Lotta al cambiamento climatico: a che punto siamo?

Dicembre 10, 2019
Attilio De Alberi
Per leggere questo articolo ti servono: 9minuti

Si è aperta la settimana scorsa a Madrid la COP25, il vertice intergovernativo sul clima, con 196 delegazioni (50 i capi di stato presenti), firmatarie dell’accordo di Parigi raggiunto nel 2015 alla COP21 di Parigi. Così si è espresso all’apertura del vertice il portoghese Antonio Guterres, attuale Segretario Generale delle Nazioni Unite: ”La specie umana ha fatto guerra al pianeta. Adesso il pianeta risponde. I cambiamenti climatici, da crisi sono diventati emergenza climatica globale (…) Finora gli sforzi sono stati gravemente inadeguati (…) Ci troviamo in una fossa e continuiamo a scavare (…) Siamo vicini al punto di non ritorno (…) Il mondo deve scegliere tra speranza e capitolazione”.

Secondo la WMO (World Metereological Organization – Organizzazione Metereologica Mondiale) gli ultimi cinque anni sono stati i più caldi mai registrati. Al tempo stesso i livelli di anidride carbonica nell’atmosfera hanno superato le 407,8 parti per milione. Le conseguenze devastanti si possono vedere, per citare Guterres, nei “disastri naturali sempre più frequenti e distruttivi, siccità e gli uragani, aumento del livello dei mari, aumento del livello dei mari, scioglimento delle calotte polari, perdita di biodiversità.” Guterres ha specificato che “abbiamo bisogno di cambiare rapidamente il modo di produrre, di generare energia, di costruire le città, di muoverci e di alimentare il mondo”.

E’ chiaro che ci deve essere una volontà politica a livello globale per ridurre le emissioni di CO2 e combattere il conseguente effetto serra, portando il livello di temperatura sul pianeta a non più di 1,5° entro il 2030.

Fortunatamente, al di là degli impegni politici dei singoli stati si stanno imponendo sempre di più a livello mondiale movimenti giovanili come Fridays for Future ed Exctinction Rebellion. E la nota attivista Greta Thunberg, dopo aver attraversato l’Oceano Atlantico in un catamarano a vela ha raggiunto la conferenza di Madrid, dopo aver parlato, non molto tempo fa, sui problemi relativi al cambiamento climatico alle Nazioni Unite a New York-

Discute di tutto questo con YOUng, Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia, con sede a Roma.

 

L’INTERVISTA

 

Ho letto con grande interesse un suo articolo su Il Manifesto e ho notato un certo scetticismo sull’incontro COP25 a Madrid…

No, non è scetticismo sulla COP25, il tono forse risente del fatto che si vede una difficoltà crescente a rilanciare sul serio gli obiettivi climatici. Questa COP25 deve discutere alcuni aspetti tecnici importanti e, come succede in tutti i negoziati internazionali, è molto importante come si scrivono le regole e come si fa la contabilità. Quindi io non sono tanto scettico sull’esito della COP25, ma quello che vedo è un affaticamento nel voler rivedere gli obiettivi nazionali volontari, perché quello che non è esplicitato nell’articolo è che a livello europeo ci sono molte tensioni. Siccome già dall’inizio del 2020 andrà riaperta la discussione sugli obiettivi volontari, e dunque anche i nuovi obiettivi sia europei che nazionali che dovranno essere presentati alla COP26 che si terrà tra un anno nel Regno Unito. A questa COP25 temiamo che ci sia un tentativo di annacquare i meccanismi di contabilità previsti dall’Accordo di Parigi da parte di alcuni Paesi come il Brasile, ossia introdurre doppi conteggi ed altre astruserie che servono per indebolire o per sovrarappresentare in termini di riduzione delle emissioni di gas serra le azioni che vengono fatte. In Europa la parte positiva esiste ed è quella della Banca Europea che ha dichiarato di chiudere i finanziamenti a carbone e petrolio, ed è quella del discorso sul Green New Deal (fatta salva una quota di fuffa). Ma siamo ancora ben lontani da avere un impegno concreto e all’altezza della sfida climatica.

 

Mi pare comunque che Ursula Gertrud von der Leyen, la nuova presidente della Commissione Europea, sia piuttosto favorevole al Green New Deal…

Sì, ma il problema è che cosa significa, cioè quantitativamente che impatto ha. Quindi il problema è sulla quantità, e questo è il problema generale. Anche se le intenzioni sono giuste e la comunicazione è positiva, rimane la questione di quantità di riduzioni di emissioni effettivamente in gioco e di tempi. Il problema nel combattere i cambiamenti climatici è che non abbiamo molto tempo ed abbiamo bisogno di raggiungere delle quantità significative di taglio delle emissioni.

 

Ossia in particolare?

L’IPCC (Commissione intergovernativa sui cambiamenti climatici) ci chiede una riduzione complessiva del 45% su scala globale entro il 2030 delle emissioni di CO2, e questo richiede una riduzione maggiore per l’Europa e per gli altri Paesi di industrializzazione più antica e dunque con un livello maggiore di responsabilità visto che gas come la CO2 rimangono in atmosfera per tempi secolari.

 

La decisione rimane politica, ma non esiste forse una forma di lobbysmo da parte delle compagnie che emettono CO2 proprio per ridurre l’impatto delle iniziative politiche?

Certo che esiste perché mette in discussione le loro attività. In particolare, assistiamo anche a una nuova dinamica nel settore energetico: le aziende che producono elettricità possono usare fonti rinnovabili per produrla. Ma le aziende che estraggono gas, petrolio e carbone devono cambiare mestiere, e questo è assai più difficile e dunque provoca maggiori resistenze al cambiamento.

 

Quali sono i termini della discussione?

Attualmente gli obiettivi europei per il 2030 prevedono una riduzione del 40% delle emissioni di CO2. La rete ambientalista di cui facciamo parte – il Climate Action Network – chiedono un taglio del 65% in Europa al 2030. I documenti presentati da parte di alcuni paesi volenterosi propongono il 55%. In particolare c’è anche una lettera di sette aziende elettriche, tra cui l’ENEL e la spagnola Iberdola che in qualche maniera si allineano a metà tra i governi e gli ambientalisti e chiedono un taglio di “almeno il 55%” rispetto alle emissioni del 1990. Si vede quindi che almeno in parte del mondo elettrico questa è una prospettiva e una sfida accettata. Questo perché si tratta di elettrificare i consumi ancora dominati dai combustibili fossili. Per certi versi si sta ripetendo un conflitto che esisteva all’inizio dell’elettrificazione dei primi del 900 quando l’elettricità sostituì il gas ad esempio nell’illuminazione pubblica. Quando Edison ed altri brevettarono la lampada ad incandescenza e le città cominciarono ad essere illuminate con la luce elettrica, le aziende del gas, che fino ad allora fornivano il servizio, ebbero un crollo del loro valore in borsa. Quello che bisognerebbe fare ora è, espandere l’elettrificazione ad altri utilizzi e produrre elettricità con fonti rinnovabili. Per esempio, vietare nei palazzi l’installazione di nuovi impianti a gas e sostituirli con pompe di calore. Il punto essenziale è che questa trasformazione richiede degli investimenti importanti. Una parte di questi investimenti in realtà si ripagano perché la bolletta energetica non è gratuita. L’Italia per esempio dipende al 100% dalle importazioni di carbone, e per gas e petrolio per quota superiore all’80%. E’ chiaro che una politica che preveda l’aumento significativo di produzione da fonti rinnovabili ridurrebbe, come peraltro già sta facendo dal 2010 a oggi, la dipendenza energetica complessiva del paese.

 

Oltre al famigerato Trump o a Bolsonaro quali altri paesi si stanno muovendo in maniera lenta o ostruzionista nei confronti di questo cambiamento?

Beh, certamente l’Italia non brilla per questo, e diamo segnali contraddittori: magari in certi ambiti votiamo bene (come nel caso della Banca Europea), però poi il ministro Patuanelli ha detto che il piano integrato energia-clima – largamente insufficiente – non si tocca. L’Italia peraltro non è tra i paesi firmatari per aumentare l’audizione europea sul clima, quindi insieme alla Polonia e ai paesi che dipendono di più dal carbone. Anche in Germania c’è un dibattito abbastanza forte, ma almeno è un dibattito serio, per cui questo paese è pronto a ridiscutere. Il problema è ovviamente il far quadrare i conti, ed io credo che è anche una questione su che tipo di investimenti su queste iniziative si sia disposti a fare, perché è chiaro che si tratta di far nascere nuovi settori, d’irrobustire nuove tecnologie, però questo va a scapito di altre. Nel paniere energetico, se si aumentano l’efficienza negli usi energetici, e si torna a spingere sulle rinnovabili si viene a ridurre lo spazio degli altri. Ed è quello che è già successo in Italia e che ha generato la reazione del settore del gas che è riuscito in sostanza a bloccare le rinnovabili già da alcuni anni.

 

In che senso?

In Italia la polemica contro gli incentivi alle rinnovabili è avvenuta perché queste sono cresciute in maniera per alcuni inaspettata dal 2011 in poi, ed hanno “invaso” la quota di mercato del gas. Si è già detto che il carbone deve andar fuori, ma l’altra fonte che verrebbe invasa dall’aumento significativo delle rinnovabili sarebbe il gas. E il piano energia clima riflette questo tema: le rinnovabili andranno piano fino al 2025, quando il carbone uscirà dalla produzione elettrica, e solo dopo si prevede un aumento più sostenuto.

 

E come si pongono nel contesto globale colossi come Russia, Cina ed India?

La Russia ha ratificato l’accordo di Parigi. L’ha fatto per varie ragioni, e dobbiamo tener conto che ha subito incendi terrificanti quest’estate. La Cina, come conseguenza della politica di Trump ha rallentato, quindi nel paese il carbone è tornato a crescere, anche se rimane il maggiore investitore nelle fonti rinnovabili. Quindi la Cina è un paradosso: il re del carbone ed il re delle rinnovabili. L’India è in una situazione intermedia: negli ultimi anni sta facendo molto sulle rinnovabili ed è ormai considerata il mercato più emergente. E sia l’India che la Cina hanno un problema locale, cioè l’utilizzo del carbone è la causa principale di una qualità dell’aria pessima, e quindi, clima globale a parte, devono ridurre assolutamente i livelli d’inquinamento delle città che sono paragonabili alla Londra del 1800.

 

Ho sentito dire da una persona amica che secondo lui l’effetto serra non è tanto dovuto all’azione umana, cioè alle emissioni di CO2, ma al sole. Che dire su questo?

E’ una balla. Nelle curve di previsione dei climatologi si considerano tutti gli effetti, quelli naturali e quelli non, e quelli legati alle macchie solari sono già conteggiati e scontati. I climatologi, che negli ultimi trent’anni hanno arricchito esponenzialmente le loro capacità di calcolo anche grazie ai satelliti, non sono certamente degli sprovveduti che non conoscono i cicli solari. Un bel sito – Climalteranti – spiega nel dettaglio le bufale che, ad arte, vengono diffuse per inquinare il dibattito sul clima.

 

Cosa dire dell’impatto di movimenti come Fridays for Future ed Exctinction Rebellion nella lotta contro il cambiamento climatico?

E’ molto importante che i giovani si muovano in questo senso e, come Greenpeace, cerchiamo di interagire e dialogare in modo costruttivo. Questa generazione ha preso coscienza che il loro futuro è a serio rischio se non cambiamo il nostro modo di produrre e consumare. Vanno ascoltati e va data loro una risposta seria.

 

Ho sentito parlare dell’operazione “Mare Caldo” organizzata proprio da Greenpeace Italia nel Mediterraneo. Cosa può dire su questa?

Si tratta di un primo rapporto sugli impatti del cambiamento climatico nel Mediterraneo e quindi abbiamo cominciato un’attività anche di ricerca, con la collaborazione di diversi istituti scientifici. Sappiamo che il livello del Mediterraneo in Italia è cresciuto in media di 2,4 millimetri all’anno, e questo è uno degli effetti più preoccupanti del riscaldamento globale, perché l’aumento di temperatura tende sia a sciogliere i ghiacci, e dunque a aumentare i flussi verso il mare, ma anche proprio a dilatare l’acqua perché c’è un effetto termico che è prevalente nel fenomeno. Finora mari e oceani hanno assorbito il 90% del calore e assorbono anche parte della CO2 – che però li acidifica – ma non sappiamo per quanto ancora questo “aiuto della natura” continui in futuro.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
SOSTIENI IL PROGETTO!
Sostienici
Quanto vale per te l’informazione indipendente e di qualità?
SOSTIENICI