Una prima premessa doverosa sulla condanna di Mario Roggero è lo Stato ha perso, da molti punti di vista. Un 70enne è finito (come vedremo giustamente) in carcere, dopo aver subito una serie destabilizzante di rapine.
La seconda, che non ho letto in abbastanza analisi, è che è stato giudicato da una Corte d’Assise d’Appello, composta da due magistrati togati e sei giudici popolari, tutti con uguale diritto di voto in camera di consiglio. I giudici popolari sono quindi la maggioranza del collegio, formato complessivamente da otto membri. Un dettaglio importante, che conferma come il giudizio sia arrivato anche da una larga parte non togata e che al contempo è un segnale per chi prova a cavalcare la vicenda (drammatica per tutti) per meri e gretti fini elettorali.
Poi, al di là delle solite e tristi strumentalizzazioni politiche e della fuffa ideologica da destrorsi con consumo cognitivo inadeguato e sindrome da Rambo da tastiera, sul caso Roggero dobbiamo (come sempre) attenerci ai fatti ed alla scienza del diritto, che in questo caso ha di fatto già “graziato” il gioielliere-giustiziere, considerando ogni attenuante possibile per ridurre al massimo la pena definitiva.
Dobbiamo altresì non dimenticare le sue condotte pregresse ed il fatto che, dopo anni (e quindi a mente più che fredda) non si sia mai dimostrato pentito per l’esecuzione su strada pubblica con la quale ha ammazzato a sangue freddo due rapinatori in fuga, di spalle, disarmati e poi inermi a terra con dei proiettili in corpo.
Prima di tutto, è dunque importante inquadrare bene il personaggio ed il suo rapporto problematico con le armi ed il loro utilizzo. Già nel 2005, questo sceriffo improvvisato, aveva infatti patteggiato una pena a due mesi di reclusione per aver minacciato, pistola alla mano, il fidanzato della figlia ed i suoi genitori. E qui abbiamo il primo “punto di tilt” per i suoi sostenitori: (s)ragionando come coloro che oggi lo vorrebbero addirittura candidare, il padre dell’ex della figlia avrebbe potuto inseguirlo in strada e sparargli due colpi in testa? Del resto, è stato realmente minacciato con una pistola vera e non giocattolo.
Perché, vedete, il punto di diritto della questione è finanche semplice: la pena minima prevista per un omicidio volontario è di 21 anni. Minima, che può aumentare o diminuire entro limiti prestabiliti dalla legge (e non dal tifo) in base ad attenuanti ed aggravanti. Nel caso Roggero, come dicevo, tutte le giustificazioni portate avanti per chiedere la sua grazia (stress, stato d’ira, rapina pregressa violenta ecc) sono state considerate dai magistrati. Proprio per questo, invece di una condanna all’ergastolo che sarebbe molto probabile nel caso di un duplice omicidio volontario ed un tentato omicidio annesso, per altro con spari in pubblica piazza che potevo ferire o uccidere anche altre persone, si è scesi fino ad appena 14 anni e 9 mesi.
Altra cosa probabile, con buona condotta intramuraria ed ulteriore pressione mediatica, considerando anche l’età del condannato (che da sola non garantisce nessuno sconto di pena automatico), è che il gioielliere non sconterà tutti gli anni in carcere. Certo, graziarlo domani sarebbe un grave e pericoloso precedente, perché darebbe il via libera ad altri potenziali “sceriffi” e, cosa ancora più pericolosa, potrebbe armare i rapinatori e quindi causare veri e propri conflitti a fuoco, invece di una fuga da disarmati.
Perché, vedete, oltre al fatto che Ruggero (per legge) non poteva utilizzare la revolver fuori dall’esercizio commerciale come ha fatto (per diversi minuti), c’è l’altro elemento non considerato, ovvero criminali armati e pronti a rispondere al fuoco, che avrebbero potuto sia uccidere lui e la sua famiglia, sia coinvolgere in un conflitto a fuoco altri innocenti. Poteva essere un’aggravante, non risulta però considerata dai magistrati in maniera significativa e determinante per la sentenza definitiva.
Tutto considerato, dunque, è corretto sostenere che il gioielliere ha già subito una sorta di “grazia”, codice penale e buon senso alla mano. Se si sdogana l’idea che puoi sparare ad altezza d’uomo in una strada pubblica, perché 3 minuti prima hai subìto una rapina, apriamo il fronte di una pericolosa degenerazione della violenza armata nelle città.
Tra l’altro, ricordiamolo: in Italia non è prevista pena di morte sul posto per i rapinatori (fatevene una ragione). Tanto meno se tali rapinatori non sono in casa tua o nel tuo negozio, ma in fuga (ancora: di spalle e disarmati) su strada pubblica.
Io ho subito furti anche in casa, ma non voglio certo un paese dove un negoziante può uscire dalla sua attività e sparare ad altezza d’uomo per colpire dei criminali, che magari in quel caso sono armati, rispondono al fuoco e causano altri morti e feriti tra passanti innocenti.
Possiamo di sicuro dispiacerci per un 70enne che potrebbe finire in carcere la sua vita, indignarci per ciò che ha subìto prima di ammazzare due persone senza mai pentirsi di averlo fatto, ma è demenziale e delirante attribuirgli l’aura dell’eroe e pretendere impunità automatica.
Roggero è, per la legge ed il buon senso, un gioielliere che un giorno, esasperato, ha deciso di diventare assassino e che, ribadiamolo ancora, non ha mai detto di essersi pentito del gesto. Si sentiva e si sente tutt’oggi un giustiziere e la giustizia lo ha giudicato colpevole anche per questo, pur concedendogli tutte le attenuanti che si invocano oggi a caso, senza aver letto sentenze e motivazioni.
In questo ed in praticamente in ogni altro paese civile, un assassino commette un reato ben peggiore di chi rapina a mano armata.
Perché, indovinate un po’, la vita vale più delle cose e questo principio non smette di esistere in base alla vittima. Al massimo, può essere ragionevolmente reso più “sfumato” quando le vittime non sono certo stinchi di santo e sono morti subito dopo aver minacciato e rapinato qualcuno.
In ultimo, anche sul risarcimento concesso in via previsionale ci sarebbe da studiare l’ordinamento prima di scandalizzarsi, perché non può non esistere responsabilità civile a seguito di responsabilità penale rilevata. Soprattutto quando si parla di omicidio volontario, con diversi parenti delle vittime ancora in vita. Il risarcimento, poi, non viene calcolato in base a giudizi morali, probità della vittima, efferatezza del crimine ecc, ma considerando prima di tutto i parenti dell’assassinato ancora in vita.
Concludendo, sarebbe ingiusto e rappresenterebbe un grave precedente rimettere subito in libertà un uomo che ha ucciso a sangue freddo due persone in fuga, di spalle e disarmate. Prendendo una delle vittime a calci mentre era a terra, colpita a morte. E lo si deve dire, ovviamente, anche giudicando in maniera molto severa quella che erano e restano due criminali socialmente dannosi.
Le attenuanti sono state considerate ed applicate, il resto è speculazione.







