Trump e la sua politica nell’emergenza Coronavirus

Aprile 8, 2020
Attilio De Alberi
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Fin dall’inizio della pandemia Coronavirus in Cina, è risultato ben chiaro che le decisioni politiche sulle misure da prendere per bloccare la diffusione della malattia sono state importanti. Le misure prese in Cina hanno dato, come ben sappiamo, dei risultati positivi. Ed anche in Italia, dove misure simili sono state intraprese grazie all’azione del governo, si cominciano a vedere effetti positivi, per cui il modello Italia è stato seguito da altri paesi. Ma l’amministrazione Trump, come anche quella Boris Johnson, si è mossa con una chiara lentezza: gli Stati Uniti sono infatti il primo paese al mondo per la diffusione del contagio.

Innanzitutto bisogna prendere in considerazione che in quasi quattro anni di presidenza Donald Trump si è opposto all’idea di una sanità pubblica finanziata dallo stato. E’ indicativo questo grave fatto: un ragazzo in California, affetto da coronavirus, non ha potuto accedere ad un servizio di cura gratuito, e, non essendo in grado di pagare le spese necessarie per curarsi, è morto.

Ma ci sono altri dettagli dell’attitudine di Trump da prendere in considerazione.

Innanzitutto bisogna ricordare che nel 2018 Trump aveva addirittura chiuso la sezione dedicata alla salute del NSC (National Security Council – Consiglio Nazionale di Sicurezza). Molte persone nei Centers for Disease Control and Prevention (Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie) furono licenziati, mentre il numero di paesi in cui questo centro operava era stato ridotto da 49 ad appena 10.

Inoltre, a gennaio e a febbraio di quest’anno, Trump aveva ignorato le informazioni giunte dall’intelligence sulla possibilità di una possibile e probabile pandemia.

Ma una delle attitudini più strane, ed ovviamente criticabili, è stata quella di accusare la precedente amministrazione Obama di non avere procurato abbastanza forniture di mascherine ed impianti sanitari. Dopo tutto, se questo può essere vero, anche se ci sono dubbi a proposito, Trump ha avuto la possibilità sotto la sua amministrazione, per colmare simili vuoti, ma non ha fatto nulla proprio quando la pandemia ha cominciato a diffondersi negli USA. Quindi l’accusa contro Obama è una chiara mossa per giustificare la sua mancanza di efficienza a proposito. Trump è responsabile per quanto accade ora, ed è quindi ridicolo andare indietro di quasi quattro anni ed accusare il suo predecessore.

La maggiore preoccupazione di Trump è stata invece quella di attaccare il sistema sanitario introdotto da Obama e di ridurre le tasse per i ricchi, e quindi, così facendo, ha impoverito i fondi del governo federale necessari per affrontare la pandemia.

In realtà Trump non ha mostrato un’attitudine pianificatrice per affrontare i problemi che affliggono la nazione nel breve e nel lungo termine, l’ultimo essendo appunto la diffusione del coronavirus. Si è invece dedicato a dichiarazioni e a Tweet giornalieri col solo scopo di fare di tutto per rimanere al potere negli anni a venire. La data del 3 novembre 2020, il giorno delle prossime elezioni presidenziali, rimane cruciale per Trump e per i repubblicani.

In realtà, Trump si è mosso molto lentamente per far fronte al coronavirus, e si può dire che è stato più importante e positivo l’intervento dei governatori dei singoli stati, in particolare quello di Andrew Cuomo, governatore dello stato di New York, una delle zone più duramente colpite dalla pandemia.

Tutto questo non fa che confermare l’inefficienza e la pericolosità dell’amministrazione Trump, rispetto, in particolare, a tutte le misure proposte dal candidato Bernie Sanders per la salute ed il benessere del popolo americano.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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