Amazon e l’assurdo non pagamento delle tasse

Febbraio 22, 2019
Attilio De Alberi
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Si è parlato molto, recentemente, del ricatto da parte del National Enquirer, la pubblicazione scandalista americana nei confronti dell’uomo più ricco del mondo, ossia Jeff Bezos, proprietario di Amazon, riguardo le sue avventure sessuali con l’amante. Non bisogna dimenticare che mentre l’editore del National Enquirer è amico di Trump, Bezos possiede anche il quotidiano Washington Post, non certo favorevole al presidente USA. A parte però questo “scandaletto”, c’è purtroppo in ballo un’altra questione, da un certo punto di vista molto più grave: Amazon, per due anni di seguito, non ha pagato un centesimo di tasse federali. E questo nonostante la nota compagnia abbia quasi raddoppiato i suoi profitti nel 2018.

Secondo un rapporto emesso dall’ente federale SEC (US Securities and Exchange Commission), il più grande rivenditore al dettaglio online del mondo, che ha un valore di ben 795 miliardi di dollari, ha guadagnato, solo negli Stati Uniti, una cifra record di 11,2 miliardi di dollari, eppure, al tempo stesso, non ha pagato il 21% di tasse corporative. Questo grazie all’utilizzo di non specificati crediti fiscali e a deduzioni compensative basate sulle azioni in borsa.

Invece, come ha fatto sapere l’Institute on Taxation and Economic Policy (Istituto sulla Politica Fiscale ed Economica), Amazon ha ricevuto uno sconto relativo alla tassa federale sul reddito di 129 milioni di dollari, il che ammonta, praticamente, ad un tasso fiscale negativo del -1%.

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Naturalmente si sono levate subito le critiche, a cominciare da quelle di Bernie Sanders, noto per la sua lotta contro le sperequazioni sociali a favore dei miliardari, che ha accusato l’impero di Bezos di ottenere dei vantaggi utilizzando il codice fiscale, pur raccogliendo miliardi di dollari sul mercato.

In un Tweet, Sanders ha scritto: “Il nostro lavoro: chiedere che le grandi corporation paghino la loro giusta quota di tasse in modo da poter ricostruire la classe media che sta scomparendo”.

Non è la prima volta che Amazon è stata oggetto di indagini per la sua pratica fiscale. Anche l’anno scorso la compagnia non ha pagato le tasse federali sul reddito. Allora, Amazon affermava che ciò doveva essere attribuibile ad un “eccesso delle deduzioni compensatorie legate al capitale azionario” ed agli effetti della legge del 2017 sui tagli fiscali.

Al tempo stesso Bezos ha dovuto confrontarsi con una forte opposizione a New York a causa del suo progetto di costruire un secondo quartiere generale a Long Island City (ndr. la compagnia ha ora base a Seattle), un quartiere nel Queens, in cambio di 3 miliardi di dollari (provenienti dalle tasse dei cittadini). La compagnia ha detto che farà confluire miliardi di dollari in investimenti locali e creerà 25.000 lavori ben pagati in cambio.

Tra i critici di questa operazione, che alla fin fine pare verrà cancellata, c’è stata la giovane rappresentante socialista-democratica al Congresso del Bronx, e parte del Queens, che in un Tweet ha scritto:”Amazon è una compagnia miliardaria. L’idea che riceva centinaia di milioni di dollari in tagli fiscali in un momento in cui la nostra metropolitana è in sfacelo e le nostre comunità hanno bisogno di PIU’ investimenti, non meno, desta estrema preoccupazione tra i residenti qui”.

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E’ stato fatto anche notare che invece di investire in aree come quella di New York, Amazon dovrebbe investire invece in aree notoriamente ultra-disagiate come Detroit o Cleveland. Per non parlare poi dei danni causati da Amazon ai piccoli rivenditori.

Ironicamente, un altro progetto d’investimento simile a quello di New York, dovrebbe aver luogo in Virginia, molto vicino a Washington D.C., il centro del potere USA.

Brian Brenberg, docente di economia al King’s College, fa notare che dietro questo tipo di progetti c’è un sistema lobbistico che permetterebbe alla Amazon di rimanere al vertice, e ha dichiarato, in un’intervista: “Amazon, dopo esser diventata una compagnia che ha perturbato l’industria, vuole diventare una compagnia al vertice grazie alla sua influenza sulla politica”.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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