La crisi della democrazia e la democrazia digitale

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07/02/2019 Attilio De Alberi

Da anni ormai si parla di crisi della democrazia nel mondo occidentale. Uno dei segni di tale crisi è l’aumento dell’astensione. Non dimentichiamo che nelle recenti elezioni politiche in Italia, il secondo partito ad affermarsi, dopo il M5S, è stato quello dell’astensione con una percentuale del 28%. Il fenomeno permane se si leggono i sondaggi, laddove un bel numero di persone non esprimono alcuna preferenza o opinione.
Al tempo stesso, si è affermata la cosiddetta “democrazia digitale” portata avanti sia dal M5S che da Podemos in Spagna, e qui c’è da chiedersi fino a che punto si tratti di vera democrazia.

A parte tutto questo, si notano altri due fenomeni che potrebbero destare preoccupazione: la demagogia, tipica dei partiti di marca populista, che portano avanti una forma di campagna elettorale non-stop, anche quando hanno raggiunto il potere, e la diffusione di idee e di proclami, ma anche di fake news tramite i social. In Italia basti pensare alle esternazioni live su Facebook di Salvini, Di Maio e Di Battista. Per non parlare del fiume di Tweet prodotti dal presidente USA Donald Trump. Si potrebbe parlare di un ininterrotto circo mediatico.

E poi c’è un altro fenomeno, quello della protesta in strada esemplificato dal movimento dei gilet gialli in Francia che, anche se in calo, per ciò che riguarda il numero dei partecipanti, va ormai avanti da parecchie settimane. Questo è un chiaro segno di insoddisfazione per i risultati ottenuti attraverso il semplice processo elettivo ed il desiderio di esprimere tale insoddisfazione altrimenti.
Al di là di tutto questo c’è da chiedersi fino a che punto le masse dei cittadini siano abbastanza educate e coscienti per essere in grado di prendere delle decisioni elettorali sensate ed informate. Ed è proprio questo che fa capire il successo della demagogia populista. Di nuovo in Italia questo si può vedere molto chiaramente nel caso della Lega, laddove le uscite anti-immigrazione di Salvini hanno fatto raddoppiare, nel giro di pochi mesi, la percentuale dei consensi per questo partito.

Discute di questo con YOUng, Paolo Gerbaudo, giovane studioso e docente di scienze politiche presso il King’s College di Londra, ed autore del recente volume “The Digital Party – Political Organization and Online Democracy” (Pluto Press).

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L’INTERVISTA

 

La tua è una critica o un apprezzamento della democrazia digitale?

In buona parte è una critica, anche se vuole essere una critica un po’ più qualificata e costruttiva rispetto a quella che ha dominato finora.

In che senso?

Il fatto che i partiti e la democrazia si debbano aggiornare rispetto alle nuove condizioni ed alle nuove esperienze della vita quotidiana dell’era digitale è una cosa ovvia e giusta. Il modo in cui l’hanno fatto finora il M5S e Podemos è in buona parte un fallimento.

Perché?

Perché hanno tradito le promesse che erano alla base di quest’innovazione, nel senso che avrebbe dovuto esserci una democrazia partecipativa, laddove tutti i cittadini avrebbero potuto essere protagonisti e proporre nuove cose. In realtà si tratta molto di più di una democrazia plebiscitaria in cui le rispettive piattaforme, quella Rousseau per il M5S ed il portale Participa di Podemos sono usate, semplicemente, come un meccanismo per sottoporre le decisioni già prese dalla leadership e chiedere alla base una conferma. Questo è l’uso principale. Poi ci sono tante funzioni più collaborative ed aperte, però, in soldoni, servono per ottenere una conferma dal basso.

Quindi anche se il responso della base è negativo la decisione dall’alto viene comunque portata avanti?

Il meccanismo potrebbe permettere alla base di bloccare una decisione presa dal leader, il che poi dovrebbe essere la funzione della democrazia: esautorare un leader che non ha più legittimità, o fermare decisioni dall’alto che non hanno più un sostegno. Tuttavia, se vediamo i risultati delle consultazioni portate avanti tramite queste piattaforme, i casi in cui ci sono delle ribellioni della base sono rarissimi, o, addirittura, non esistenti.

Qualche esempio specifico?

Nel caso di Podemos, nei referendum interni, non c’è mai stata una ribellione della base. Per ciò che riguarda il M5S ce ne sono state due su circa 40 consultazioni. Un caso fu quello nel 2014 sul reato d’immigrazione clandestina, nel quale la base era molto più spostata a sinistra di quanto sia adesso, e contro la volontà di Grillo ci fu un’opposizione a tale reato, ed a favore di una sua abrogazione. La seconda occasione fu da lì a pochi mesi, la consultazione sulla necessità o meno di andare a incontrare Matteo Renzi, quando quest’ultimo era stato appena incaricato di formare un nuovo esecutivo. In quel caso ci fu una maggioranza molto risicata a favore delle consultazioni. In entrambi i casi la base si espresse contro le posizioni di Grillo e Casaleggio, esprimendo un certo disappunto per queste. Ed alla fine Grillo s’incontrò con Renzi. E venne anche seguita l’opinione della base per l’abrogazione del reato d’immigrazione clandestina.

Quale fu la reazione dei leader?

Questi rimarcarono che avrebbero mantenuto una posizione dura sull’immigrazione, e che quella votazione non significava un’inversione di rotta. Questo proprio in un periodo in cui il M5S stava cercando di sedurre l’elettorato di destra su questo tema.

Intanto intravediamo, oggigiorno, uno di quei pericoli già indicati da Socrate ai tempi della democrazia ateniese, per cui il popolo può farsi facilmente influenzare nelle sue decisioni da una propaganda demagogica che fa leva sulla pancia dell’elettorato. Cosa ne pensi di questo fenomeno?

Secondo me bisogna vedere le motivazioni di questi esperimenti portati avanti dal M5S e da Podemos. Loro cercavano di rispondere ad un problema: il distacco tra la cittadinanza ed il processo di decisione politico nel quale, tradizionalmente, il partito aveva svolto la funzione di anello di collegamento tra i cittadini, vari gruppi ed il potere istituzionale. In un momento storico nel quale i partiti tradizionali non svolgono più tale funzione, l’idea del partito digitale è di svolgerla in maniera più flessibile, appunto attraverso le discussioni online nelle quali la gente può esprimere la propria opinione ed essere ascoltata. Di per sé questo penso sia necessario, e che ci siano dei vantaggi nella democrazia online, soprattutto per certe questioni d’interesse locale. Esempi: come aggiustare la viabilità, come gestire i giardini. Si parla di suggerimenti cosiddetti open text, cioè aperti. Lo stesso vale se un sindacato deve decidere se fare uno sciopero. E’ quindi un modo per esprimere la propria opinione, magari in maniera semplificata. Ma c’è un problema.

Quale?

Il problema sono le forme di manipolazione che possono essere nascoste dietro questi sistemi perché, a monte di queste tecnologie, c’è sempre il potere. Questi sistemi non sono sempre automatizzati, ma sono gestiti, da uno staff, nel caso del M5S dalla Casaleggio e Associati, nel caso di Podemos dai funzionari di partito, che si occupano di questo, ed anche un po’ approfittandosi dell’ignoranza legata alla novità del fenomeno, in qualche modo i leader di partito hanno sfruttato la loro posizione dominante perché le consultazioni fossero a loro favorevoli.

Concentriamoci sulla parola “ignoranza”. In contrasto con l’approccio gramsciano per cui l’intellettuale di partito ha il dovere di educare razionalmente il popolo a certe idee, abbiamo una massa di persone non educate che seguono a ruota leader essenzialmente demagogici.

Sì, ma bisogna far notare che la sinistra ha sempre rappresentato degli ignoranti, cioè ha rappresentato dei poveri e dei lavoratori che nella maggior parte dei casi erano anche degli ignoranti, proprio perché spesso il livello di educazione è direttamente proporzionale al livello di reddito. Quello non è mai stato un problema, nella misura in cui le persone possono esprimere le proprie opinioni, anche senza avere nozioni tecniche particolarmente raffinate. E c’è sempre stata una centralizzazione ed una demagogia nella politica, fin dai tempi di Alcibiade e di Pericle. Fin d’allora, come c’insegna Weber, il demagogo che riesce ad emozionare la folla riesce sempre ad avere un ruolo. Il problema è sapere se i membri della leadership hanno veramente un ruolo di rappresentanza vera della popolazione, altrimenti si riducono semplicemente ad imporre alla base le proprie posizioni. A mio parere, nel M5S è questo lo scenario che si è andato a creare.

In che senso?

La piattaforma Rousseau viene usata fondamentalmente per motivi propagandistici. Che Di Maio dovesse divenire il leader l’aveva già deciso Grillo. Ed infatti gli ha messo accanto i famosi sette nani di Biancaneve, ossia persone che nessuno conosceva. Poi c’è stata una votazione sulla piattaforma, che è stata più una cosa rituale, di facciata, per ottenere la conferma. La stessa cosa vale per il contratto di governo: non è che ci fosse un vero dibattito genuino nel M5S sulle differenti opzioni. Era già stato deciso dall’alto che si doveva fare questo contratto. Poi si è usata la piattaforma per dimostrare all’esterno che, all’interno, la base fosse compatta. Quindi, questo meccanismo ha in realtà un ruolo di ratifica su decisioni già prese.

Rimane sempre l’idea per cui l’intellettuale di partito può educare le masse, evitando proprio quelle derive autocratiche e burocratiche che si sono viste ampiamente nello stalinismo, sul quale lo stesso Lenin aveva messo in guardia i suoi compagni prima di morire. E questo approccio può essere unito ad una democrazia digitale.

Infatti il problema è che spesso non esiste una struttura pedagogica all’interno di questi movimenti, il che facilità questa unanimità, questo conformismo e questa strana alleanza che io descrivo, tra l’iper-leader e la super-base. C’è questa polarizzazione nella struttura di potere nella quale, da un lato si accentra molto il potere nel leader e nel suo cerchio magico, invece che in un comitato centrale, o in altre strutture formali di partito e, dall’altro si potenzia la membership, almeno in linea teorica, nel senso che gli si dà il potere di decidere su cose che in forma precedente di partito sarebbero state invece decise da organi di più alto livello.

A che tipo di organi ti riferisci?

A organi delegati, come un’assemblea nazionale o simili. Non fare uso di questi va a scapito dei quadri e di tutta la struttura intermedia di partito. Ora bisogna notare che questi quadri intermedi sono diventati una specie di ramo secco, come, ad esempio le sezioni di partito nel PD: non sono il luogo di trasmissione del volere della base, ma sono diventati più un luogo che rappresenta sé stesso e giustifica sé stesso. Ora, in questa fase di estrema atomizzazione e di diseducazione alla politica, si pone il problema di come ritornare ad una pedagogia politica che aiuti le persone ad integrarsi ed insegni loro cos’è veramente la politica.

Qualche esempio positivo in questo senso?

Il Partito Laburista in Inghilterra sta facendo molto, lanciandosi appunto in una campagna di educazione politica per cercare di ovviare a questo problema, vista anche la presenza di molti giovani con i quali non si sa cosa fare, essendo questi inconsapevoli su come funziona la struttura di partito. Questa sembra essere la sfida del futuro.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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