Grandezza e limiti della conferenza sulla Libia a Palermo

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14/11/2018 Attilio De Alberi 198

Terminata la conferenza sulla Libia a Palermo le reazioni sono state varie, a parte quelle ufficiali, tendenzialmente positive, da parte del governo Conte, incaricato di organizzarla. Per certi è stato un successo, per altri un mezzo fallimento.

Da un lato la conferenza ha permesso ai vari attori (anche se non tutti) della crisi libica, sia a livello nazionale che internazionale, d’incontrarsi e parlare, nel tentativo di portare il paese ad una stabilizzazione duratura.

D’altro canto, il generale Haftar, l’uomo forte della Cirenaica in contrapposizione ad Al Serraj, il presidente “ufficiale” riconosciuto dall’ONU, con sede a Tripoli, non ha in realtà partecipato ai lavori, anche se è già un successo che sia venuto a Palermo ed abbia intrattenuto degli incontri bilaterali.

Si sperava anche che alla conferenza partecipassero Trump, Merkel e Macron, ma non sono venuti. La Russia è stata rappresentata dal Primo Ministro Medvedev. Poi c’è stata la dipartita molto irritata del rappresentante turco, il vicepresidente Fuat Oktay, deluso a causa dell’esclusione dal meeting informale con Conte, Medvedev, Al Sisi, Haftar, Al Serraj e gli altri.

In realtà la crisi libica non si può separare dagli interessi di attori esterni al paese: a parte i soliti Italia e Francia, con i loro interessi strategici ed economici, ci sono la Russia, l’Egitto, l’Arabia Saudita e gli Emirati, che appoggiano apertamente Haftar, e la Turchia, potenza mediterranea che appoggia la Fratellanza Islamica, non ben vista da Haftar & Co.

In realtà lo scopo realistico della conferenza era fare il punto della situazione su tre temi principali: sicurezza, la crisi economica che implica molta povertà, e l’assetto politico del paese, tuttora ancora assai diviso, se si considera la presenza di varie milizie. Questa doveva essere in realtà solo una tappa verso la risoluzione della crisi.

Il prossimo appuntamento, si spera decisivo, dovrebbe avvenire, secondo l’inviato speciale dell’ONU Ghassan Salamé a gennaio, e questa volta in Libia, mentre le perennemente posticipate elezioni dovrebbero aver luogo entro la primavera del 2019.

In realtà, è tutto da vedere. La situazione rimane tuttora, a dir poco, fluida.

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Discute della conferenza con YOUng Silvia Colombo, Responsabile del Programma Mediterraneo e Medio Oriente presso lo IAI (Istituto di Affari Internazionali) di Roma.

L’INTERVISTA

Qual è il suo commento generale sulla conferenza?

Secondo i media italiani la conferenza non è stata particolarmente positiva, e si parla di un mezzo successo o di un mezzo fallimento. Penso comunque che l’Italia abbia saputo portare avanti un tipo di diplomazia, in parte nascosta, che, al di là della partecipazione ridimensionata di Haftar, ha portato dei risultati.

Quali?

Ha dato una spinta giusta ad un processo già in atto, che anche se spesso rallentato nella sua corsa, sta dando dei risultati, ovvero c’è un tentativo da parte delle varie parti in causa di raggiungere dei compromessi. Indicativo il dialogo in corso tra i governatori delle due banche centrali, nel tentativo di superare l’impasse della divisione del paese anche dal punto di vista istituzionale. L’Italia è riuscita anche a superare la contrapposizione con la Francia ed ha dato un suo contributo al dialogo nel paese. La soluzione della crisi libica è vista come un tassello centrale della nostra diplomazia.

Il prossimo passo importante dovrebbe essere un’altra conferenza a gennaio, secondo le parole dell’inviato dell’ONU Salamé.  

Sì, ma il processo sarà ancora molto lungo, perché ancora una volta, a Palermo, c’erano i rappresentanti delle élite, mentre sappiamo che il problema della Libia è che ci sono diversi centri di potere, che non sono stati necessariamente rappresentati nel corso di questa giornata diplomatica.

Quindi, in questo contesto, cosa bisognerebbe fare?

Le quattro delegazioni presenti a Palermo, che rappresentano i quattro pilastri del potere in Libia, dovranno convincere le constituencies (ndr le circoscrizioni elettorali) più locali della bontà di questo processo.

Quali sono gli altri due pilastri al di là di Al Serraj e Haftar?

Gli altri due sono attori politici quali il capo del parlamento di Tobruk e l’altro è Khaled Al Mishri, islamista, presidente dell’Alto Consiglio di Stato, divenuto di fatto un quarto centro di potere. Quest’ultimo dovrebbe essere dismesso una volta che si arriverà ad una nuova ristrutturazione istituzionale del paese. Ma, ripeto, tenere in considerazione questi quattro pilastri non rende giustizia alla grande complessità del paese.

Più che dalla “complessità”, la situazione in Libia sembra caratterizzata da un vero e proprio stato di anarchia.

Certo: l’anarchia è il frutto del fatto che non si è riusciti a trovare una modalità di governance in maniera inclusiva, e tutti i vari tentativi che hanno coinvolto anche le Nazioni Unite dal 2014 non hanno in realtà che esacerbato la contrapposizione tra est ed ovest, mentre paesi esterni hanno cavalcato la parte orientale o occidentale a seconda dei loro interessi, come se questa fosse l’unica dimensione sul tappeto. Oggi sappiamo che ci sono altre dimensioni.

Per esempio?

C’è la dimensione delle élite, ma esiste anche la stragrande maggioranza della popolazione, che comprende varie realtà tribali, certi interessi locali, le milizie ed i gruppi armati che sono in realtà quelli che detengono il potere. E poi c’è un’altra frammentazione molto importante da tenere in conto.

Quale?

Quella tra la costa ed il sud del paese. Tutti gli sforzi di ristrutturazione del paese si sono concentrati sulla fascia costiera, ma c’è tutto un sud, una dimensione sahariana che è fondamentale, anche perché è da qui che passano i flussi migratori.

A proposito di flussi migratori, è stato fatto osservare che nella conferenza di Palermo non si è prestata grande attenzione alla presenza dei lager dove vengono praticamente imprigionati migliaia di migranti, in condizioni umane terribili.

Per questo dobbiamo prendercela con i vari governi europei, compreso il nostro, e non solo quello attuale, dato l’atteggiamento di grossa chiusura nei confronti del fenomeno migratorio. E in ogni caso questa problematica non ha nulla a che fare con quanto è stato discusso a Palermo, laddove ci si è concentrati su tre aspetti: quello della sicurezza, cioè la ricostruzione delle forze armate libiche; quello economico, finora riguardato come secondario, ora entrato nella discussione, perché si è capito che senza una stabilità economica non si può giungere ad una vera stabilità nel paese; quello politico, che implica le istituzioni e le elezioni. La questione migratoria è stata discussa, ma non era esattamente programmata per essere al centro della conferenza.

Che dire sul fatto che Haftar, pur accettando, almeno a parole, il protrarsi della posizione al potere di Al Serraj, non ha in realtà partecipato ai lavori della conferenza? E’ stato un messaggio questo?

Sì, è stato un messaggio anche verso la diplomazia italiana, notoriamente più vicina ad Al Serraj. Comunque non vi darei l’importanza che è stata data dai media. Bene o male, anche questo fa parte del lento processo in corso.

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Poi c’è stata anche l’uscita dalla conferenza da parte della Turchia…

Penso che sia il sintomo di questa complessità in cui c’è una competizione regionale molto forte che s’innesta nelle dinamiche interne della Libia. Quella turca è stata una protesta verso attori come l’Egitto che non è ben visto  per il modo in cui ha cercato di condurre il processo di ristrutturazione dell’esercito libico. La Turchia si è poi da anni posto come modello islamista, cosa che l’Egitto non ha accettato.

Questo s’innesta anche sul conflitto vìs-à-vìs l’appoggio alla Fratellanza Mussulmana.

Questo è un altro conflitto di carattere regionale, anche se pur essendo la presenza islamista crescente in certe sacche, non riveste, in Libia, la stessa importanza che ha in altri paesi. Rimane comunque il chiaro appoggio da parte dell’Egitto nei confronti di Haftar. Il compito dei paesi europei e dell’ONU è ridurre comunque questa conflittualità regionale nel contesto dell’assetto libico.

Continua a rimanere un po’ di competizione tra Italia Francia nella Libia? 

Rimane, indubbiamente, ma grazie alla conferenza di Palermo l’Italia è riuscita a smorzarne i toni, presentandosi ai francesi, nel corso di tutti i lavori preparatori, come un partner affidabile. Neanche a farlo apposta la rappresentazione francese era ad alto livello, ed ha potuto contribuire al successo della conferenza. Ma non penso che l’Italia e la Francia, pur avendo migliorato i loro rapporti in questo frangente, debbano rimanere a lavorare da soli sulla crisi libica. Ci dovrebbe essere un’azione concertata a livello europeo sul dossier libico, non solo dal punto di vista politico, ma anche tecnico.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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