato.
In Florida il concorrente per l’elezione al posto di governatore Andrew Gillum, afro-americano e vicino a Bernie Sanders, ha perso, anche qui di poco, la competizione con il trumpiano DOC Ron DeSantis.

In positivo, se vogliamo, c’è l’affermazione di Alexandria Ocasio-Cortes a New York, pronta a diventare la più giovane rappresentante alla Camera, su posizioni democratiche socialiste. E, in generale, se non si può parlare di un’ondata blu, c’è stata senz’altro un’ondata rosa, con la maggiore affermazione di donne nella storia del Congresso, una parte di esse provenienti da minoranze.  Checché ne pensi “The Donald”, oltre alla Ocasio-Cortes, altre due sono latinas, originarie dal Texas, dal New Mexico e dal Kansas arrivano due native americane, a Boston ha vinto l’afro-americana Ayanna Pressley, e poi si sono affermate addirittura due rappresentanti mussulmane: Ilhan Omar, di origine somala e Rashida Tlaib, araba di origine palestinese. E poi, sorpresa, sorpresa, in Colorado, per la prima volta si afferma come governatore, Jared Polis, dichiaratamente gay. Insomma, novità non da poco.

Tutto questo conferma il clima di polarizzazione e di divisione ormai chiaro negli USA, anche se Nancy Pelosi, democratica moderata e centrista, destinata, probabilmente, a diventare la Speaker alla Camera dei Rappresentanti, rigetta l’idea di impeachment contro Trump, e sembra comunque appoggiare una politica bipartisan nel Congresso.

Intanto, “The Donald” ha reagito ai risultati definendoli una vittoria, ma al tempo stesso, per andare sul sicuro, ha silurato l’Attorney General, Jeff Sessions, Ministro della Giustizia, sostituendolo con il super-lealista Mark Whitaker, noto per la sua ostilità a Mueller, l’investigatore incaricato per l’inchiesta Russiagate. Poi, nella conferenza stampa post-voto, ha messo in guardia i democratici alla Camera: se vorranno lanciare delle indagini sul suo conto, lui risponderà con la “guerra”.

E, ciliegina sulla torta della sua nota belligeranza contro i media, Trump ha fatto ritirare il pass per la Casa Bianca a Jim Acosta, corrispondente della CNN, accusato di essere troppo insistente nelle sue domande alla conferenza stampa.

Discute questi risultati elettorali con YOUng Stefano Luconi, noto storico degli Stati Uniti e docente presso l’Università di Genova.

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L’INTERVISTA

La prima reazione ai risultati elettorali delle mid-term?

Credo che si debba partire da due dati: il fatto che nel 2016 Trump ha preso complessivamente più di 3 milioni di voti in meno rispetto a Hillary Clinton, mentre l’altro dato è che, storicamente, il partito che controlla la Casa Bianca perde le elezioni di mid-term. Dalla Guerra Civile ci sono state solo tre eccezioni: nel 1934 con Franklin Delano Roosevelt, nel 1998 con Bill Clinton, e nel 2002 con Bush Junior. Quindi, sulla base di questi due precedenti, si può dire che le cose per Trump non siano poi andate così male.

In che senso?

Sì che il Partito Repubblicano ha perso il controllo della Camera, ma ha mantenuto quello del Senato. Oggi la perdita di seggi per i repubblicani si è assestata su 38 seggi, comunque sempre meno dei 63 persi dal partito democratico tra il 2008 e il 2010, sotto Obama. Quindi si può parlare di una sconfitta molto contenuta per Trump.

Comunque non si era totalmente sicuri che i democratici avrebbero potuto riprendersi la maggioranza alla Camera, ma poi l’hanno fatto.

Se ciò fosse avvenuto sarebbe stato clamoroso, perché bisogna tener conto di un altro elemento: mentre la Camera è stata completamente rinnovata, il Senato è stato rinnovato solo per un terzo, e dei 35 seggi in ballo, solo 9 erano in mano ai repubblicani. Quindi il GOP (Grand Old Party, il Partito Repubblicano) aveva buon gioco a stare in difesa, ed alla fine ha pure guadagnato due seggi.

Che dire della valutazione secondo la quale questo sarebbe stato un referendum contro Trump?

Fino a un certo punto. Pensiamo, per esempio, ai risultati in Missouri ed in Nord Dakota, dove esistevano due senatrici democratiche in carica. Malgrado si pensasse che questo sarebbe stato l’anno delle donne, soprattutto come eco della controversia sull’elezione di Brett Kavanaugh alla Corte Suprema, in questi due stati il Partito Democratico ha perso a favore di due repubblicani maschi. Questo ci aiuta a ridimensionare in qualche modo la sconfitta di Trump, che, a modo suo, ha giocato bene le sue carte.

Per esempio?

La carta del pericolo immigrazione, con tutta l’attenzione dedicata alla marcia degli honduregni verso il confine USA, presentata come una potenziale “invasione”, ha giocato a suo favore, com’era già avvenuto nel 2016. Basta andare i voti in certi stati direttamente coinvolti nel fenomeno immigrazione: ossia in Florida, dove i repubblicani hanno vinto non solo la corsa al posto di governatore, ma anche quella al Senato, ed in Arizona, dov’è successo lo stesso.

E poi c’è anche il Texas con la vittoria di Ted Cruz.

Sì, però bisogna tener conto del fatto che Ted Cruz è un repubblicano con solide radici e, storicamente, non sempre in buoni rapporti con Trump: non ha caso era un suo sfidante nelle primarie del 2016. Quindi il Texas mi sembra un caso a parte, mentre sono più indicativi i risultati in Florida ed in Arizona, che dimostrano come puntare sulla paura della “invasione” di emigranti, molti dei quali accusati da Trump di essere dei criminali, sembra aver giocato a suo favore. Questa strategia divisiva ha portato al voto proprio quegli elementi conservatori, che magari, senza questo espediente se ne sarebbero stati a casa, forse permettendo ai democratici di ottenere anche il controllo del senato.

Impeachment a parte, esiste la possibilità per la Camera dei Rappresentativi di lanciare una serie di indagini su Trump, a cominciare da quella sulla sua dichiarazione delle tasse.

Sì, ma queste indagini non porterebbero assolutamente a niente: porterebbero forse ad una paralisi dell’azione governativa, anche se, in passato Trump ha spesso fatto ricorso al legiferare per decreto, e proprio sull’immigrazione.

Quindi?

Una non maggioranza repubblicana alla Camera non intralcerà l’azione legislativa, ed anzi, nella prospettiva delle presidenziali del 2020, Trump potrà dire: “Vedete cosa è successo a consegnare la Camera ai democratici? Non abbiamo combinato niente”. Il suo atteggiamento di politico anti-politico, anti-establishment riuscirebbe a fargli ottenere una crescita di consensi proprio da una paralisi legislativa.

Rimane comunque il fatto che gli USA sono ormai un paese polarizzato, diviso.

Queste elezioni hanno accresciuto la polarizzazione e la divisione, ma sono anche un riflesso di quanto è avvenuto nel 2016, quando il paese era già spaccato.

E la polarizzazione si vede anche nel Partito Democratico: prendiamo come esempio il caso di Alexandria Ocasio-Cortes.

C’è senz’altro una polarizzazione, grazie all’affermarsi di una componente progressista nel partito. E si può anche citare il caso di Ilhan Omar e Rashida Tlaib, le prime due donne mussulmane elette al Congresso, che è un po’ la quintessenza di quello che Trump non vorrebbero diventassero gli USA. Al tempo stesso, qualora il Partito Democratico avesse perso la corsa alla Camera, si sarebbe spostato su posizioni ancora più progressiste, allo scopo di conquistare voti nelle presidenziali del 2020.

C’è stata, al tempo stesso, anche l’affermazione di alcune latinas, di un’afroamericana e di due native americane, oltre alla nomina di un gay a governatore.

Sì, c’è un Partito Democratico che riflette una società sempre più multietnica e multiculturale, anche negli orientamenti sessuali. Ma, ripeto, la vittoria alla Camera, è un deterrente ad un’agenda politica più liberal, nel senso americano di più progressista.

Tutto questo mentre Nancy Pelosi auspica una politica bipartisan.

Nancy Pelosi è essenzialmente una moderata e cercherà di portare il Partito Democratico non a mobilitare le frange più progressiste, ma di guardare più al centro, cercando di strappare quei voti moderati andati ai repubblicani.

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Cosa dovrebbe fare il Partito Democratico?

Costruire un’agenda a livello di programma alternativo a quello di Trump. I progressisti si concentrano nello scagliarsi contro di lui imputandolo di tutto quello di cui lo si può legittimamente imputare. Questa non è però una tattica vincente. E le elezioni di mid-term ce lo fanno capire.

In che modo?

Alcuni dei candidati democratici hanno vinto grazie ad un programma ancorato non solo alla difesa dell’Obamacare (ndr. la politica sulla sanità di Obama), ma anche all’estensione della copertura assicurativa a livello universale, che Obama, per moderatismo, aveva escluso in partenza nel 2009. Quindi, secondo me, il Partito Democratico deve smettere di guardare al passato, ma deve concentrarsi sul futuro degli USA. E questo fu uno degli errori di Hillary Clinton nel 2016.

Quale, più esattamente?

Si è concentrata in senso negativo sui pericoli che avrebbe comportato una presidenza Trump, invece di offrire una sua visione per gli USA, una sua agenda per il futuro del paese.

Beh, lei sta dicendo un po’ quello che dice anche Michael Moore nel suo ultimo film “Fahrenheit 11/9”, quando mostra la delusione della gente di Flint nei confronti di Obama.

Indubbiamente. Trump ha avuto la capacità di mobilitare elettori di ceto medio-basso che fino a quel momento non si erano attivati elettoralmente perché non si riconoscevano nel sostanziale moderatismo del Partito Democratico. Per molti anni la corsa tra democratici e repubblicani è stata una corsa al centro. Quindi il Partito Democratico deve allontanarsi dalla politica moderata inaugurata da Bill Clinton ed abbracciare le frange più progressiste e liberal. 

Qualche ulteriore commento sulle elezioni di mid-term?

Noto la poca attenzione che si è data al voto nei singoli stati. L’avanzata più significativa del partito democratico si è avuta a livello di governatorati, laddove ne ha conquistati sette, raggiungendo la maggioranza nelle assemblee legislative di questi sette stati. E questo, in prospettiva, è molto importante.

In che modo?

Entro due anni, sulla base del censimento del 2020, dovranno essere tracciati i nuovi distretti elettorali, ed in questa tracciatura giocheranno un ruolo decisivo sia i governatori che le assemblee. Il controllo di questi stati permetterà di disegnare i distretti elettorali, il meccanismo noto come cosiddetto gerrymandering, proprio a favore del Partito Democratico. Questo può avere un peso nell’attribuzione dei seggi nei successivi 10 anni. Al di là del puro aspetto demografico, è, in pratica, un sistema usato dai partiti per trarne un vantaggio elettorale.

 

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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