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L’adolescenza di oggi ed i suoi pericoli
Postato il Settembre 19, 2018 Attilio De Alberi 0

Ha suscitato non poche discussioni la tragica fine di Andrea Barone, un adolescente di 15 anni, precipitato nella condotta di aerazione sul tetto dell’ipermercato Sarca a Sesto San Giovanni. Era arrivato lì con un gruppetto di amici dall’ultimo piano del parcheggio. L’intenzione dietro questa piccola-grande “avventura” sembra esser stata quella di farsi un selfie estremo.

Al di là delle comprensibili polemiche sullo stato di sicurezza della condotta dov’è caduto Andrea, l’episodio ci spinge a riflettere sulla ‘forma mentis’ degli adolescenti di oggi in generale.

E intanto le cronache ci parlano di un altro caso recente, e forse ancora più inquietante: un altro adolescente, Igor di Milano, ispirato da un video su internet con 900.000 follower, ha voluto sperimentare il blackout: praticamente, strangolandosi con una corda o mettendosi in testa un sacchetto di plastica – suggerisce il video – si ottiene un breve momento di asfissia, uno svenimento, seguito poi da un risveglio con uno stato d’incredibile euforia. Igor ci ha provato con una corda legata al letto, ma non gli è andata bene ed è morto. Inizialmente si è pensato ad un suicidio, ma poi si è scoperto che proprio la curiosità di sperimentare il blackout è costata la vita a questo ragazzo.

A questo punto vale la pena riflettere non solo sul modo di pensare, di sentire e di agire degli adolescenti di oggi ma anche sul ruolo di internet in certe loro scelte. Ma al tempo stesso non si può escludere da questa analisi il ruolo dei genitori e, in particolare, il loro contributo sia educativo che psicologico alla vita dei loro figli adolescenti.

Discute di questo a YOUng Matteo Lancini, psicologo, psicoterapeuta, docente presso l’Università Bicocca di Milano e presidente della Fondazione Minotauro, sempre di Milano, istituto di analisi dei codici affettivi, che utilizza il metodo psicanalitico ispirato al pensiero di Franco Fornari. Lancini è anche autore di “Abbiamo bisogno di genitori autorevoli. Aiutare gli adolescenti a diventare adulti” (Mondadori, 2017).

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L’INTERVISTA

Nel noto film di Nicholas Ray del 1955 “Gioventù bruciata”, con James Dean (titolo originale Rebels Without a Cause –‘Ribelli senza una causa’, ndr) c’è la famosa scena della corsa in auto sull’orlo di una scogliera, laddove uno dei partecipanti perde la vita. E’ quindi una caratteristica degli adolescenti lanciarsi un sfide audaci, seppur potenzialmente pericolose?

Un fattore importante nello sviluppo è quella del corpo, ma anche la scoperta che il corpo è mortale. La necessità di guardare in faccia la morte è un’esigenza comune a tutti gli adolescenti, ma in certi di essi può essere molto forte. La ricerca del rischio, che magari un tempo poteva essere l’impennata in motorino, è legata non a un desiderio di onnipotenza, ma è piuttosto una reazione alla scoperta della fine dell’onnipotenza.

Questo si traduce quindi nella ricerca di esperienze paurose…

Sì, un po’ per dimostrare a se stessi che si sta crescendo e che non si è più dei bambini paurosi, ma molto per dare appunto un senso a questa realtà della nostra vita umana, che poi fa da sfondo a certi aspetti depressivi che l’uomo deve affrontare, ossia che siamo finiti, in un processo separativo, e che il corpo ha un limite. Questo spiega anche il successo di certi prodotti culturali che hanno a che fare con la paura.

Per esempio?

I film horror, spesso un po’ una fissa dell’adolescente, ma anche certe esperienze da luna park, oppure il gettarsi da un ponte con un cordone elastico. E’ un po’ come voler guardare in faccia la morte per controllarla.

[sostieni]

Ma se uno degli obiettivi dell’avventura sul tetto del parcheggio a Sesto San Giovanni era quella di farsi un selfie, non entra anche in causa una certa forma di narcisismo?

Al di là del caso specifico in questione – tenendo appunto conto che i ragazzi di questa vicenda erano normali e non certo patologici – nella società odierna l’esigenza di visibilità, di successo e di popolarità è indubbiamente un’esigenza generazionale. Mentre in passato, nella famiglia tradizionale, l’adolescente doveva, in una logica edipica, contrattare con l’autorità, l’attuale società della competizione e del narcisismo ha determinato un sistema di crescita per cui il problema centrale dell’adolescente odierno è il conflitto tra delle aspettative di successo, di bellezza, di popolarità che vengono coltivate fin dalle scuole elementari, se non addirittura dagli asili.

Questo che conseguenze può avere?

Ci può essere un crollo delle aspettative ideali e da qui nasce l’aumento di tutti quei comportamenti auto-lesivi, l’aumento dei suicidi ed il ritiro sociale.

Che ruolo può avere la rete in tutto questo?

Di fronte a questa esigenza di visibilità da parte degli adolescenti la rete è diventata un ambiente ideale d’inserimento, perché, ferma restando la centralità d’internet nella vita di oggi, grazie ad esso puoi diventare un influencer attraverso i follower e i like. Grazie a You Tube, per esempio, da un giorno all’altro puoi diventare famoso. Quindi in certi comportamenti si può coniugare sia l’aspetto di guardare in faccia la morte, sia l’esigenza di testimoniare le proprie peripezie in modo da essere visibili. Dobbiamo poi anche considerare il nuovo rapporto con la famiglia.

Ossia?

A seguito di una grande crisi dei valori, dell’autorità paterna, gli adolescenti si rivolgono molto di più ai coetanei, in particolare attraverso internet, per ottenere rispecchiamento, valorizzazione, testimonianza del fatto che si sta crescendo.

Si può anche notare una diffusa mancanza di coscienza politico-storica tra gli adolescenti.

Non è un problema dei giovani. Credo che ci sia un problema sociale da questo punto di vista. A parte il fatto che la politica oggi si fa molto con i selfie e via internet, i giovani vivono oggi in una società che soffre di una crisi di valori, che ha grande difficoltà a ricostruire valori condivisi. Basti pensare al dilagante individualismo.

Un esempio?

Per esempio, una volta nelle classi si cercava, in un contesto di solidarietà, d’integrare i bambini con comportamenti atipici ed i genitori erano costretti ad invitare il “bambino cattivo” a casa propria per offrirgli un surplus di genitorialità. Oggi quello che conta è che questi bambini vengano tolti dalla strada della crescita del proprio figlio.

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Cosa suggerisce?

Invece di dare la colpa ad internet, guardiamoci un po’ intorno e vediamo chi è disposto a rinunciare al sé nella società del narcisismo e a ricostruire dei valori di alleanza educativa comune.

Lei parla di “controllo educativo”.

Certo: oggigiorno il livello di “paranoicizzazione” è decisamente aumentato. Venti, trenta anni fa i bambini di 7 anni, pur rischiando tantissimo, in una città come Milano, se ne tornavano a casa a piedi. Poi a 13 anni si cresceva nei cortili e nei giardini. Oggi il corpo dei figli è sotto sequestro perché c’è molta più paura del mondo esterno. E quindi, al di là del marketing, si è facilmente imposta la virtualità dei videogiochi, per esempio.

Si fa anche notare che grazie ad internet è diminuita la comunicazione tra figli e genitori, per cui spesso ci si siede a tavola con lo sguardo fisso sugli smartphone, senza avere una vera conversazione.

Non saprei se c’è poca comunicazione o iper-comunicazione in generale. Non dimentichiamo che la comunicazione senza il corpo ha fatto parte della tradizione umana per molto tempo: magari ci si scriveva, e la relazione rimaneva comunque profonda. Oggi, l’aver cresciuto dei bambini davanti a uno schermo perché ripresi con foto e video fin da piccoli, nella società che abbiamo creato, tutti con smartphone, la comunicazione col corpo sembra avere meno importanza rispetto a quella che avviene nella piazza virtuale. Questo vale sia per il mondo della politica che per quello famigliare. Anche la relazione con la madre si è virtualizzata: oggigiorno i bambini possono andare in un asilo nido anche a 6 mesi. Questo non vuol dire che è diminuita la comunicazione, ma che è cambiata, a scapito di quella diretta, col corpo. Invitiamo i genitori a smettere di fare foto e video dei figli con smartphone e vediamo cosa succede.

Negli USA si parla di “digital detox” (disintossicazione digitale). Cosa ne pensa?

Non sono molto sicuro. Stiamo costruendo una società connessa 24h, gli unici lavori certi nel 2035 hanno a che fare con internet. Penso che il digital detox sia una forma di pentimento da parte di gente che intanto è diventata miliardaria grazie ad internet. Credo che sia importante insegnare alle nuove generazioni non tanto a vedere i video-giochi, ma a produrli, cioè ad offrire loro opportunità di lavoro.

Sì, ma ogni tanto fare una passeggiata in un bosco e godersi la natura invece che stare incollati ad uno smartphone potrebbe anche far bene.

Sì, ma in questo anche gli adulti e i genitori potrebbero e dovrebbero dare il buon esempio.

Ma tornando al rapporto dell’adolescente con la morte, in questo attuale contesto di vita virtuale cosa si potrebbe fare?

L’adulto non deve aver paura di parlare e quindi potrebbe chiedere ad un adolescente cosa succede in internet e cosa pensa della morte e se ha mai pensato al suicidio. In realtà credo che siano gli adulti ad essere terrorizzati nell’affrontare le tematiche che fanno parte della vita degli adolescenti, fuggendo da tematiche complesse. Oggigiorno la morte viene spettacolarizzata, soprattutto attraverso i film, ma rimossa dalla realtà.

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