Brasile: la minaccia di una vittoria finale di Bolsonaro

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09/10/2018 Attilio De Alberi 1416

Sono stati piuttosto scioccanti i risultati della prima tornata elettorale in Brasile questa domenica, con il candidato di estrema destra Jair Messias Bolsonaro, leader del piccolo partito social liberale (PSL) attestatosi al 46,3%, e quindi molto vicino ad essere eletto presidente, mentre Silva Fernando Haddad, il candidato di sinistra del PT (Partito dei Lavoratori), scelto da Lula, bloccato in carcere, non è andato oltre il 29,28%.

Purtroppo Haddad, oltre a non essere carismatico come Lula, è stato, pur avendo in passato coperto la carica di sindaco di San Paolo.

Ora bisognerà vedere se al ballottaggio, che si terrà il 28 ottobre, Bolsonaro riuscirà ad affermarsi definitivamente, o se su Haddad confluiranno abbastanza preferenze in modo da bloccare il suo avversario, in quella che potrebbe essere un’alleanza per la “salvezza nazionale”.

Anche se Bolsonaro dovesse essere eletto democraticamente, non dobbiamo dimenticare che viene dall’esercito, e che oltre ad essere omofobo, misogino e favorevole al diffuso uso delle armi a livello personale e privato (in un paese dove già si contano 63.000 omicidi ogni anno), il suo obiettivo è, usando le sue parole “spazzare via la sinistra”. Questo ci riporta, anche se in maniera diversa, al clima istauratosi in Brasile tra il 1964 ed il 1985, quando il paese fu vittima di una feroce dittatura militare. Non è un caso se Bolsonaro ha pubblicamente elogiato questo periodo nefasto della recente storia brasiliana.

C’è da aggiungere che Bolsonaro è anche, a modo suo, razzista. Secondo lui, il Brasile avrebbe ereditato “l’indolenza” degli indigeni e la “furfanteria” degli africani. Inoltre, questo personaggio crede che i nuclei familiari composti da sole madri e nonne altro non sarebbero che “fabbriche di disadattati”.

Ed infatti, nel corso della campagna elettorale si sono levate le voci di migliaia di donne, partite da un gruppo su Facebook chiamato appunto Donne unite contro Bolsonaro. Il grido comune, espresso anche per le strade, è statoEle não! Ele nunca!” (‘Lui no! Lui mai!’).

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Ma chiaramente l’opposizione delle donne non è servita a frenare il successo elettorale di Bolsonaro, soprattutto nelle regioni centro-meridionali, note per l’avversione alla sinistra, e tra le classi medio-alte. A questo bisogna aggiungere l’appoggio ricevuto dei settori più conservatori della Chiesa Evangelica, il che spiega i voti confluiti dalle classi popolari, indipendentemente dal sesso o dal colore della pelle.

Discute questi risultati con YOUng Nicola Bilotta, junior reseearcher in economia presso l’Istituto di Affari Internazionali (IAI) di Roma, ed esperto di America Latina.

L’INTERVISTA

Quale commento fare sul risultato di Bolsonaro?

La sua affermazione è stata aspettata, ma inaspettata nei numeri, nel senso che ci si attendeva una sua affermazione al primo turno, ma attorno al 30%. Invece, per un pelo, non ha vinto proprio al primo turno.

Bolsonaro è stato descritto dalla stampa anglosassone come “il Trump tropicale”. Cosa ne pensi di questo?

In generale, penso che le comparazioni sono sempre sbagliate. Nel contesto socio-economico e storico del Brasile, Bolsonaro non può esser considerato un Trump. Il Brasile è una democrazia relativamente giovane e fragile, caratterizzata da un passato di dittatura militare fino agli anni ’80, e quindi Bolsonaro rientra più nella tradizione militare del paese, più che in una populista come quella di Trump.

Tutta l’opposizione a Bolsonaro da parte delle donne non sembra aver funzionato.

Certamente la società civile e progressista brasiliana ha fortemente criticato le posizioni radicali ed estremiste di Bolsonaro, ma nonostante ciò, e nonostante la copertura mediatica delle sue uscite misogene ed omofobe, è stato votato da un certo numero di donne. Altrimenti il risultato ottenuto non si spiegherebbe.

Quindi come spiegare in generale il successo ottenuto?

Bisogna tener conto che il Brasile è stato dilaniato negli ultimi anni da una delle peggiori crisi economiche, e che ha visto i partiti tradizionali venir spazzati via dalla cosiddetta “Operazione Car Wash” (ndr. indagine contro la corruzione), con, pergiunta, il grande leader morale del paese, Lula, finito in carcere per corruzione. A questo punto Bolsonaro è stato visto come l’unica figura politica alternativa per il paese.

Ma l’Operazione Car Wash sembra essersi concentrata più sul PT che su altri partiti, pur essendo la corruzione diffusa anche tra questi.

Sì, infatti si può parlare di corruzione sistemica, che ha colpito anche membri del Movimento Democratico Brasiliano (MDB), il partito di Temer, successore di Dilma Rousseff, menzionato, tra l’altro, nei Panama Papers per i suoi conti all’estero. A questo punto Bolsonaro emerge come un’eccezione, visto che sulla sua figura non c’è stata alcuna indagine, e questo l’ha aiutato nel creare un’immagine di uomo duro e puro, che può salvare il paese, appunto, dalla corruzione.

Ma concentriamoci un attimo sulla crisi economica…

Stiamo parlando di un paese che è passato dall’essere un modello per l’America Latina a divenire invece una pecora nera nel continente.

Però, soprattutto con Lula, il Brasile aveva fatto grossi progressi, soprattutto dal punto di vista della redistribuzione del reddito.

La politica economico-sociale di Lula è stato senz’altro un grande modello di sviluppo, ma dai piedi di argilla.

Perché?

Si è sempre parlato delle rendite provenienti dallo sfruttamento delle materie prime, aumentate anche grazie alla domanda cinese. Queste hanno permesso di finanziare le politiche di redistribuzione di Lula. Ma poi tutto è saltato con la crisi economica, e Dilma Rousseff, prima di subire l’impeachment, non è stata in grado di dare delle risposte soddisfacenti per contrastarla.

Qualche esempio?

La disoccupazione, che nel 2014 era al 6-7% è salita negli ultimi anni, fino ad arrivare al 14% nel 2017. Sono perfettamente d’accordo che Lula abbia fatto un ottimo lavoro per ciò che riguarda la redistribuzione del reddito e l’eliminazione della povertà, ma poi si è creato un buco di bilancio che ha impedito di sostenere questo programma.

E Bolsonaro come si propone in tutto questo?

I mercati ed i grandi investitori appoggiano Bolsonaro, proprio perché si è ripromesso di riformare il sistema pensionistico, che ora pesa al 15% sul PIL, e ha promesso di privatizzare alcune imprese pubbliche.

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Beh, non è un caso che come potenziale ministro dell’Economia, in un suo eventuale governo, Bolsonaro abbia indicato Paolo Guedes, che appartiene alla Scuola di Chicago, nota per il suo liberismo.

Sì, Guedes, nelle sue interviste prima delle elezioni ha dichiarato che una delle mosse del suo governo sarebbe la privatizzazione di Petrobas (ndr. la compagnia petrolifera di stato). Ma al tempo stesso Bolsonaro ha detto che certi asset strategici non saranno privatizzati.

Quindi?

Bisognerà vedere, nel caso di elezione, fino a che punto Bolsonaro si farà influenzare da Guedes, anche perché, tradizionalmente, nella sua carriera politica, è stato molto timido nel promuovere delle riforme di libero mercato. Per esempio, quest’anno, durante lo sciopero dei camionisti, questi ultimi chiedevano di mantenere i sussidi statali per l’acquisto del diesel, e Bolsonaro si era dichiarato disposto a rimborsarli nel caso fosse stato eletto. Quindi è un po’ da vedere quali saranno gli sviluppi reali nel caso egli diventi presidente. Un modello potrebbe essere come quello di Pinochet, con uno stato forte, ed un’economia improntata al libero mercato, anche se, ovviamente Bolsonaro, diversamente dal golpista Pinoichet, verrebbe eletto democraticamente.

Come vedere poi l’appoggio della Chiesa Evangelica a Bolsonaro?

Si può spiegare perché Bolsonaro viene visto come un puro, al di fuori dal marcio della politica e dei partiti tradizionali brasiliani, che si rifà a quei valori che avevano caratterizzato la dittatura militare: una codificazione socio-culturale che piace agli evangelici più integralisti.

Quali sono le possibilità di bloccare Bolsonaro nel prossimo turno elettorale?

Sicuramente Bolsonaro ha mezza vittoria in tasca, visto il distacco rispetto ai risultati di Haddad, e quindi sarà difficile per il PT recuperare. Al tempo stesso Bolsonaro rimane il candidato più divisivo, ossia o è amato o è odiato. Quindi dovrà calmare i toni ed il suo messaggio aggressivo per conquistare quei voti di centro e centro-destra che gli mancano per vincere.

E Haddad cosa può fare?

Sarà interessante vedere se riuscirà a recuperare staccandosi dalla figura del Partito dei Lavoratori e a rafforzarsi attraverso la figura di Lula. Il paradosso è che Lula continua ad essere amato moltissimo in Brasile, ma la gente non ama il PT.

C’è anche il problema che Haddad non è molto carismatico.

Sì, ed era anche uno sconosciuto, al di fuori della regione di San Paolo.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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