Lo scandalo della plastica nei mari e negli oceani

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11/02/2019 Attilio De Alberi 259

Da un po’ di tempo, oltre alle preoccupazioni legate al cambiamento climatico, si è aggiunto un nuovo incubo ecologico, molto reale e visibile, legato alla produzione di plastica, soprattutto quella usata per contenere liquidi e per imballaggi di cibo in generale. E, visto che buona parte di questa plastica non viene riciclata, essa va a finire in mari e oceani, dove non crea problemi solo da un punto di vista meramente estetico, ma produce danni gravi alle specie marine e poi anche agli umani.

Al tempo stesso sta crescendo il movimento globale per opporsi alla produzione della plastica e quasi 3 milioni di persone a livello globale si sono unite a Greenpeace per spingere le aziende a diminuire sensibilmente la produzione di imballaggi di plastica inquinanti. Questo tenendo conto che, secondo certe previsioni, la produzione di plastica è destinata ad aumentare di quattro volte entro il 2050, per cui, il solo riciclo non sarà in grado di risolvere il grave problema.

Nel mese di ottobre Greenpeace ha pubblicato un rapporto intitolato Una crisi di convenienza. Questo si è basato su un sondaggio portato avanti su 11 delle maggiori aziende nel settore alimentare e delle bevande sul pianeta. Il risultato di questa inchiesta è sconcertante: anche se alcune di queste compagnie hanno sottoscritto un impegno volontario, e, attenzione, non vincolante, per gestire questa crisi, si è scoperto che quasi nessuna di loro, in realtà, sta pianificando seriamente di ridurre la produzione di plastica monouso. Sembra invece che molte di queste aziende intendano, al contrario, aumentare la produzione di imballaggi di plastica.

Greenpeace non solo compie opera di monitoraggio su mari e oceani per studiare e documentare la presenza di plastica non riciclata, ma si muove appunto per invertire la tendenza produttiva delle grandi aziende in questo settore. Per la cronaca, ecco la lista delle maggiori aziende responsabili per questo disastro planetario: Nestlé, Unilever, Coca-Cola, PepsiCo, Colgate, Danone, Johnson & Johnson e Mars.

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Discute di questo con YOUng Giuseppe Ungherese, esperto in materia presso Greenpeace Italia, con sede a Roma.

L’INTERVISTA

Qual è esattamente il problema tecnico dell’inquinamento della plastica?

Il punto è questo: da 40-50 anni l’uso di plastica è diventato sempre più massiccio. E’ un materiale entrato prepotentemente nelle nostre vite, con tutta una serie di benefici, anche materiali. Non a caso, cito la storica pubblicità di Moplen, con queste signore abituate a usare contenitori di metallo e poi passate alla plastica, materiale più leggero, pratico ed economico. Ma da allora noi la usiamo con ritmi in vertiginosa crescita su scala planetaria.

Qualche cifra?

A partire dagli anni ‘50 ne sono stati prodotti 8 miliardi di tonnellate, l’equivalente di 47 milioni di balene blu: una cifra impressionante.

Ma non esiste un riciclaggio?

E’ proprio questo il problema: il 90% di questa massa di plastica non è mai stata riciclata.

Come mai?

La situazione è piuttosto complessa. Il tasso di riciclo dalla fine degli anni ’50 è cresciuto, ma non si riesce a bilanciare la crescita esponenziale della produzione di plastica, che andrà a raddoppiare entro il 2025 e a quadruplicarsi entro il 2050. L’Italia, paese relativamente virtuoso in questo contesto, ricicla tuttavia solo il 40% degli imballaggi di plastica monouso. Il resto va a finire in discarica, e poi una parte finisce dispersa nell’ambiente.

E come finisce in mare?

Viene veicolata attraverso i fiumi ed i corsi d’acqua, e quindi il mare diviene il ricettore finale. C’è poi il problema della degradazione.

In che senso?

Nel caso della plastica i tempi di degradazione sono estremamente lunghi. In questo contesto, cito il caso di Cristoforo Colombo: se avesse utilizzato una bottiglia di plastica su una delle sue caravelle, ed una folata di vento l’avesse fatta finire in mare, questa sarebbe in parte ancora nell’ecosistema. E’ un modo di dire che i tempi di degradazione possono durare fino a 500 anni. Ed il polistirolo fino a 1000.

A livello marino ci sono delle aree sul pianeta in cui c’è più concentrazione di plastica rispetto ad altre?

In realtà, la ricerca scientifico su questo fenomeno fornisce elementi nuovi giorno dopo giorno. Sappiamo che nei grandi oceani ci sono dei vortici, ossia aree laddove, a causa di un gioco di correnti, si accumula la plastica. Una delle aree con maggiore accumulo è nel Pacifico dove esiste una cosiddetta “isola”, cioè un’intera zona con concentrazioni di microplastica elevate.

E qual è la situazione nel Mediterraneo?

Anche qui abbiamo zone di maggiore concentrazione. Proprio Greenpeace ha diffuso nel 2018 i dati di alcune ricerche condotte insieme al CNR ed all’Università Politecnica delle Marche, e sono state trovate due zone in particolare, lungo le coste italiane, paragonabili a quelle create dai vortici oceanici.

Quali?

La zona marina antistante Portici e le isole Tremiti. Parliamo quindi di un’area altamente urbanizzata come quella di Portici e di un’area marina protetta come quella delle Tremiti. Ed è proprio a causa del gioco delle correnti che si crea questo particolare accumulo di plastica.

Passiamo dunque alle soluzioni di questo grave problema.

Come ho già detto il problema più grosso è che abbiamo un sistema di riciclo già oggi inefficace, con una produzione globale di plastica in continua crescita, e quindi il riciclo dovrebbe crescere ancora più velocemente. Quindi bisogna intervenire in un solo modo per essere risolutivi a lungo termine: ridurre la produzione. Non di tutta la plastica, perché la nostra specie non può fare a meno di essa tout court.

Quindi su cosa bisognerebbe concentrarsi nel ridurre la produzione?

Soprattutto sulla parte spesso superflua, su tutto quel usa-e-getta che costituisce il 40% di tutta la plastica prodotta a livello mondiale. E’ lì che bisogna intervenire.

Si potrebbe, per esempio, sostituire le strausate bottiglie di plastica con quelle di vetro, considerando anche che la plastica de-energizza i liquidi, rispetto, appunto, al vetro?

Ma certo, e dobbiamo ricordare che fino a pochi decenni fa non si faceva uso di tutto questo, senza alcun problema. Basta entrare oggigiorno in un supermercato e vedere la quantità di imballaggi di plastica: è un abuso senza precedenti.

Voi di Greenpeace vi state muovendo affinché venga ridotta questa produzione…

Abbiamo ottenuto circa tre milioni di firme a livello globale in una sottoscrizione che chiede alle maggiori multinazionali nel campo di alimenti e bevande che immettono sul mercato immani quantità di plastica usa-e-getta di ridurre tutto ciò, scegliendo modi di consegna alternativa per i beni che producono.

Come esattamente?

Incentivando soluzioni che si basano sullo sfuso, o magari su contenitori riutilizzabili. Si può fare, basta solo volerlo.

Ma qual è la reazione di queste multinazionali vìs-à-vìs la vostra campagna?

Per anni hanno sempre scaricato il problema sui consumatori. E se si guarda alla questione superficialmente, quest’attitudine può essere corretta. Ma in realtà non c’è scelta: se, per esempio, voglio comprare oggi un dentifricio, non ne trovo uno che non sia imballato in plastica. E lo stesso vale se voglio comprare uno shampoo o un bagno schiuma: non ho grandi alternative. Quindi, di fronte ad un’emergenza di proporzioni colossali di cui pagheremo le conseguenze nei decenni a venire, bisogna intervenire, e chi produce tutta questa plastica non può voltarsi dall’altra parte. Ed ora, dopo l’iniziale atteggiamento col quale si scaricava la responsabilità sui consumatori, qualcosa, finalmente, si sta muovendo.

Come?

Ci sono alcune multinazionali che hanno cominciato a prendere degli impegni volontari, che anche se non vincolanti, mostrano la volontà di facciata di cambiare passo. Per esempio, la Nestlé, la più grande produttrice di alimenti al mondo, nei mesi scorsi ha dichiarato di voler immettere sul mercato, a partire dal 2025, solo prodotti imballati con plastica riciclabile o riutilizzabile. E’, al tempo stesso, un modo di ammettere che la plastica usata oggi non è tutta riciclabile.

Ammesso e concesso che in un “giorno magico”, e in un futuro non troppo distante, si smetta di produrre ed utilizzare questi imballaggi, potrebbe esserci un’iniziativa a livello mondiale che organizzi la raccolta della plastica nei mari e negli oceani, per poi riciclarla?

Ci sono varie soluzioni che permetterebbero di raccoglierla e riciclarla. Ma c’è un altro grosso problema: buona parte della plastica in mare, e parliamo qui del 90%, finisce sui fondali. Non possiamo usare un grosso scolapasta per raccogliere tutto questo materiale, senza recar danno alla fauna marina.

E poi si sa che un’altra complicazione nasce dal fatto che parte di questa plastica va a finire nello stomaco di vari cetacei e pesci.

Sì, ed anche delle tartarughe, perché, fondamentalmente, la scambiano per cibo, il che poi ne provoca la morte per soffocamento. Notare, inoltre, che in parte va anche a finire nel nostro corpo.

Come?

La plastica che deriva dalla frammentazione di grossi oggetti di plastica è stata trovata quasi ovunque. Recentemente abbiamo pubblicato uno studio portato avanti con l’Università di Incheon in Corea del Sud, ed abbiamo scoperto frammenti di plastica in 90% dei campioni di sale da cucina analizzati. E noi stessi l’abbiamo trovata nel 30% delle specie ittiche commerciali raccolte nel Mar Tirreno: parliamo di cozze, di gamberi, di merluzzi, di naselli e di acciughe. Insomma, è una situazione di proporzioni enormi destinata a crescere se non s’interviene prontamente alla radice del problema.

Le Nazioni Unite potrebbero entrare in azione in questo contesto?

Potrebbero farlo, visto che si tratta di un problema globale, come è globale il clima, ma purtroppo i tempi delle Nazioni Unite non sempre si conciliano con le emergenze esistenti. Noi ce lo auguriamo, ma sappiamo che il cambiamento di rotta deve venire innanzitutto dal business alimentare e delle bevande.

E l’Europa si sta muovendo in qualche modo?

C’è una direttiva che dovrebbe finalmente essere ratificata dal parlamento UE nel marzo prossimo, che coinvolge l’uso di oggetti di plastica particolarmente problematici: piatti, posate, cannucce, i famosi cotton fioc. Però questa direttiva non interviene in modo deciso sulle confezioni per alimenti e sulle bottiglie, che rappresentano la produzione più grossa. Perciò si può parlare di un messaggio importante, ma tutt’altro che risolutivo. Quindi siamo lontani da iniziative importanti e decisive.

Beh, dopo tutto questo è uno dei tanti danni del tardo capitalismo globale.

Questo lo so, e ci sono tutta una serie di concause, però, fondamentalmente, se Coca-Cola mi produce quasi 120 miliardi di bottiglie di plastica all’anno su tutto il globo, in pratica una cassa di 6 bottiglie per ogni abitante del pianeta, che viva questo a New York o nella foresta amazzonica, non può far finta di niente e non capire che è parte del problema.

 

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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