La pesante svolta a destra in Austria. E l’UE?

Ottobre 19, 2017
Attilio De Alberi
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Arriva forse non come una sorpresa, ma come fonte d’inquietudine la pesante a svolta a destra in Austria, laddove il giovanissimo Sebastian Kurz del partito popolare democristiano (Övp) si è affermato nelle elezioni politiche staccando tutti con una maggioranza relativa del 31,4%, mentre il partito socialdemocratico (Spö)   ha ottenuto solo il 26,7% (il peggiore risultato da sempre).

Si attendono ancora i voti inviati via posta ma in realtà i giochi sembrano fatti perché la coalizione più probabile sarà tra Kurz e il partito con il quale ha ora maggiore affinità: il Partito della Libertà (FPÖ) di Heinz-Christian Strache, che pure avendo abbandonato le posizioni neo-naziste della sua gioventù, condivide le posizioni nazionaliste e fortemente xenofobe del vincitore Kurz.

In pratica, con un FPÖ che si attesta al 26%, la destra nel suo insieme ha raccolto due voti su tre e sembra decisa ad avviare l’Austria a un’unione con il gruppo di Visegrad, ossia quei paesi europei, con a capo l’Ungheria di Orban, che più cocciutamente si oppongono all’immigrazione. Kurz è infatti amico di Orban e come ministro degli Esteri nell’ultimo governo si è adoperato per il blocco della rotta balcanica e ha minacciato il blocco militare del Brennero per i migranti.

E’ piuttosto preoccupato da questi sviluppi Andrea Mammone, docente di storia europea alla Royal Holloway della London University, ed esperto dei movimenti di estrema destra.

Sebastian_Kurz-Austria

(ALEX HALADA/AFP/Getty Images)

L’INTERVISTA:

La sua prima reazione ai risultati austriaci?

A caldo è stata: siamo rovinati. Ma forse esagero.

Sì, c’è stato un forte spostamento a destra, ma non è la prima volta che i popolari austriaci si alleano con il partito della Libertà.

Sì, avvenne nel 2000.

Ma allora il governo austriaco venne in qualche maniera isolato dal resto dell’Europa, proprio per le sue posizioni estreme.

Ma ora temo che questo non succederà.

Perché?

Bisogna tener conto della posizione di paesi come Ungheria e Polonia.

Quindi, come prevedibile, l’Austria si unirà al gruppo di Visegrad.

Beh, se non si unirà ufficialmente, informalmente questo gruppo otterrà un grosso appoggio dall’Austria. Penso che sia giunto il momento in cui l’Europa debba cominciare a farsi delle domande.

In che senso?

Si parla tanto di valori europei, di democrazia, di condivisione e non si riesce a far nulla di fronte a un tale spostamento a destra di certi paesi.

Ma forse proprio il fatto che si stia toccando il fondo, o quasi, non potrebbe funzionare come stimolo a una riforma radicale, un po’ come suggerisce Varoufakis?

Potrebbe, ma temo che non succederà.

Concentrandosi proprio sul gruppo di Visegrad, la UE non potrebbe in qualche modo, legalmente, disciplinarlo?

Sì, ma si dovrebbero cambiare i trattati e la legislazione europea.

Per ritornare al voto in Austria, alla fin fine c’è la maggioranza silenziosa xenofoba delle campagne dietro questa svolta a destra e non gli abitanti di Vienna delle grandi città.

Probabilmente è così, ma non si può andare avanti solo con i voti progressisti delle grandi città, altrimenti ci trasferiamo tutti qui e ci dimentichiamo il resto del paese. Un po’ come è successo nel voto per la Brexit.

E’ da escludere un’alleanza stile Grosse Koalition tra i socialdemocratici è uno dei due partiti di destra, magari per mitigarne l’effetto?

Mi pare di capire che i socialdemocratici escludano questo a priori e che si considerano l’unico argine possibile a questa avanzata.

Certi si domandano se Kunz, nonostante la sua esperienza, sarà al livello della situazione e in grado veramente di governare.

Credo di sì: dopo tutto l’Austria è un paese molto piccolo e tende comunque ad avere una sua stabilità politica.

La destra austriaca sembra concentrarsi molto sui problemi dell’immigrazione e sulla difesa delle frontiere, ma non sembra voler affrontare i problemi di natura economico-sociale del paese.

Beh, una delle politiche comuni ai popolari e al partito della Libertà sembrerebbe quella di tagliare le tasse, con l’effetto di operare dei tagli al welfare. A pagare meno tasse saranno le classi agiate che già controllano il 505 della ricchezza in Austria.

E c’è da immaginare che il conseguente malessere a livello sociale-economico venga poi depistato dall’arma di distrazione di massa che rimane lo spauracchio dell’immigrazione.

Certo e devo aggiungere una cosa: l’Austria è un paese che da anni non ha fatto i conti con il suo passato fascista.

Si sta riferendo alla mitologia nata dopo l’Anschluss?

Esatto: l’idea che l’Austria fosse una “povera vittima” dell’annessione nazista, mentre in realtà la visione di Hitler trovava vasto consenso nel paese.

Beh, lo stesso problema si pone in Germania, con l’avanzata strepitosa dell’Alternative für Deutschland.

Esattamente: questo avviene in un paese dove fino all’altro giorno il nazionalismo era un tabù. La classe dirigente al potere, ossia Merkel & Company, dovrebbe porsi una domanda: come si arrivati a tutto questo e come si può fermare il trend.

Come si potrebbe cambiare tutto questo?

A parte l’ottima idea, in teoria almeno, di Varaoufakis col suo DIEM25, insisto sulla potenziale funzione dell’Europa nel porre un argine a questa deriva xenofoba e nazionalista. Ma ci sono due problemi.

Il primo?

Un personaggio come Orban fa parte del Partito Popolare europeo, pur essendo un politico di estrema destra. Ora il Partito Popolare che guida consiglio, commissione a parlamento europeo ha la volontà di portare avanti delle sanzioni o comunque delle politiche dure nei confronti di gente come Orban?

Il secondo?

L’Europa non sembra in grado di vedere le cose nella loro realtà e affrontarle con più vigore: dietro questa xenofobia che avanza c’è la paura del diverso, e anche il rifiuto dell’idea che ci possa essere una forma di assimilazione con gente che viene da culture diverse, compresa quella dell’Islam.

Rimane però anche il fallimento delle cosiddette socialdemocrazie europee – a eccezione, se si vuole del Portogallo e del Labour di Corbyn.

Certo, e questo mi viene confermato dall’intervento di molte persone in una serie di dibattiti sulla democrazia che sto organizzando qui al Centro di Cultura Italiana a Londra: non pochi insistono sul fatto che le socialdemocrazie europee nel complesso hanno abbandonato intere fasce della popolazione, così lasciando lo spazio allo specchietto delle allodole della xenofobia e del nazionalismo.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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