Il disordine continuo della telenovela trumpiana

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24/12/2018 Attilio De Alberi 222

Quasi ogni giorno un’imbarazzante novità si affaccia nell’ambito della presidenza di Donald Trump. A parte le continue novità a livello personale e nel contesto di tutta una serie di indagini, e non solo quelle relative al Russiagate, l’ultima grossa sorpresa sono state le dimissioni del Segretario alla Difesa James Mattis, subito dopo la dichiarazione da parte di The Donald di voler ritirare tutte le truppe USA dalla Siria.

Già da un po’ di tempo Mattis aveva espresso il suo disaccordo con la politica di Trump e ha reiterato questo in una chiara lettera al presidente che ha accompagnato le sue dimissioni. Chiaramente la decisione di uscire dall’amministrazione è legata a tutta una serie di disaccordi, e l’annuncio del ritiro dalla Siria è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Ma non è stato solo Mattis a dare le dimissioni: a lui si è aggiunto Brett McGurk, capo della coalizione anti-ISIS, pure lui in disaccordo sul ritiro USA dalla Siria. E per completare il quadro caotico, nel bel mezzo del parziale shutdown federale (legato al conflitto coi democratici nel Congresso sul finanziamento del famoso muro che il presidente vuole piazzare al confine col Messico), Trump ha discusso coi suoi collaboratori la possibilità di cacciare il presidente della Federal Reserve Jerome Powell per il suo rifiuto di non alzare i tassi d’interesse.

Poi, un’altra pesante goccia si è aggiunta subito dopo la decisione di Mattis. Trump, come già si presagiva da un po’, ha fatto sapere che vuole dimezzare il numero di truppe USA presenti in Afghanistan.

Bisognerà vedere quali saranno le conseguenze di lungo termine di tutte queste iniziative, sia a livello politico che militare. Iniziative tra l’altro legate alle promesse elettorali di stampo neo-isolazionista che hanno caratterizzato la campagna presidenziale del nuovo inquilino della Casa Bianca.

Discute con YOUng di tutto questo Ettore Greco, vicedirettore dello IAI (Istituto di Affari Internazionali) con sede a Roma.

L’INTERVISTA

Qual è la sua prima reazione alle dimissioni di Mattis?

Come si sa questa è stata l’ennesima uscita da parte di esponenti di spicco dell’amministrazione, ed in particolare di persone che si occupavano di sicurezza e difesa e della politica estera in generale.

Nel caso di Mattis qual è il problema in particolare?

Il fatto che fosse visto – ed era in realtà – un elemento di stabilità, quindi una specie di ancora, nel contesto di un entourage presidenziale caratterizzato da contrasti ed anche da poca chiarezza su molte linee di azione. Mattis era visto come un elemento di rassicurazione, in particolare dagli alleati, soprattutto per ciò che riguarda i rapporti di partenariato e di alleanza coi paesi occidentali, ed anche perché aveva tenuto la barra ferma su alcune linee tradizionali della politica estera americana, come i rapporti con la NATO e l’azione di contenimento della Russia. Già da mesi era in atto un contrasto tra Mattis e Trump sul potenziale ritiro delle truppe USA dal Medio Oriente.

Che tipo di personalità presenta Mattis?

Ha una personalità solida con un equilibrio caratteriale che non tutti hanno avuto all’interno dell’amministrazione. Quindi la sua uscita desta preoccupazioni perché potrebbe determinare ulteriori scossoni e rendere ancora più ondivaga la linea di politica estera americana.

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Che dire specificatamente sulla decisione di Trump di uscire dal teatro siriano?

Innanzitutto va detto che Trump ha sempre considerato la presenza militare USA nelle aree di conflitto del Medio Oriente come contraria agli interessi del paese, perché non stava producendo i risultati desiderati e risultava molto costosa. Sia durante la campagna elettorale che dopo essersi insediato al potere l’ha stigmatizzata come uno spreco di denaro. Questo s’inserisce in una generale ostilità verso i coinvolgimenti degli USA nei conflitti all’estero che Trump ha ripetutamente manifestato.

Questo fa parte della posizione neo-isolazionista di Trump, ma non è, da un certo punto di vista positivo, nella misura in cui almeno gli USA smettono di fare, come si suole dire, i “gendarmi del mondo”?

Il problema qui non è di appiccicare delle etichette. Bisogna capire qual è l’efficacia di certe azioni nell’ambito di situazioni concrete. Si tratta di una politica isolazionista fino ad un certo punto, basti pensare al rapporto sempre più conflittuale con la Cina, anche in termini militari. Ma soprattutto bisogna interrogarsi sulle conseguenze di questo ritiro dal Medio Oriente.

In che senso?

Il ritiro dalla Siria potrebbe rallentare la vera e definitiva sconfitta delle forze legate all’ISIS, mentre Trump ha giustificato questo ritiro parlando di una “missione compiuta”, come se l’ISIS fosse stato sconfitto definitivamente. Questo è politicamente rischioso, perché basato su un calcolo che potrebbe rivelarsi errato. Poi c’è la questione del contenimento della presenza della Russia in Medioriente e dell’espansionismo dell’Iran nella regione. Il ritiro dalla Siria potrebbe indebolire quest’azione di contenimento, anche se alcuni analisti ritengono che non cambierà molto, visto che si parla di solo 2000 soldati. Con il ritiro delle truppe Trump ha voluto probabilmente evitare anche alcuni rischi.

Che tipo di rischi?

Il rischio di un confronto militare sia con la Russia che con le truppe turche presenti nel nord del paese.

Però al tempo stesso si dice che il ritiro USA lascerebbe spazio libero alla Turchia di far fuori i curdi, che tra l’altro sono stati molto attivi ed utili nella sconfitta dell’ISIS.

Non c’è dubbio che i curdi, che sono stati finora appoggiati dagli americani e dai loro alleati, sia in Siria che in Iraq, si troveranno ora in crescente difficoltà, e che saranno, ancora una volta, abbandonati a sé stessi. Tutto questo mentre il presidente turco Erdogan ha già detto di voler intensificare l’azione militare nei loro confronti.

Qual è lo status delle forze ISIS in questo momento?

Si sono ridotte di molto… In Siria non hanno un vero controllo del territorio: sono presenze limitate, anche se potrebbero riorganizzarsi e riattivarsi. E’ quel che temono quanti criticano il disimpegno annunciato da Trump. Non si può escludere che questi gruppi terroristici tornino a colpire gli Stati Uniti. Fin dai tempi di Bush l’idea era di combatterli “a casa loro”, per impedir loro di intraprendere azioni in Europa o sul suolo americano. E’ questo ragionamento che ha portato alla presenza USA prima in Afghanistan, e poi in altre parti del Medio Oriente.

Cosa dire poi sull’intenzione trumpiana di ritirarsi dall’Afghanistan?

Un progressivo disimpegno USA potrebbe favorire un’ulteriore avanzata dei Talebani che già controllano quasi metà del paese… Variano poi le valutazioni in merito a questa intenzione.

Cioè?

C’è da capire se le truppe americane siano veramente decisive o se invece le truppe governative siano in grado di affrontare la situazione. Comunque, anche questa politica di ritiro fa parte della visione di Trump secondo la quale la presenza americana nel teatro medio-orientale non porta risultati ed assorbe troppe risorse.

Per tornare a Mattis, una delle sue politiche era la richiesta di un aumento delle spese militari.

Su questo non c’era una contrarietà da parte di Trump. Ora, però la maggioranza democratica nella Camera dei Rappresentanti si opporrà a questi aumenti, almeno nelle dimensioni volute dall’amministrazione. Ed è probabile che i democratici riusciranno ad imporre dei tagli. A questo punto, per quanto riguarda le spese militari, conterà soprattutto la dialettica tra il presidente ed i democratici.

Dopo la conferenza dei G20 a Buenos Aires si è detto che Trump prefigurasse un incontro a tre con Putin e Xi Jinping. Ma poi non se n’è più parlato.

Non vedo, in realtà, un grande interesse da parte degli Stati Uniti di fare questo genere d’incontro. A parte il fatto che le questioni in ballo sono bilaterali, ed anzi Trump è chiaramente più favorevole ad un bilateralismo che ad una concertazione allargata. Inoltre, primo, con i russi c’è un problema aperto che ha portato ad annullare l’incontro con Putin previsto in occasione del G20. Con Xi Jinping invece l’incontro c’è stato, ma lì la problematica è soprattutto legata ai dissidi commerciali. Inoltre una riunione a tre di USA, Russia e Cina significherebbe una marginalizzazione dell’Europa e di altri alleati per ciò che riguarda le problematiche globali. Trump poi non vuole mostrarsi troppo accomodante con Putin, a causa dell‘indagine sul Russiagate. In ogni caso a Trump sembra piacere un tipo di diplomazia personale e continua ad esprimersi positivamente nei confronti di questi leader autoritari. E questo era uno degli elementi che non piaceva a Mattis, il quale, nella dichiarazione che ha accompagnato le sue dimissioni, ha fatto riferimento a numerosi disaccordi col presidente che riguardavano il rapporto con gli alleati.

Cos’è che non andava giù a Mattis in questo contesto?

Quella che lui percepiva come una mancanza di rispetto nei confronti degli alleati, che per lui rivestivano una grande importanza, e certi atteggiamenti appunto accomodanti di Trump verso i leader autoritari. Inoltre Mattis ha fatto riferimento al fatto che il presidente non sapesse usare tutti gli strumenti utili ad una difesa comune.

Intanto, dopo l’exploit, si dice soprattutto mediatico, dell’incontro di Trump con Kim Jong-un, non si è più tanto parlato del contenzioso relativo alla Corea del Nord.

Siamo qui in una situazione di stallo. Al di là delle promesse di Kim Jong-un e del relativo riavvicinamento tra le due coree, tra l’altro facilmente revocabili, quello che sappiamo, sia dall’intelligence USA che dall’agenzia atomica dell’ONU, è che comunque la Corea del Nord sta continuando il suo programma nucleare, sia in termini missilistici che per ciò che riguarda l’arricchimento dell’uranio e la produzione delle bombe. Il fatto che non ci siano dei test non significa che il programma sia stato interrotto. Trump intanto dice che vorrebbe avere un ulteriore incontro con Kim Jong-un, di cui, nonostante tutto, dichiara di fidarsi.

Pochi giorni fa Putin ha fatto un discorso di fronte alla stampa nazionale ed internazionale ed ha parlato di un pericolo di guerra nucleare.

Le preoccupazioni di Putin sono legate soprattutto alla situazione in Europa, laddove, secondo i russi, l’installazione di sistemi anti-missile in Romania e poi in Polonia, sarebbero una minaccia per il loro paese. In realtà non ci sono prove tangibili che le installazioni anti missile americane in Europa possano essere convertite a usi offensivi. Al tempo stesso, a seguito dell’annessione della Crimea e della guerra nel Donbass, la NATO ha rafforzato le propria propria presenza militare nell’Est Europa. C’è poi l’accusa verso la Russia di aver violato il l’Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty (INF) dal quale Trump ha annunciato che si ritirerà. Gli europei credono si possa ancora trovare una soluzione diplomatica attraverso i controlli previsti dall’INF. E’ da notare peraltro che lo stesso Putin si è espresso tempo fa contro l’INF.  Resta il fatto che la fine  del trattato rappresenta una grave minaccia per l’Europa. Poi c’è da osservare che l’INF riguarda solo USA e Russia, ma non coinvolge altri paesi, come, per esempio, la Cina.

Però non si può dire che Russia e Cina siano più vicini che Russia e USA?

Ciò dipende da come si vedono le cose. Certamente c’è una convergenza d’interessi tra i due paesi, ma gli analisti si dividono su questo. Personalmente sono convinto che ci sia comunque un rapporto di rivalità abbastanza evidente, perché sono in aperta competizione soprattutto in Asia centrale. Russia e Cina sono dopo tutto confinanti e poi la Cina è un paese che, demograficamente, continua a crescere e potrebbe premere su questi confini che sono già stati fonte di conflitto. E’ chiaro che Putin vuole giocare la carta cinese, ma sussiste comunque una competizione tra Russia e Cina, a meno che gli USA li spingano ad un’eventuale alleanza.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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