53.676 persone si sono iscritte a un gruppo Facebook. Il gruppo porta questo nome: “Meglio una di meno che una femminista di troppo”. “Una di meno”: una donna in meno. “Che una femminista di troppo”. È la parodia esatta di “Non Una Di Meno”, il movimento che da anni conta le vittime di femminicidio per gridare che le donne le vogliamo tutte vive. Hanno preso quel grido e lo hanno capovolto: una donna in meno va bene, dicono, purché al suo posto sparisca una femminista.Notiamo il tono grave con cui annuncia la notizia: usa uno stile (che usano tutti, ormai) che evidenzia le singole parole e frasi separandole con il punto, credendo così di renderle tombali, definitive. Sta parlando di un gruppo Facebook. Che era un fake.
Dietro l’ironia, il messaggio è limpido: tra una donna che chiede diritti e una donna che sparisce, scelgono la seconda. Una femminista che alza la voce dà più fastidio di una donna che tace per sempre perché privata della vita. Accanto al nome, hanno persino inserito il simbolo TM, cioè marchio registrato.Quest’ultimo elemento evidentemente non è stato per lei una spia della possibile cazzata: cioè lei ha realmente pensato (o le è convenuto pensare) che questi fossero cinquantamila membri di un’associazione a delinquere con tanto di marchio di fabbrica.
L’odio diventa un logo, un’identità di cui vantarsi. La misoginia si traveste da meme e così smette di spaventare. Funziona proprio per questo: l’ironia la rende digeribile e una cosa digeribile sembra subito normale. E quel gruppo ha ‘fratelli’ ovunque.L’avvocato sembra ignorare i meccanismi basilari dell’ironia e della memetica, su cui pure esiste ampia letteratura anche per i non addetti ai lavori. La parola fratelli messa tra virgolette sta in contrapposizione con le ‘sorelle’, come si definiscono le femministe, e si riferisce ai famosi ‘bro’, che si spalleggiano a vicenda. Poi menziona il gruppo “Mia moglie”, che causò grande scandalo l’anno scorso (è curioso come emergano a ritmi cadenzati queste notizie), e un’inchiesta della CNN su dei gruppi Telegram. Quello che fa quindi è prendere tre esempi molto diversi tra loro e accumularli in modo tale da dare l’impressione di una mole enorme di fatti e persone. La parte più divertente però è quando dice che queste cose tirano perché l’algoritmo le premia, e il traffico genera soldi: se andiamo sulla sua pagina ci sono post sulle donne a tutto spiano. Riesce anche a intuire che se sostituissimo ‘femminista’ con ‘ebreo’ avremmo un discorso di istigazione all’odio; strano che non ci arrivi quando le si propone di sostituire invece ‘maschio’ nei suoi discorsi misandrici. Tutto il resto non è che una sequela di frasi declamatorie che sarebbero ridicole pure se la notizia fosse vera, figuriamoci sapendo che è falsa:
E sì, siamo stanche. Stanche di doverlo spiegare ogni volta da capo. Stanche di segnalare gruppi che riaprono dopo poche ore. Stanche di sentirci dire che era solo una battuta, che non capiamo l’ironia, che ci offendiamo per niente. Stanche, soprattutto, di contare: una di meno, una di meno, una di meno, mentre qualcuno, su quel conteggio, ci fa ironia con tanto di simbolo di marchio registrato. E allora una cosa, ogni volta, resta in mano nostra: segnalare. Gruppi come questo vivono del nostro silenzio e quel silenzio glielo togliamo. Una alla volta, una accanto all’altra. Non una di meno. Mai una di meno. Nemmeno una.Molto commovente. In tutto ciò, però, una volta che si è scoperto che il gruppo era fake, secondo voi l’avvocato (e gli altri influencer e i giornali) ha vagamente pensato di rettificare? Ma quando mai. Non ha alcuna importanza che la notizia sia vera o falsa: tanto il concetto è giusto. Oggi, quindi, chi va sul profilo di Latorre senza conoscere nulla della vicenda, crederà che quel gruppo sia autentico. Poco male, dicono, tanto ce ne sono altri uguali, che cambia? La disinformazione va bene se serve a difendere le donne.








