Continua la saga ex Ilva di Taranto

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18/07/2019 Attilio De Alberi

Anche se qualche piccolo passo avanti è stato fatto in merito alla questione ex Ilva di Taranto, passata nelle mani del colosso siderurgico indiano Arcelor Mittal, c’è ancora molta strada da percorrere. Mentre rimane la spada di Damocle della possibilità che l’Arcelor Mittal esca dall’accordo di proprietà a settembre e chiuda i battenti, rimangono in ballo tre questioni: quella dei licenziamenti avvenuti e della cassa integrazione imposta ad un certo numero di lavoratori, quella della tutela ambientale e quella della sicurezza dei lavoratori sul posto di lavoro.

A proposito di questo ultimo punto, qualche giorno fa ha perso la vita Cosimo Massaro, 40 anni, caduto in mare con la sua gru allo sporgente IV del porto di Taranto. Su questa tragedia sono indagate 9 persone. L’accusa è di non aver messo in atto sistemi di prevenzione contro incidenti del genere. E neanche a farlo apposta, più recentemente, è caduto nello stabilimento un carico assai pesante. Fortunatamente non ci sono state vittime, ma avrebbero potuto esserci.

C’è appena stato un incontro al MISE tra sindacati, Arcelor Mittal ed il governo. Mentre la compagnia in questione si sentiva in una condizione di accerchiamento, Luigi Di Maio, che da tempo segue la questione, ha garantito che nessuno nel governo vuole interrompere la collaborazione con l’Arcelor Mittal.

Alla fine dell’incontro la compagnia si è dichiarata disposta a reintegrare almeno una parte dei lavoratori in cassa integrazione, e si è messa d’accordo con i sindacati per creare una task force addetta ad analizzare tutti i rischi possibili alla sicurezza nell’impianto siderurgico.

Rimane però una certa distanza tra Arcelor Mittal ed il governo per ciò che riguarda la questione dell’immunità legale che, come ha ribadito Di Maio, scadrà il 6 settembre. Da questa scadenza è infatti partita la minaccia da parte della compagnia di ritirarsi dall’impianto tout court. La compagnia vuole essere protetta da accuse relative ai danni causati dalla gestione precedente.

Discute di tutto questo con YOUng Giuliano Pavone, tarantino, ed autore di “Venditori di fumo. Quello che gli italiani devono sapere sull’Ilva e su Taranto” (Barney Edizioni, 2014).

L’INTERVISTA

In generale, come vedi la situazione dell’ex Ilva?

E’ una situazione oggettivamente complicata, e non da adesso, ma da un bel po’ di anni. Ma se ci riferiamo a questo spauracchio dell’imminente chiusura a settembre, sono abbastanza scettico. La mia scommessa è che le cose continueranno anche dopo settembre. Questa minaccia è molto montata. Rimarrebbe comunque una situazione difficile e le prospettive sono al ribasso.

Una delle questioni più calde, al momento, sembra essere quella degli incidenti sul lavoro, visto soprattutto gli ultimi avvenimenti. Che dire su questo?

Vedendo la cosa dal di fuori ho la sensazione che assistiamo a due narrazioni parallele: una ufficiale in cui si dice che il piano ambientale, che prevede anche misure di sicurezza, va avanti tranquillamente, e quindi in futuro l’azienda sarà un modello di modernità ed efficienza, ed un’altra che comprende le testimonianze degli operai, anche ottenute coi cellulari, che ci parlano di materiali incandescenti buttati su terreni non pavimentati, delle pareti di lamiera delle cokerie con enormi aperture da cui fuoriescono emissioni non convogliate.

Cosa dire dell’ultimo incidente con la gru?

La cosa che fa venire i brividi è la somiglianza con l’incidente analogo che avvenne nel 2012. Adesso vengono portate avanti indagini, ma mi ricordo che dopo l’incidente del 2012 gli operai avevano una gran voglia di raccontare il fatto, per poi, improvvisamente, diventare reticenti. Mi pare che il contesto sia rimasto lo stesso.

Al di là dei singoli incidenti, uno dei punti chiave è l’inquinamento. L’Arcelor Mittal cosa sta facendo a proposito?

C’è un accordo secondo il quale l’azienda deve portare avanti le misure anti-inquinamento entro il 2023. Ma i problemi sono due.

Quali?

Uno è che questo programma, secondo ARPA Puglia, l’Agenzia Regionale per la Prevenzione e la Protezione Ambientale, non garantisce affatto delle emissioni accettabili per gli abitanti di Taranto anche dopo il 2023. Questo per dire che è un piano limitato. L’altro è il protrarsi dei tempi.

Come si rapporta tutto ciò con la questione dell’immunità penale?

L’immunità penale fu introdotta all’indomani di un altro incidente mortale. Per evitare il blocco degli impianti venne fatto questo decreto in cui si diceva che le condotte poste in essere in attuazione del piano ambientale non potevano dare luogo a responsabilità penale o amministrativa, in quanto costituiscono adempimento delle migliori regole in materia di ambiente, salute e sicurezza. Il decreto fu oggetto di ricorso alla Corte Costituzionale. La Consulta stabilì che il decreto era legittimo ma a patto che il piano ambientale, e la relativa immunità, arrivassero a conclusione in breve tempo. Notare che questo avvenne nel 2015, e quini ne è passato del tempo. Tra l’altro, negli scorsi mesi, c’è stata una condanna da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con sede in Lussemburgo, un organo terzo separato dalla UE.

Ma la revoca dell’immunità penale viene da Di Maio.

Bisogna specificare che in realtà non è una revoca ma è una modifica, fatta anche per fare fronte a quest’offensiva giudiziaria sia da parte della Corte Costituzionale che da quella dei diritti dell’uomo.

Secondo te perché la minaccia da parte dell’Arcelor Mittal di chiudere a settembre è falsa?

A me sembra un grande gioco delle parti per cui da un lato Di Maio, per soddisfare il proprio elettorato, fa vedere che mantiene le sue promesse e fa la faccia dura con l’azienda parlando di revoca dell’immunità, anche se, come dicevo, introduce solo una modifica, e dall’altro lato l’Arcelor Mittal, fa a sua volta la voce grossa, magari con la prospettiva di ottenere dei vantaggi su altri tavoli. E lo fa anche per far digerire questa continua emorragia di forza lavoro.

Ossia?

Otto mesi quando sono entrati nell’ex Ilva hanno ridotto drasticamente il personale con oltre 2500 esuberi, grazie a prepensionamenti, uscite volontarie, ma anche licenziamenti, e adesso ne mettono in cassa integrazione altri 1400. Dopo di ché, non vedo una chiusura imminente, ma un declino della forza lavoro. E come ci dice l’industria 4.0, proprio il settore siderurgico in generale subirà sempre più cali della forza lavoro, perché è quello più soggetto all’automazione.

Non vedi qualche rischio quindi?

L’unico rischio è che tutti questi fattori, cioè gli infortuni sul lavoro, gli scioperi, i licenziamenti, la congiuntura economica, la magistratura, l’ambiente, magari convergano tutti assieme e creino una situazione di crisi. Ma mi sembra che questo nessuno lo voglia, nemmeno il governo, che sembra voler lavorare per una continuità dell’azienda e della sua produzione.

Ma perché non nazionalizzare l’impianto ed agire in maniera forte e coerente a livello della protezione ambientale in modo da farne praticamente un modello?

Beh, si può dire che la fase post-Ilva sia stata una forma di nazionalizzazione, nel senso che c’è stato un commissariamento da parte dello stato, che in realtà non si è ancora concluso, perché l’impianto è stato in realtà affittato ad Arcelor Mittal, con la prospettiva, più avanti di una vendita. Quindi questo passaggio nella mano pubblica c’è già stato, e c’è tuttora, anche se visto come provvisorio. C’è però da dire che questa gestione statale è stata terrificante dal punto di vista sia economico che operativo.

In che senso?

I debiti sono aumentati enormemente, e sono stati fatti pochi passi per modernizzare l’impianto. Banalmente, per gestire un grosso impianto di siderurgia c’è bisogno di qualcuno che ne sappia veramente qualcosa in merito.

 

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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