Nuovo Governo? Forse sì, forse no. E se sì, quale?

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15/05/2018 Attilio De Alberi 836

Dopo più di due mesi di consultazioni al Quirinale, di avvii e rinvii, di dialoghi tra i partiti, accompagnati da una malcelata forma di campagna elettorale ad oltranza, forse si è giunti ad un’ipotesi di un governo Lega-M5S. Dopo aver messo assieme un contratto-programma, Salvini e Di Maio dovrebbero dar vita ad una coalizione sui generis, con una cosiddetta “opposizione benevola” dell’eterno, seppur indebolito, Berlusconi. E’ stato lui, dopo tutto, che ha “permesso” al suo alleato-concorrente di esplorare un accordo col suo grande nemico pentastellato.

Quest’alternativa è apparsa migliore rispetto alla prospettiva di un governo “neutrale”, come aveva ipotizzato il Presidente Mattarella, al quale sarebbe stata seguita, inevitabilmente, una nuova chiamata elettorale.

Sarà interessante vedere la precisa distribuzione delle cariche ministeriali, e, soprattutto, quanti compromessi le due parti in causa saranno capaci di fare per mandare avanti un programma funzionale alle prioritarie esigenze del Paese, soprattutto dal punto di vista economico-sociale, mettendo anche in conto che per le riforme proposte (trasformazione della legge Fornero, Flat Tax e Reddito di Cittadinanza) richiederebbero almeno 100 miliardi di euro.

Ma in realtà ora tutto sembra di nuovo vacillare: mentre Di Maio dopo l’ultima consultazione con Mattarella è apparso fiducioso e pronto addirittura ad inaugurare la Terza Repubblica, Salvini è sembrato assai più dubbioso. I due hanno ottenuto una nuova dilazione di qualche giorno, ma non è da escludere che non si sia riesca a trovare un accordo operativo, indipendente da chi sia Mister X, il candidato premier proposto, ma non pubblicamente rivelato.

Parla di questo nuovo scenario a YOUng, Maria Elisabetta Lanzone, scienziata politica, assegnista di ricerca presso l’Università di Genova e docente all’Università di Padova.


Che dire sul nuovo ritardo nell’eventuale formazione del governo e sul mistero che permane sul nome del candidato premier?

Fare un accordo di governo su base parlamentare richiede tempo, quanto accaduto in Germania dovrebbe essere illuminante in questo senso. La stessa ovvia considerazione può sembrare un’assoluta novità in Italia, ed in effetti lo è, se al tavolo siede un partito come il M5s che per la prima volta si trova a dover fare un accordo dettato dalla responsabilità istituzionale. La riservatezza è buona norma quando non si vogliono “bruciare” nomi.  E’ curioso però che al tavolo siedano due “candidati premier” e ne debbano individuare un terzo, sintomo e dimostrazione che per quanto negli anni si sia tentato di cambiare surrettiziamente l’impianto istituzionale attraverso le leggi elettorali, l’Italia resti una repubblica parlamentare. Dunque, credo che questa richiesta di “tempi supplementari” da parte di M5s e Lega sia solamente il segnale che l’accordo non è poi così vicino. Come era prevedibile, del resto. Ma il problema non è tanto questo. Piuttosto: le partite, anche quelle che vanno ai supplementari, e pure dopo ai rigori, a un certo punto (prestabilito) finiscono, trovando un vincitore. Ma visto che non stiamo parlando di calcio, se non lo si trova, un vincitore, in questo caso, la partita può anche essere rigiocata.

Indipendentemente dagli sviluppi di questo nuovo governo Lega-M5S, la posizione dei pentastellati che si definiscono movimento post-ideologico, non è un po’ ambivalente, visto anche che, secondo il sociologo Di Masi, potremmo avere il governo più a destra in Italia dal 1946?

Si può dire che il M5S presenta dei tratti inediti, però si avvicina anche ad altri soggetti che vengono definiti populisti, e questo lo accomuna ad altri fenomeni simili a livello europeo. D’altra parte uno degli slogan dello stesso Front National di Le Pen è quello di definirsi “né di destra, né di sinistra”. Ed anche Podemos, in Spagna, pur appartenendo ad una certa area politica, dice di voler essere inclusivo e di lavorare per “la gente”. Questa è una strategia.

Che tipo di strategia?

E’ una strategia pigliatutto, da partito “di protesta” e per forza catalizzatore di diverse istanze. Ma la situazione è un po’ sfuggita di mano, ed il M5S è andato attraverso varie fasi. Secondo certi studi il M5S tra il 2009 ed il 2011 aveva una solida base di sinistra che si sta erodendo progressivamente.

Ora, secondo un’analisi dell’Istituto Cattaneo, il 45% della base sociale del M5S è di sinistra, il 25% è di destra e il 30% fluttuante. 

In realtà credo ci sia stata una parte della sinistra nel progetto M5S. Che poi ci fosse stato uno spostamento dell’asse a destra era ormai divenuto chiaro a molti “attivisti. Cercare di soddisfare certe istanze della destra, come quella dell’immigrazione, diventa di nuovo una strategia.

E che dire sulla dichiarazione di essere un movimento post-ideologico?

Innanzitutto l’epoca si presta. Nel contesto in cui è nato il M5S, ossia in un periodo in cui sembravano effettivamente cadere le divisioni delle grandi ideologie, un partito che si presentava come nuovo doveva comunque collocarsi al di fuori dell’asse. Rimane in ogni caso una percezione.

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Secondo certi osservatori l’alleanza con la Lega potrebbe indebolire il M5S, proprio a causa di una disaffezione da parte dei supporter che si collocano a sinistra. Si parla in pratica della possibilità che Salvini in qualche modo fagociti il M5S.

Sono abbastanza d’accordo su questa ipotesi. Ho sempre sostenuto che anche solo questa strategia, o comunque questo slogan, di dichiararsi né di destra né di sinistra fosse in realtà una delle debolezze principali del M5S.

Perché?

Anche in un quadro post-ideologico di fronte a certe posizioni su questioni divisive specifiche poi conta sapere se essere di destra o di sinistra. E questo si è visto, per esempio, nel caso dello ius soli.

D’altra parte, in questo contesto, Di Maio, a un certo punto, si è messo a parlare delle ONG che salvano le vite nel Mediterraneo come di “taxi del mare”, e proprio in questi giorni parla di “business dell’immigrazione”, come se fosse solo questo.

Beh, anche quella è una strategia: in questo momento la politica più divisiva è proprio quella sul tema dell’immigrazione. Un po’ tutti i partiti si sono spostati di fronte a tale questione. Quindi anche Di Maio sta cavalcando quest’onda, che la Lega ha già cavalcato in modo molto efficace elettoralmente.

Ma c’è anche la contrapposizione tra la proposta leghista della Flat Tax, certamente discriminatoria a favore dei più abbienti, ed il Reddito di Cittadinanza di marca pentastellata. Cosa ne pensi della quadra che hanno in qualche modo trovato in questo contesto.

Chiaramente, sempre strategicamente parlando, conviene trovare anche qui un punto d’incontro. Ma forse sarà più facile trovarne uno sull’immigrazione, per quanto banale. Nel caso della Flat Tax vs. Reddito di Cittadinanza è più probabile che si arrivi ad un accordo più favorevole al M5S, essendo questa un’istanza a cui è più difficile rinunciare.

Rimane comunque dietro le quinte Berlusconi, e bisognerà vedere se una coalizione giallo-verde riuscirà a far passare una legislazione sul conflitto d’interesse, di fronte alla quale l’ex-Cavaliere storcerebbe il naso.

In realtà, numericamente parlando, la Lega alleata col M5S non ha bisogno dei voti di Forza Italia in Parlamento.

Quindi confermi l’ipotesi che Berlusconi ha concesso a Salvini di procedere col tentativo di alleanza col M5S più che altro onde evitare nuove elezioni dalle quali ne uscirebbe ulteriormente indebolito?

Certamente, ed al tempo stesso non vedo come casuale che proprio ora sia arrivata la sua riabilitazione a livello giudiziario.

C’è stata venerdì una riunione a Roma con Grillo, Di Maio e Roberto Casaleggio che se n’è uscito con l’idea di far votare l’eventuale accordo con la Lega online, sulla piattaforma Rosseau. Secondo certi critici questa mossa fa un po’ a pugni con la democrazia rappresentativa parlamentare ed è vista come un’altra uscita demagogica e populista.

Senza dubbio il M5S è nato con la pretesa di essere una forma di partito online, e certamente senza una certa infrastruttura tecnologica non sarebbe arrivato dov’è arrivato, ma ora è senz’altro un partito offline, anche perché in realtà si sta sempre più istituzionalizzando. Alla piattaforma Rosseau partecipa solo una piccola parte degli iscritti e si tratta di una membership selettiva. Per giunta, a volte si chiede di votare solo in una specifica parte del giorno, cosa che non è possibile per tutti. Mi pare di capire che sia più che altro una semplice ricerca di legittimazione.

In ogni caso, anche se Giggino (Di Maio) ha raggiunto una sua posizione di prestigio e di forza, nel backstage del potere rimangono comunque Grillo e Casaleggio.

Non ho dei dati scientifici per poterlo dire, ma intuitivamente mi pare proprio di sì, anche perché a livello giuridico-legale il simbolo del M5S è tuttora di Grillo, che, diciamo, l’ha dato in concessione. Di Maio era necessario a livello d’immagine, proprio nella trasformazione del movimento originario in un partito istituzionale.

Poi si dice che proprio Casaleggio, in particolare, sia piuttosto pro-lega.

Sì, e l’ha dichiarato anche pubblicamente, e si era anche espresso favorevolmente di fronte all’elezione di Trump come presidente USA.

Nel frattempo si parla di una sinistra allo sbando, con un Partito Democratico tuttora “renzizzato” ed un’ala radicale (Leu, Potere al Popolo) decisamente divisa e debole. In particolare, se Renzi è riuscito a cambiare in qualche modo il DNA del PD, esiste la possibilità di cambiarlo di nuovo, oppure siamo a un punto di non ritorno?

Premessa: come studiosa dei fenomeni politici non ho a disposizione una sfera di cristallo. Senz’altro il PD non sta molto bene e francamente credo che sia troppo tardi per attuare un cambiamento. Così com’è stato concepito il PD è nato morto: non è che l’ha rovinato Renzi. E’ come se si rompesse un contenitore e poi si cercasse di riattaccarlo con la colla. Chiaramente la sinistra riformista almeno, nel lungo termine una soluzione la dovrà trovare. Questo è comunque un problema europeo. Al di là dell’ideologia, ci sono delle questioni attuali e concrete da risolvere.

Stai forse dicendo che il mondo è cambiato e bisogna affrontarlo in base a nuove categorie?

Sì, il mondo è cambiato e cerchiamo di spiegarlo con schemi vecchi, e da questo punto di vista forse Renzi ci aveva pure visto bene. Lui voleva rottamare tutto, ma poi ha rottamato male.

Al tempo stesso, secondo certi osservatori, l’analisi marxista è più che mai attuale, perché con l’arrivo del neo-liberalismo, a partire dagli anni ’80, gli aspetti più negativi del capitalismo, che prima di quel periodo si era riuscito in qualche modo a imbrigliare grazie al potere dei sindacati ed attraverso certe riforme, sono riusciti di nuovo allo scoperto.

Sì, ma rimane il fatto che certe categorie sono cambiate col tempo, e di conseguenza cambiano anche certe battaglie.

Per esempio?

Mi viene in mente il caso dei centri commerciali, laddove le aperture durante i festivi sono state scelte solo come battaglie ideologiche, di principio, dando ad alcune forze politiche e ai sindacati la possibilità di cavalcare battaglie spesso miopi, non individuando reali problemi e istanze dei lavoratori, come i salari inadeguati, il riconoscimento degli straordinari, i turni massacranti, la sicurezza nei posti di lavoro e tanti altre problematiche legate ai nuovi lavoratori, spesso al di fuori degli spazi tradizionali, come possono essere le fabbriche.

Un’altra delle critiche mosse al PD renziano è che si è venuta a creare una forma di scissione, di separazione tra i vertici di partito e la base del partito e comunque i cittadini in generale.

Questo verticismo, accompagnato anche da un calo degli iscritti, è un fenomeno non solo italiano, ma che riguarda un po’ tutti i partiti della sinistra riformista in Europa. Probabilmente la vecchia figura del militante è scomparsa per sempre, ma bisognerebbe in ogni caso introdurre nuove forme di partecipazione della base.

Quali altri problemi ha il PD?

Di fronte alla sconfitta non si è preoccupato di capire gli errori fatti, ma si è focalizzato invece sulle questioni interne. E poi Renzi ha parlato di rottamazione, ma in realtà un vero ricambio non c’è stato.

Però Renzi le sue primarie le ha vinte contro Orlando ed Emiliano.

All’inizio le primarie potevano sembrare uno strumento utile: ci hanno illuso che i partiti potesse subire un processo di democratizzazione interna, dal basso. Ora però, dammi pure dell’elitista, anche come studiosa devo dire che non m’entusiasmano più di tanto. Il partito secondo me deve fare il partito e come tale prendersi anche la responsabilità di scegliere la propria classe dirigente. Aggiungo poi che l’idea delle primarie aperte è un’altra forma, magari velata, di populismo, figlia del nostro tempo, sulla scia di fenomeni come quello del M5S.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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