L’escalation della tensione tra Usa e Iran

Gennaio 11, 2020
Attilio De Alberi
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Dopo che gli USA hanno deciso di uscire dall’accordo nucleare con l’Iran, originariamente approvato dall’amministrazione Obama, e dopo che gli USA hanno imposto al paese una serie di sanzioni, la tensione USA-Iran è aumentata a causa dell’iniziativa da parte del presidente Trump di assassinare all’aeroporto di Bagdad il generale Qassem Soleimani, capo dei corpi speciali al-Qods, responsabili delle operazioni all’estero, e praticamente il numero due nel paese, il quale, ironicamente, era in visita in Iraq per una missione di pace volta a smussare le tensioni tra Iraq ed Arabia Saudita.

Trump è andato oltre ed ha minacciato di colpire 52 siti culturali iraniani, il che andrebbe contro le convenzioni internazionali. La sua violenta iniziativa è stata accolta non molto bene negli USA, e non solo dai democratici, ma anche da parte della popolazione che ha organizzato una serie di dimostrazioni in varie città contro l’attacco a Soleimani, tra l’altro sferrato senza il consenso del Congresso, che giovedì ha votato una mozione alla Camera dei Rappresentanti per limitare i poteri di guerra di Trump.

Bisogna anche aggiungere il grave divieto da parte degli USA imposto al Ministro degli Esteri iraniano di rivolgersi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Si dice che uno dei motivi dietro questa escalation trumpiana sia stato quello di distrarre l’opinione pubblica dal processo d’impeachment al quale il presidente è tuttora sottoposto.

Al tempo stesso, l’attacco USA ha generato una ricompattazione tra gli iraniani a favore del governo, dopo che recentemente c’erano state delle dimostrazioni contro il rincaro della benzina, alle quali erano seguiti molti arresti e l’uccisione di diversi dimostranti. Soleimani è visto da milioni di iraniani come un eroe della patria ingiustamente ucciso, ed enormi dimostrazioni di lutto si sono svolte nel paese.

L’Iran ha poi lanciato, a pochi giorni dall’assassinio, una sua prima rappresaglia attaccando con dei missili due basi militari in Iraq che ospitano soldati americani e non solo. Una rappresaglia relativamente soft, nella misura che l’Iran ha avvertito l’Iraq dell’attacco e quindi, alla fin fine, non ci sono state vittime. Tuttavia questo rimane il segno chiaro di una escalation che non si sa ancora dove porterà. E non bisogna dimenticare che il parlamento iracheno ha votato una mozione per il ritiro di tutte le forze straniere dal paese, comprese quelle americane.

Ma, nel suo tipico stile contraddittorio, Trump ha reagito alla rappresaglia iraniana sulle basi irachene promettendo da un lato nuove sanzioni, ed al tempo stesso proponendo una distensione pacifica con l’Iran. Una pace che anche l’Iran ha dichiarato di volere, al di là della sua rappresaglia.

Chiaramente sia Israele che l’Arabia Saudita vedono di buon occhio questa escalation, essendo ben nota la loro avversità al regime di Teheran, sebbene l’Arabia Saudita si sia espressa di più per un clima di distensione.

Ma bisogna sapere alcune cose in piò sul rapporto tra Trump e l’Iran.

Innanzitutto bisogna tenere presente la profonda ignoranza di Trump in politica estera. Tanto per cominciare non sapeva esattamente chi fosse Soleimani.

Poi, una delle ironie in questa complicata faccenda è che nel 2011, in un’intervista televisiva Donald Trump aveva definito “patetica” l’ipotesi di un attacco americano da parte di Obama contro l’Iran dettato, secondo lui, da fini elettorali, accusandolo anche dell’incapacità di negoziare.

Trump è uscito dall’accordo nucleare con l’Iran in contrasto con i consigli che gli avevano dato i suoi generali ed il Segretario alla Difesa Mattis, secondo il quale l’accordo stava funzionando.

Secondo Trump e quelli che gli stanno vicino il famoso attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2011 includeva un’ingerenza iraniana, il che non ha alcun senso visto che l’Iran e Al-Qaeda, la forza responsabile dell’attacco, erano acerrimi nemici.

Trump è tendenzialmente un falco e lo è sempre stato. Questo è il presidente che ha due volte bombardato il regime di Assad in Siria, che ha trasformato Mosul e Raqqa in un campo di macerie, che ha posto un veto al tentativo da parte del Congresso di porre fine al coinvolgimento USA nei bombardamenti in Yemen da parte dell’Arabia Saudita e che ha facilitato l’aumento di cinque volte degli attacchi da parte di droni in Medio Oriente ed altrove, particolarmente in Somalia.

La belligeranza di Trump ha molto a che fare con il suo massiccio ego pieno di contraddizioni. Ci si chiede come mai abbia ordinato l’uccisione di Soleimani, ma non abbia alzato un dito contro il dittatore nord coreano Kim Jong-un che dice invece di “amare”.

Infine bisogna tenere in considerazione che Trump è fondamentalmente una persona instabile, che non usa parametri normali nel suo comportamento, e con tendenze chiaramente paranoiche.

Comunque al di là degli evidenti limiti umani e politici di “The Donald”, c’è da sperare che si entri ora in una fase più di deterrenza che di escalation tra USA ed Iran.

Chiaramente se nelle elezioni presidenziali di novembre Trump venisse sostituito da un democratico alla Casa Bianca la situazione migliorerebbe enormemente, ed esisterebbe la possibilità che la richiesta insistente dell’Iran di continuare l’accordo nucleare con la partecipazione USA, e di porre fine delle sanzioni economiche, che stanno enormemente danneggiando il paese e la sua popolazione, venga soddisfatta, portando un chiaro clima di distensione in Medio Oriente.

C’è solo da sperare nel meglio.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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