Risolta veramente l’annosa questione Ilva di Taranto?

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07/09/2018 Attilio De Alberi 1109

Dopo una lunghissima trattativa tra governo, sindacati e imprenditori, si è giunti ad un accordo per la cessione dell’impianto Ilva al colosso franco-indiano Arcelor Mittal. Rimane solo un ultimo passo: un referendum tra i lavoratori il cui esito sembrerebbe scontato in positivo.

I nuovi padroni, a partire dal 15 settembre, inizieranno a riassumerne 10.700.
I restanti 2.822 rimarranno in cassa integrazione garantita (a carico dell’amministrazione straordinaria Ilva, ma esiste la certezza che riceveranno una proposta di assunzione a partire dall’agosto 2023).

Al netto dell’accordo raggiunto sulla copertura dei parchi minerali, rimane il problema ambientale delle emissioni, laddove non sembra essere stato fatto un grande passo in avanti.

Discute di questo  a YOUng Giuliano Pavone, scrittore tarantino ed autore di “Venditori di fumo. Quello che gli italiani devono sapere sull’Ilva e su Taranto” (Barney Edizioni), critico molto attento all’aspetto ambientale.

L’INTERVISTA

La tua reazione all’accordo appena concluso?

Tanto rumore per nulla o quasi nulla, perché la sostanza non è cambiata tantissimo: è quel tanto che basta perché ognuno si possa ritenere soddisfatto. Lo scopo di Di Maio, al di là delle sue promesse elettorali, era quello di dimostrare di poter ottenere delle soluzioni migliorative rispetto al piano Calenda, e in una certa misura ci è riuscito.

Al tempo stesso, dal punto di vista ecologico, non mi pare ci siano grossi passi avanti o no?

La posizione prevalente fra gli ambientalisti tarantini rimane sempre quella dell’incompatibilità fra fabbrica e salute, e l’accordo viene salutato come una sconfitta. Infatti c’è un sit-in proprio ora in piazza della Vittoria a Taranto, organizzato da gente che si sente tradita dal M5S che aveva promesso la chiusura progressiva delle fonti inquinanti.

Anche Emiliano sembra rimanere una voce dissonante in tutto questo processo.

Sì, certo, mentre Calenda ha inviato un tweet di congratulazioni a Di Maio, ma credo che sia una medaglia che brucia tanto sul suo petto. È come se Calenda abbia voluto dire che il lavoro di Di Maio è in continuità con il suo, cosa che non farà grande piacere agli elettori M5S, soprattutto quelli tarantini. Forse è per questo che Di Maio, dopo la chiusura dell’accordo, ha dichiarato che si dovrà comunque lavorare a una legge speciale per Taranto perché i destini della città non possono più dipendere da una sola fabbrica.

Ma, specificatamente, cosa c’è da dire sull’aspetto ambientale?

Per molti, finché la fabbrica rimane aperta non c’è nessuna sostenibilità ambientale possibile. Specificatamente, nel nuovo accordo si anticipano i tempi per la copertura dei parchi minerali, ma anche questa misura desta molte polemiche.

Perché?

Innanzitutto l’impatto estetico sarà terrificante: parliamo di strutture alte 80 metri e lunghe diverse centinaia. Ma poi c’è l’aspetto dell’opera di bonifica della falda sottostante.

Cioè?

I parchi minerali sono enormi cumuli di polvere di minerale di ferro che ormai da 50 anni sono poggiati sul terreno, senza una pavimentazione impermeabile. C’è pochissima trasparenza su quanto è stato fatto per bonificare la falda prima di costruire questi enormi “mausolei”.

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Quali altre misure ambientali si prevedono?

L’accordo prevede che, se Arcelor Mittal sforerà il tetto dei sei milioni di tonnellate di acciaio prodotto all’anno, dovrà farlo senza aumentare le emissioni. Come questa prescrizione sia tecnicamente fattibile, sinceramente in questo momento non lo capisco, e lo dico senza polemica. Ma il punto più importante secondo me è un altro.

Quale?

Una volta che la fabbrica finirà definitivamente in mani private, quali strumenti concreti avrà il Governo per richiamare all’ordine Arcelor Mittal in caso di inadempienze? Si rischia seriamente di tornare alla gestione Riva, quando qualsiasi pretesa in campo ambientale veniva subito messa a tacere dall’azienda con minacce di licenziamenti e chiusura.

Quindi, in pratica, l’inquinamento atmosferico continuerà?

Ovviamente continuerà, anche se ci sono state alcune migliorie e altre ce ne saranno. Finché ci sarà la produzione a caldo a ridosso della città, e cokerie che producono emissioni non convogliate di fumi tossici quasi quotidianamente, nulla di sostanziale cambierà.

A cosa si riferisce il titolo del tuo libro “Venditori di fumo”?

Il titolo è stato gentilmente offerto da un’intercettazione telefonica tra un membro della famiglia Riva, i proprietari dell’Ilva, oggi però commissariata dal Governo e in procinto di essere venduta alla cordata Am Investco, e un suo avvocato, durante la quale quest’ultimo invitava il suo cliente a vendere fumo sulla vicenda che ancora non era salita agli onori della cronaca nazionale. In generale i “venditori di fumo” sono molti di quelli che hanno avuto a che fare con questa vicenda: industriali, politici, giornalisti e sindacalisti.

In che senso?

Mi riferisco a quelli che prima dell’esplosione del caso Ilva nel 2012 hanno contribuito all’occultamento della verità. In sintesi, il mio è un libro sulla questione Ilva, ma anche sul modo in cui i media l’hanno trattata.

Ironicamente poi l’Ilva produce un bel po’ di fumo…

Certo: il titolo gioca amaramente proprio sulla coesistenza di fumo metaforico e reale…

Al di là della tua funzione di scrittore, come cittadino, ti preoccupa di più: la salvaguardia occupazionale oppure quella ambientale nel caso Ilva?

Innanzitutto sono piuttosto critico verso chi descrive il caso Ilva come un dilemma fra lavoro e salute, come se il gioco fosse a somma pari. È una formula “da vasi comunicanti”, che lascia immaginare che la salvaguardia di un fronte implichi necessariamente una rinuncia sull’altro versante. Io credo invece che ci siano delle strade per tutelare sia la salute che il lavoro, e altre vie (fra cui purtroppo quella che è stata intrapresa) che finiranno per penalizzare entrambi gli aspetti. Detto questo, la mia analisi è un po’ sbilanciata sul fronte della salute.

L’aspetto occupazionale è quindi meno importante?

No, non dico questo: penso solo che gli aspetti legati all’ambiente e alla salute siano un po’ più sguarniti. Osservando come viene trattata la vicenda, noto che l’aspetto economico tendenzialmente prende sempre il sopravvento, come se il disastro ambientale fosse solo una derivazione del problema principale, appunto quello economico.

Come mai questo?

Credo sia anche una questione culturale, per cui, ad esempio, la sinistra italiana si è sempre battuta sul lavoro e molto meno sull’ambiente. Basta poi riflettere sul diverso peso che hanno il Ministero del Lavoro e quello dell’Ambiente, o sul fatto che se i lavoratori sono tutelati dai sindacati, non esiste un’istituzione equivalente a difesa dell’ambiente e della salute dei cittadini.

Ma teoricamente sarebbe possibile mantenere quello che dopo tutto è il più grande centro di produzione d’acciaio in Europa, che dà lavoro a un bel po’ di persone, trasformandolo dal punto di vista della sostenibilità ambientale?

Teoricamente si potrebbe smantellare quella fabbrica e ricostruirla altrove, oppure si potrebbe ricostruirla secondo criteri nuovi, oppure farle produrre meno acciaio. Solo teoricamente però, perché tutto ciò si scontra con una scarsa sostenibilità economica. Anche la “de-carbonizzazione” proposta dal Governatore della Puglia Emiliano, per esempio, ossia l’eliminazione del ciclo a caldo, che è poi quello più inquinante, a parere di molti non è fattibile economicamente.

Nel senso che l’imprenditore in questione, che sia la Mittal o qualcun altro, avrebbe difficoltà ad investire in un’eventuale messa a norma ambientale?

La mia sensazione è che l’Ilva di Taranto è uno stabilimento che può realizzare profitti solo nel modo in cui l’ha fatto finora: è una vecchia fabbrica che produce acciaio di bassa qualità a basso costo, con assai scarse garanzie ecologiche, ma anche di sicurezza sul lavoro. Ma su questo bisogna fare un’importante precisazione.

Quale?

Nel preparare questa gara, il Governo, anziché stabilire dei paletti, ha lasciato che fossero gli stessi acquirenti a scrivere il loro piano ambientale. Non solo: ha anche concesso un’immunità penale che copre sia gli acquirenti che i commissari governativi nell’applicazione del piano. Oggi la magistratura continua a ravvisare irregolarità sul fronte ambientale (e ricordiamo che gli impianti sono a tutt’oggi sottoposti a sequestro penale, anche se non hanno smesso un solo giorno di produrre) ma non può procedere proprio per via dell’immunità penale. Trovo la cosa assurda.

Originariamente il M5S voleva smantellare l’impianto tout court.

Sì, in campagna elettorale il M5S, che a Taranto ha ottenuto il 47% dei voti, parlava di chiusura, e anche nel contratto di governo con la Lega si è parlato di una chiusura progressiva delle fonti inquinanti.

Ma poi?

Due mesi fa Di Maio ha fatto un meeting con tutte le parti interessate, compresi i gruppi ambientalisti, ma poi ha cambiato decisamente registro, sostenendo che non si possono lasciare i lavoratori a casa. Anche il parere sulla regolarità della gara richiesto all’Avvocatura dello Stato non avrebbe determinato la chiusura, ma al limite la ripetizione della gara.

Comunque, ferma restando la gravità dell’aspetto ecologico, è dura mandare a casa migliaia di lavoratori.

Naturalmente sì, ma sull’ipotesi chiusura vanno fatte delle riflessioni approfondite. Diciamo innanzitutto che anche se il governo decidesse di chiudere l’impianto, il processo durerebbe decenni. Poi bisogna considerare che quella fabbrica ci sta già costando tantissimo: da quando l’ha presa in amministrazione straordinaria, nel 2013, il Governo ha speso un milione di euro al giorno, ma non per ammodernarla, bensì solo per l’ordinaria gestione, come gli stipendi e le materie prime. Ma i veri costi sono in realtà quelli ambientali e sanitari.

Che sarebbero?

Le bonifiche, e poi tutto quello che costa alla sanità il far fronte alle malattie, oltre alle morti, dell’anomalia-Taranto. Pochi giorni fa, l’associazione Peacelink ha notificato al Ministero dell’Ambiente che sulla base della metodologia degli “aggregated damage costs” adottata dall’EEA (European Environment Agency), nel periodo 2008-2012 l’Ilva avrebbe causato esternalità negative da un minimo di 1.416 milioni di euro a un massimo di 3.617 milioni di euro. E a questo bisogna aggiungere ancora altri costi.

Quali?

Mi riferisco alle altre attività produttive a Taranto che sono penalizzate, se non addirittura annichilite dall’inquinamento: la pastorizia, vietata in un raggio di venti chilometri dall’impianto, il settore agroalimentare, la tradizionale coltivazione delle cozze, il turismo. Non dimentichiamo che poi ci sarebbero dei fondi europei per la riconversione industriale di Taranto.

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Quindi per te, visto che non si possono salvare contemporaneamente lavoro e ambiente, l’opzione migliore sarebbe appunto una riconversione?

Sì, e sottolineo “riconversione”, non chiusura e assistenzialismo. Questa è la mia posizione, anche se ammetto che sarebbe un cammino estremamente rischioso e complesso. Aggiungo questo: anche se l’Ilva rimanesse aperta bisogna considerare che da 30 anni produce sempre di meno, mentre Taranto, da città con alti livelli di benessere negli anni 70, è ormai stabilmente agli ultimi posti nelle classifiche sulla qualità della vita. Poi Mittal ha promesso di mantenere la forza lavoro, anche se ridotta, fino al 2023, dopo di che potrebbe anche chiudere, come ha già fatto con altre fabbriche in Europa, oppure potrebbe licenziare altri 5.000 operai.

Quindi, forse l’errore è stato quello iniziale di creare un impianto così vasto ed inquinante vicino a una città…

Sì, e il paradosso più inquietante è che l’area a caldo, appunto la più inquinante, è stata messa più vicina alla città. È anche vero che erano altri tempi, e c’era una sensibilità diversa. Comunque col tempo si sono aggiunti tanti altri errori e non si è fatto nulla per correggere la situazione, ed ogni volta che saltava fuori un bubbone, si cercava d’insabbiarlo.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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