La crisi libica continua ad imperversare

Gennaio 16, 2020
Attilio De Alberi
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E’ ben chiaro che si è ancora lontani da una soluzione pacifica della crisi libica. Indicativo il fatto che il generale Haftar, dopo il recente incontro al vertice promosso da Putin a Mosca, non si sia deciso a firmare la tregua militare con al-Serraj, il capo della Libia riconosciuto dall’ONU, e ultimamente sostenuto, con la promessa di aiuto militare dalla Turchia di Erdogan. Haftar, che domina la Cirenaica, la parte orientale del paese, è invece sostenuto da Russia ed Egitto. E’ chiaro che ultimamente Russia e Turchia hanno cercato di avviare un accordo pacifico tra le due parti in campo, ma non si è ancora arrivati ad una tregua chiara e pulita.

Si rimane poi in attesa del vertice di Berlino che, dopo tanto ritardo, si dovrà tenere il 19 gennaio e dal quale, si spera, forse si potrà arrivare ad un accordo ed alla fine della guerra civile in Libia.

Discute di tutto questo con YOUng Silvia Colombo, esperta della Libia presso lo IAI (Istituto Affari Internazionali) con sede a Roma.

 

L’INTERVISTA

Perché Haftar non vuole firmare la tregua?

Penso che Haftar non abbia ancora capito, dopo nove mesi, che la sua strategia di conquistare la Libia chiaramente non potrà avere successo. Ci sono già stati molti segnali in questo senso, ma Haftar non sembra averli raccolti, ed ancora spera che, facendo la voce grossa, rifiutando la mediazione russa, e respingendo totalmente la Turchia possa ritornare su una posizione di forza, ed anzi rafforzarla e conquistare il paese com’era stato il suo piano a partire dall’aprile 2019. C’è questo tentativo di forzare la mano per vedere se, in qualche modo i turchi si spaventano di fronte ad uno scenario, appunto, di escalation del conflitto, ma penso che la decisione turca d’intervenire sul terreno non li porterà ad indietreggiare. Quindi Haftar dovrà trovare un punto di accordo, altrimenti rischia di doversi sobbarcare una recrudescenza dell’attacco che lui stesso non può sostenere.

In ogni caso gli attori principali nella mediazione in questo teatro sembrano essere Russia e Turchia, rispetto a Italia, UE, ONU e, se vogliamo, gli USA…

Su questo non c’è dubbio. La settimana scorsa, quando la crisi ha raggiunto questo picco, nonostante i vari incontri del nostro Ministro degli Esteri, l’accordo per una tregua è stato mandato avanti, appunto, da Russia e Turchia. Sono proprio questi attori, che hanno una presa diretta sul campo, ad avere una voce in capitolo. Tutti gli altri sono, di fatto, delle comparse. Adesso, se la tregua diventa operativa, i paesi europei potrebbero guadagnare un minimo di terreno. Si parla addirittura, appunto a livello europeo, di una forza di pacificazione del paese. Comunque tutto questo non sarà fattibile fin quando non si giunge ad una vera tregua operativa.

Adesso, comunque, siamo in attesa dell’incontro a Berlino il 19 di gennaio.

Esatto. Non so come si arriverà a Berlino, se la tregua sarà firmata da entrambe le parti, o se Berlino si ridurrà soltanto ad un tentativo di rincorsa dei due contendenti per raggiungerla. Se non si arriverà a questo, l’incontro di Berlino sarà un’occasione persa. Si sono riposte molte speranze in questo incontro che doveva già tenersi in autunno, ma ridurla a quello che possiamo descrivere come un separietto sarebbe un peccato, vista la presenza di importanti attori in gioco. Il raggiungimento di una tregua sarebbe molto importante per arrivare ad un accordo concreto e duraturo. Ormai sono nove anni che la Libia è in uno stato di conflitto e quindi capiamo quanto sia urgente arrivare a questo.

Ma, idealmente, quale potrebbe essere lo scenario, visto che è difficile che Haftar rinunci comunque alla sua posizione di potere, e quindi rimarrebbe una divisione tra la parte tripolina e la Cirenaica nel paese?

Certamente parlare di scenario ideale in questa situazione rimane molto complicato. In questo momento lo scenario ideale sarebbe di evitare una forma di escalation nel conflitto interno, e quindi deporre le armi, e di mettere a tacere quella parte belligerante di Haftar che cerca di conquistare la Libia manu militari. Quindi poi da qui costruire uno scenario veramente ideale in cui sanare queste fratture ormai incancrenite del conflitto tra est ed ovest, tra i vari gruppi di potere, per dare un futuro al paese. Tutti i tentativi di mediazione portati avanti dalle Nazioni Unite sono stati messi da parte da quando, nel 2019, c’è stato l’attacco di Haftar. Tornare a questa dinamica di uno stato di negoziazione sarebbe forse lo scenario ideale.

Uno scenario ideale sì, ma nel quale, messo da parte il conflitto militare, Haftar manterrebbe il suo potere in Cirenaica…

Haftar certamente non scomparirebbe, essendo stato presente anche prima di questa escalation militare. Quindi una soluzione ideale sarebbe riuscire ad accontentare i vari contendenti. Haftar si è permesso di fare questo passo avanti in senso militare anche perché si è data grande attenzione a queste figure, e tutta la situazione a partire dal 2014 e poi con l’insediamento di al-Serraj, si è concentrata su chi dovesse gestire il potere invece che su quali istituzioni potessero dare pace al paese. Quindi questa eccessiva personalizzazione ha portato al conflitto a cui abbiamo recentemente assistito. Non è tanto Haftar che conta, ma la parte che rappresenta, la Cirenaica appunto ed in più quelle forze anti-islamiste che vedono in al-Serraj come un nemico, e che non stanno facendo il bene del paese.

Potrebbe esserci quindi una pacificazione, ma il paese rimarrebbe in qualche modo diviso…

Si tratterebbe comunque di un percorso molto lungo. Il primo passo sarebbe quello di deporre le armi. Quindi se ci fosse una vera tregua, si potrebbe passare a delle dinamiche più istituzionali per costruire un nuovo assetto del paese, che chiaramente è il nodo cruciale ed al quale la Libia non è ancora riuscita ad arrivare. La pacificazione del paese significherebbe avere una Libia che funziona, che è unita, con nuove istituzioni, perché altrimenti rischia di ricadere in una fase di conflitto nel breve termine. C’è da sperare che con l’incontro di Berlino si apra un nuovo scenario di pace, una volta che la tregua militare diventa operativo. Scenario nel quale i paesi europei, Italia compresa, possano avere un ruolo importante.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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