“The Donald” continua ad andare giù duro contro l’Iran

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06/11/2018 Attilio De Alberi 209

Dopo l’annuncio all’inizio di maggio, Donald Trump ha appena reiterato la sua intenzione di applicare dure sanzioni alla Repubblica Islamica dell’Iran, coerentemente con la sua ostinata opposizione all’Iran Deal firmato nel 2015, e finora ampiamente rispettato dal governo di Teheran. In particolare sta partendo da Washington una seconda bordata di sanzioni: quelle sulle esportazioni di petrolio, sul traffico marittimo e aereo, e contro 50 banche, compresa la Banca Centrale iraniana.

Di nuovo, nello scenario mondiale, a parte i “soliti sospetti”, ossia Israele e l’Arabia Saudita, gli USA sono molto isolati nella loro iniziativa, a cominciare dalla netta opposizione non solo dell’Unione Europea, della Germania e del Regno Unito, ma anche della Russia (alleata dell’Iran) e della Cina, ossia di tutti i paesi co-firmatari dell’Iran Deal ai tempi della presidenza Obama.

E, neanche a farlo apposta, l’ultima uscita di Trump ha coinciso con il 39esimo anniversario dell’occupazione dell’ambasciata USA a Teheran il 4 novembre 1979. Anniversario che, anche quest’anno, è stato regolarmente celebrato dal governo iraniano, con la presenza di masse popolari in strada pronte più che mai ad esprimere pesantemente la loro avversità nei confronti del “Satana” americano, bruciando la bandiera a stelle e strisce e lanciando slogan anti-USA.

Al di là di tutto questo, rimane una forte problematica economica per l’Iran la cui valuta è scesa fortemente di valore, mentre tutti sappiamo che l’esportazione del petrolio figura tra le prime fonti di reddito per la nazione. Al tempo stesso, il paese è abituato a situazioni del genere, ed è tendenzialmente resiliente, mentre l’aumento del contrabbando sta diventando un escamotage per aggirare le sanzioni.

Ma Trump ha anche deciso di esentare dal suo programma di esenzioni, per almeno sei mesi, 8 paesi tra cui l’Italia, il maggiore importatore di petrolio iraniano in Europa. Gli altri paesi sono Grecia, Cina, India, Turchia, Corea del Sud, Taiwan e Giappone. Questa eccezione alla tolleranza zero verso l’Iran si ipotizza sia dovuta al timore di un’eccessiva salita del prezzo del greggio.

Discute di tutto questo con YOUng Luciana Borsatti, giornalista che ha vissuto molti anni a Teheran come inviata dell’ANSA ed autrice del recente volume “L’Iran al tempo di Trump” (Castelvecchi Editore).

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L’INTERVISTA

Fondamentalmente non c’è nulla di nuovo nell’ultima uscita di Trump contro l’Iran.

Trump sta andando avanti esattamente come aveva previsto di fare, e sta anche cercando di fare andare tutti quanti gli altri dietro di lui. Un po’ ci riesce, un po’ no.

In che senso?

Nel fatto, per esempio, che abbia appena dato un’esenzione di sei mesi ad alcuni paesi tra cui l’Italia sta appunto ad indicare che non è così facile ridurre l’export di petrolio iraniano. Comunque Trump continua a cercare di condurre dietro di sé, nel suo unilateralismo tutti gli altri paesi. Però negli ultimi sei mesi questo suo sforzo non ha avuto successo.

Al tempo stesso si vede che certe grandi aziende, come la Total, hanno già messo uno stop al loro business con l’Iran. Questo discorso però non si applica alle aziende più piccole.

Sì questo vale per le grandi aziende e per certi nostri mega-contratti che sono assolutamente fermi, anche se nessuno ha fatto dei passi formali per dire che si vuole ritirare. Però l’economia italiana è fatta anche di tante piccole e medie imprese che stanno alla finestra, nella speranza di poter continuare a far business con l’Iran. Ma sono convinta che l’Italia e l’Europa in generale possa continuare a lavorare con questo paese.

Al tempo stesso si fa osservare che l’opposizione della UE alla politica trumpiana verso l’Iran sia finora formale, e che, per esempio, l’SPV (Special Purpose Vehicle, uno strumento finanziario che dovrebbe permettere a continuare l’import-export con l’Iran) non ha ancora trovato una sede.

Sì, si sta pianificando la creazione del SVP, una società che permetterebbe una sorta di baratto, nel senso, per esempio, che io, importatore francese, compro petrolio dall’Iran, ma non pago l’Iran, ma pago un esportatore italiano che ha mandato lì dei macchinari. Se ne parla da settembre, come ha annunciato la Mogherini da New York, e si sta affinando il progetto. Rimane il fatto che nessun paese finora vuole diventare sede legale di questo meccanismo.

Perché si ha paura delle ritorsioni americane?

E’ chiaro. Ciò nonostante le autorità europee continuano ad assicurare Teheran che qualcosa verrà fatto.

Rimangono poi gli altri due grandi oppositori alla scelta di Trump, cioè la Russia e la Cina.

La Russia ha appena espresso la sua ostilità, il suo dissenso con Trump su questo soggetto. La Russia rimane un grande alleato dell’Iran. Ed anche la Cina dovrebbe continuare ad acquistare petrolio iraniano e continuerà a farlo. E’ una grossa partita ed anche piuttosto complessa. Possiamo semplicemente sintetizzare dicendo che l’Iran sa di poter continuare a contare sui mercati asiatici, e spera anche di poter contare anche su quelli europei per il proprio petrolio. Rimane comunque una certa comprensibile riservatezza tra le imprese grandi e piccole, e quindi è difficile fare previsioni precise.

Sembra che dietro la politica di “The Donald” ci sia l’obiettivo di portare a termine un regime change in Iran.

“The Donald” l’ha sempre negato, ma questo intento se l’è fatto sfuggire l’ex-sindaco di New York, ora suo consigliere legale Rudolph Giuliani: si è fatto prendere, potremmo dire, dall’entusiasmo e l’ha dichiarato apertamente più volte, ed in particolare a Parigi, ad una recente conferenza dell’MKO, organizzazione di oppositori molto influente in Occidente, ma poco o per nulla sostenuta in Iran. Rimane comunque l’obiettivo americano espresso dal Segretario di Stato Mike Pompeo in 12 diktat, e che hanno a che fare, in primo luogo, con il ridimensionamento delle politiche regionali dell’Iran. Certamente Trump cerca di ridurre a zero l’influenza dell’Iran nel Medio Oriente, ma non credo che otterrà molto facilmente questo risultato.

Guardando le dimostrazioni anti-americane a Teheran l’altro giorno sembrerebbe che la gente stia ora dalla parte del regime, perlomeno per ciò che riguarda i rapporti con gli USA. Quindi la politica di Trump potrebbe essere un boomerang nel senso che avvicina il popolo al regime.

Le dimostrazioni del 4 novembre sono quelle che si vedono regolarmente da 39 anni ad oggi, e sono “organizzate” dal regime, con la gente che viene portata in autobus per lanciare gli slogan che devono lanciare. Onestamente non vedo nulla di nuovo in tutto questo, tranne, appunto, un antiamericanismo più marcato proprio per le sanzioni che colpiscono soprattutto la gente comune E’ stato Trump a decidere di far coincidere la sua dichiarazione con questo anniversario.

Quindi la gente che ha dimostrato vicino all’ex-ambasciata USA rappresenta solo una parte del popolo.

Quelli che hanno dimostrato sono persone vicine al sistema, o perché ci credono o perché hanno degli interessi particolari. C’è poi un’altra parte del popolo che preferirebbe avere una repubblica laica, e che vorrebbe godere di quel benessere che il paese, con tutte le sue risorse, potrebbe teoricamente avere. Alcuni di loro sono scesi in piazza e continuano a farlo, con rivendicazioni settoriali, senza però essere organizzata come movimento politico. Ed è questo che Trump non capisce.

Quindi non esiste una vera e propria opposizione strutturata…  

No, non esiste. L’unica opposizione possibile è quella dei riformisti che sono un po’ delusi, pur rimanendo dietro il Primo Ministro Rohani. Sanno comunque che non c’è nessuna alternativa al governo di Rohani. Credo comunque che la gente scesa in piazza negli ultimi mesi, non con slogan contro gli USA, ma contro Rohani ed il Presidente Khamenei, non voglia sostanzialmente un cambiamento di regime, sapendo che, ora, porterebbe l’Iran ad una situazione simile a quella della Siria.

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Allora si può dire che il regime iraniano è più vicino a quello di Assad in Siria che ad altri regimi in Medio Oriente?

Non sono d’accordo. Il regime iraniano non è come quello di Assad. Certamente il regime iraniano mette in carcere i propri oppositori ed è carente in termini dei diritti umani, però non è paragonabile a quello di Assad, nel quale non esiste un vero dibattito politico, che invece è tuttora presente e vivace nella stampa e nelle piazze iraniane. In realtà in Iran tutti parlano di politica, anche se certi oppositori sono comunque bersagliati, ma non ci sono le incarcerazioni di masse e i desaparecidos tipici della Siria di Assad. Ci sono dei percorsi processuali criticabili, ma bene o male si sa dove finiscono certi oppositori.

Comunque, al di là di tutto questo il governo di Rohani è abbastanza solido.

La Repubblica Islamica è solida di fronte a tutto quello che sta succedendo.

Perché?

Primo, perché la gente non vuole un’altra rivoluzione. Secondo, perché il potere si fonda su un apparato militare ed economico basato sui pasdaran, le Guardie della Rivoluzione, che rappresentano l’ossatura del sistema, tra l’altro pronto a prendere il potere nel caso di una crisi della fazione moderata. E questo gli iraniani lo sanno, compresi quelli all’estero. Soltanto una riforma interna ed un’apertura al mondo potrà veramente cambiare le cose.

Ma il fatto che Trump abbia fatto la sua ultima uscita due giorni prima delle elezioni di mid-term, non potrebbe essere un’altra delle sue mosse demagogiche, un po’ come quella contro la colonna di migranti provenienti da Honduras e Guatemala, per accattivarsi l’elettorato ultra-nazionalista?

Certo, e l’ha fatto scientemente. Non è un caso se ha scelto la data del 4 novembre, cioè la ricorrenza della presa di ostaggi all’ambasciata USA del 1979, che rimane una ferita aperta, e anche a due giorni dalle elezioni di mid-term. Ma al tempo stesso, se questo potrà forse servirgli ad ottenere consensi nella battaglia per il Congresso, rimane il fatto che, in questa sua mossa, rimane molto isolato vìs-à-vìs il resto del mondo.

In ogni caso c’è una buona dose di resilienza tra gli iraniani.

Sì, questo non è il day after per gli iraniani, nel senso che essi sono pronti e rassegnati a tutto questo ormai da mesi, e poi ci sono già passati attraverso difficoltà simili. Sanno che potranno sopravvivere anche questa volta. La gente soffrirà, non avrà le medicine, non giungeranno i beni umanitari, ma se la caveranno. E teniamo in conto che le ultime sanzioni avevano il beneplacito della UE, ma queste no. E sanno che se la caveranno anche grazie al contrabbando: quelli a fare affari saranno i contrabbandieri, molti dei quali sono vicini ai Guardiani della Rivoluzione.

 

[foto copertina © Emad Hajjaj, www.cartoonmovement.com/p/16557]

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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