A che punto siamo col disarmo?

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21/12/2018 Attilio De Alberi

Mentre, come abbiamo scoperto pochi mesi fa il Doomsday Clock – l’Orologio dell’Apocalisse, creato da un gruppo di scienziati nucleari di Chicago a partire dal 1947, e volto a monitorare la possibilità di una catastrofe bellica planetaria – è stato spostato per il 2018 ad appena due minuti dalla mezzanotte, cosa non avvenuta dal 1953, nel bel mezzo della Guerra Fredda, la situazione non sembra essere migliorata.

Si parla di una Nuova Guerra Fredda, segnata, per esempio, dalla dichiarazione del presidente USA Trump di voler uscire dall’Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty (INF), il noto trattato stipulato da Ronald Reagan e Mikhail Gorbachev nel 1987, per ridurre la tensione della Guerra Fredda, e che portò ad un evidente disgelo.
E’ interessante, a questo punto, capire anche qual è la posizione del nuovo governo italiano “del cambiamento” in questo contesto. Si parla da un bel po’ di manovra, di reddito di cittadinanza e di pensioni, e di tagli alle spese inutili, ma per ciò che riguarda la situazione militare, questa sembrerebbe, almeno per il momento, non solo è ancora piuttosto nebulosa, ma non viene fatto sapere niente. Ed anche i media non ne parlano molto.

Discute di questo con YOUng con Maurizio Simoncelli, storico, esperto di geopolitica, vicepresidente e co-fondatore dell’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo (IRIAD) a Roma, tra l’altro partner per l’Italia dell’ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons – Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari), premiato col Nobel per la Pace l’anno scorso. Simoncelli è anche co-autore del recente volume Disarmo (editore Città Nuova).

L’INTERVISTA

Qual è la posizione del presente governo italiano per ciò che riguarda le spese militari?

Beh, con una legge di bilancio tuttora fantomatica è un po’ difficile dare ancora dei giudizi. Vedremo quando sarà scritta se ci saranno dei forti tagli, come dovrebbero esserci. Un paio di mesi fa era trapelato che ci sarebbe stato qualche taglio nella difesa, e che le spese in merito sarebbero state spalmate nei prossimi 2-3 anni, e che questo avrebbe apparentemente portato ad una contrazione della spesa. Ma ad oggi non abbiamo notizie certe. Quindi stiamo tuttora navigando in mezzo alla nebbia.

Se non sbaglio uno dei cavalli di battaglia del M5S era il rifiuto di comprare i famosi bombardieri F-35… Lì come siamo messi?

Anche lì siamo in una situazione in cui non si esprimono. Non sono state fatte dichiarazioni precise in merito. Ad ora siamo in attesa di vedere, nero su bianco, qualcosa in merito. Per ora, dopo una presa di posizione su questo quando il M5S era all’opposizione, non si possono vedere grandi cambiamenti rispetto al passato.

E per ciò che riguarda le nostre esportazioni di armi? La Germania e la Danimarca hanno interrotto la loro esportazione all’Arabia Saudita, soprattutto visti i disastrosi sviluppi della guerra in Yemen.

L’Italia, per ora, continua a vendere. Personalmente ho avuto, qualche settimana fa, un incontro, nell’ambito di una delegazione, col Ministro della Difesa Trenta. Ho fatto presente la questione delle nostre esportazioni, sulle quali la stessa Trenta aveva fatto delle esternazioni molto chiara, però la risposta, al di là del fatto che già l’anno scorso c’era stata una riduzione delle esportazioni, è stata molto interlocutoria, per non dire evasiva.

In che senso?

Ha detto quello che aveva già fatto il precedente governo nel 2017, ma non quello che intende fare il presente governo attualmente. Poi abbiamo avuto un incontro col capo di gabinetto del Ministro degli Esteri Moavero.

Con quali esiti?

Abbiamo di nuovo fatto presentato la problematica delle esportazioni di armi, in particolare verso l’Arabia Saudita, impegnatissima nella guerra in Yemen. Anche lì è stato un incontro piuttosto interlocutorio, nel senso che hanno preso nota di quel che dicevamo, ma, insomma, non sono andati oltre. Fatti concreti dal punto di vista del governo ancora non ne vediamo.

E a livello parlamentare?

Qualcosa si sta muovendo, ma ci sono posizioni discordanti tra Lega e M5S.

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Molti fanno notare la posizione di “asservimento” dell’Italia nei confronti degli USA e della NATO. C’è qualche novità a proposito?

Per ora non mi sembra ci siano novità significative. Una situazione di cambiamento decisiva potrebbe essere affrontare la questione della presenza delle bombe nucleari B-61 nelle base statunitense di Aviano in Friuli, ed in quella italiana di Ghedi Torre, vicino a Brescia. Si potrebbe dire: cerchiamo di essere coerenti con la nostra sottoscrizione al patto di non-proliferazione nucleare e chiediamo quindi al nostro alleato USA di trovare un altro paese dove collocare questi ordigni. Potrebbe essere un primo passo.

Altri potenziali passi?

Partecipare consistentemente ai colloqui sulla messa al bando delle armi nucleari, invece di essere del tutto assenti. Ad oggi non abbiamo segnali precisi in questo senso.

A livello internazionale, si era parlato, dopo il G20 a Buenos Aires della possibilità che Trump organizzasse un incontro a tre, USA-Russia-Cina per trovare un accordo che permettesse agli USA di ridurre le spese militare, vista soprattutto la grandezza del debito pubblico. Novità su questo?

Non abbiamo più avuto notizie in merito. Sembrerebbe più che i rapporti si svolgono sul filo delle sanzioni, dei rapporti commerciali e della crisi Russia-Ucraina. Non appaiono invece approcci sul tema delle armi nucleari, e questo è senz’altro un fatto preoccupante.

Secondo quale prospettiva?

L’aria di Nuova Guerra Fredda è ormai evidente. Per esempio, gli USA hanno chiesto alla Turchia di poter far passare le proprie navi da guerra per i Dardanelli ed il Bosforo allo scopo di posizionare nel Mar Nero e minacciare in qualche modo la flotta russa.

Altri esempi?

Sappiamo che qualche giorno fa i russi hanno fatto atterrare in Venezuela due arei dotati di armi nucleari. Insomma, stiamo rivivendo appieno le sceneggiate classiche della prima Guerra Fredda, sperando che si mantenga a livello di Guerra Fredda, visto che ci vuole poco per passare da uno stato di tensione ad uno di conflitto. Basta un errore, una valutazione errata. E’ uscito qualche anno fa un libro di Eric Schlosser, un giornalista investigativo americano, proprio su questo soggetto, intitolato Command and Control.

Cosa diceva Schlosser?
Raccontava tutti gli incidenti nucleari che sono avvenuti nel corso dei decenni che potrebbero portare, per una cattiva interpretazione di segnali, ad un conflitto.

Esempi?

Poco tempo fa si è parlato della morte di Petrov, un ufficiale sovietico che nel 1983 aveva individuato un attacco missilistico. Petrov si disse: è impossibile che ci attacchino con 5 missili, checché ne dicano i computer, dev’essere un errore. Per cui non ha reagito, passando pure dei guai all’interno della struttura militare URSS. Se al suo posto ci fosse stato un più ligio alle regole, si sarebbe scatenato un conflitto nucleare.

Un altro esempio?
Nel 1962 un sottomarino sovietico si era avvicinato alle coste statunitensi ed era stato individuato da un cacciatorpediniere USA che gli aveva lanciato delle piccole cariche di profondità per segnalarli che l’aveva scoperto. Il comandante del sommergibile pensava fosse un attacco ed era pronto a rispondere lanciando missili nucleari. Fortunatamente il vice lo distolse da questo proposito, convincendolo che la mossa americana era un semplice avviso.

Adesso c’è poi il recente annuncio da parte di Trump di voler uscire dall’INF, il trattato sui missili a medio raggio stipulato da Reagan e Gorbachev… The Donald è ancora determinato a uscirne?

Così sembra: il suo atteggiamento è quello di avere le mani libere e di decidere autonomamente su tutto. Questo è un ulteriore elemento preoccupante, visto che negli ultimi decenni si era costruita un’architettura internazionale di reciproco accordo. Proporre oggi azioni unilaterali non può che allarmare la controparte.

Qual è esattamente il contenzioso?

Da un lato si dice che la Russia abbia dei sistemi missilistici di teatro e in numero minore ce l’hanno gli USA. Però gli USA ce l’hanno sul territorio dei paesi alleati NATO. La Russia dice: io ce li ho, ma sul mio territorio. Torniamo quindi alle dispute che non hanno mai portato da nessuna parte, tipiche della Prima Guerra Fredda, quando si discuteva anche sul numero e sulla modernità dei carrarmati in dotazione delle due parti.

Poi ci sono le tensioni con la Cina.

Sì, indicativo il recente arresto di Meng Wanzhou, l’executive cinese della Huawei, nonché figlia del suo fondatore: questo è un fatto grave. Ci troviamo di fronte ad un embargo deciso unilateralmente da uno stato, e che si arroga il diritto di far arrestare cittadini di altri paesi che commerciano liberamente col paese indicato. Non è un embargo delle Nazioni Unite questo.

Ma al di là delle preoccupazioni neo-mercantilistiche di Trump esiste anche tensione a livello militare.

Certamente: la Cina è una potenza non solo economica, ma anche militare in crescita, difficile da arginare.

Ma al tempo stesso è una potenza senza una filosofia particolarmente aggressiva.

No, non lo è, e tanto meno penso che gli USA possano arrogarsi il compito, a livello internazionale, di porsi come guardiani del mondo, secondo i loro interessi almeno. Lo stesso rifiuto delle istanze collegiali dell’ONU, ma anche della stessa NATO possono preoccupare. Trump sembra avere un atteggiamento piuttosto sprezzante a riguardo. Un atteggiamento definito “sovranista”, ma che io non esiterei a definire “nazionalista”.

L’Europa potrebbe nel medio-lungo termine assumere una posizione più autonoma vìs-à-vis gli Stati Uniti?

L’Europa, se andiamo a guardare i numeri, ha il secondo esercito più grande del mondo, è la seconda grande potenza per spese militari a livello mondiale, ed è la seconda più grande esportatrice di armi, ma al tempo stesso soffre di una frammentazione permanente, e gli stati singoli non riescono a cooperare nella politica estera e nella difesa. Per questo la UE non riesce ad avere una voce autorevole a livello internazionale.

Per giunta adesso il quadro è complicato dalla Brexit, sapendo quanto la Gran Bretagna sia legata agli USA…

C’è chi dice che l’uscita della Gran Bretagna dalla UE potrebbe dare un impulso positivo alla UE perché questo paese ci stava per impedire un processo unitario. Questo è stato detto da autorevoli rappresentanti delle forze armate. Ma detto questo, ripeto, non mi pare che si stiano facendo grandi passi avanti. E in questo contesto mi viene in mente la crisi con l’Ucraina.

Perché?

Nel momento di maggiore crisi andarono a parlare con Putin i leader di Francia e Germania, ma non ci andò la Mogherini, nonostante il suo ruolo di responsabile di politica estera della UE. A conferma che per ciò che riguarda la politica e estera e gli armamenti, sul continente ognuno va aruota libera per conto proprio. Altro esempio: per un certo periodo l’Italia ha smesso di vendere armi all’Egitto, ed allora la Francia si è subito gettata a capofitto a venderle.

Quindi l’Europa è ancora molto indietro in termini di unità.

Temo proprio di sì, ed un peccato, visto che il movimento verso l’unità non è un processo autoritario, nato magari da un imperatore, come in passato, ma un processo collettivo, volontario e pacifico.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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