The Donald ha forse problemi psico-neurologici?

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08/12/2018 Attilio De Alberi 268

Non sono in pochi negli USA a chiedersi ripetutamente se, per caso, il presidente Donald Trump abbia dei seri problemi di natura neurologica, oltre che, com’è ovvio, di natura psicologica. Naturalmente, come sempre, il problema è di natura politica. Chiunque avanzi questa ipotesi in modalità seria ed ufficiale verrebbe attaccato per avere un pregiudizio, appunto, di natura politica e di parte – ossia la propria avversità al presidente eletto – a scapito ed al di là di una valutazione obiettiva e scientifica.

I dubbi sulla sanità neurologica di Trump sono cominciati un bel po’ di tempo fa, quando era ormai diventato presidente da quasi un anno.

Si era notato, per esempio, che durante uno dei suoi discorsi, si era portato alla bocca la bottiglietta di una bibita in maniera a dir poco strana. E poco dopo, in un altro discorso, aveva preso un bicchiere d’acqua da sotto il podio con entrambe le mani, tenendole lì, attaccate al bicchiere fino a quando aveva finito di bere. In questo caso venne paragonato ad una persona che ha molto freddo e sta bevendo da una tazza di cioccolata calda, o ad un bambino che sta imparando a usare un bicchiere.

C’è poi stato l’incidente del famoso discorso col quale ha annunciato il trasferimento dell’ambasciata americana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, nel corso del quale si è messo a biascicare. Una decisione di per sé drammatica, annunciata in maniera difficile da capire a livello fonetico – e naturalmente questo non ha aiutato a tranquillizzare i molti osservatori sulla “sanità” di questa sua mossa a livello di politica internazionale.

Bisogna poi notare che, col passare del tempo, Trump ha cambiato il modo di esprimersi. Il suo stile retorico ha raramente un inizio, una parte centrale ed una fine.  Salta invece da un pensiero all’altro. Inoltre usa sempre una serie limitata di aggettivi, tendenzialmente sempre gli stessi, e si scatena coi superlativi.

Non esiste ad oggi un’analisi o una diagnosi ufficiale su tutto questo. L’unico attestato sulla salute neurologica del presidente USA proviene da un certo Harold Bornstein, di New York, che però non è un noto neurologo, bensì un ultra-noto gastroenterologo, secondo il quale Trump sarebbe “l’individuo più sano mai eletto alla presidenza”. Ci sono ipotesi secondo le quali la lettera con l’attestato l’abbia scritta lo stesso Donald.

Una cosa da tenere in considerazione è l’età di Trump che a metà giugno ha compiuto 72 anni. Secondo gli esperti, dopo i 40 anni il cervello diminuisce di volume ad un ritmo di 5% ogni dieci anni. La maggiore riduzione avviene nei lobi frontali. Questi controllano i movimenti, ma anche il modo di parlare e di esprimersi.

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Una giornalista americana, Sharon Begley, si è messa a fare uno studio comparativo tra le interviste che Trump rilasciava negli anni ’80-’90 e quelle che rilascia oggigiorno, ed ha notato una notevole riduzione della fluidità ed una contrazione del vocabolario.

Sebbene non sia possibile diagnosticare una persona affetta da demenza senile basandosi solo sul suo modo di esprimersi, questi sono i tipi di cambiamento che appaiono di solito nelle fasi iniziali dell’Alzheimer. Ed infatti i cambiamenti nel linguaggio di Trump evocano abbastanza quelli notati in Ronald Reagan. Anche se Reagan annunciò ufficialmente di avere l’Alzheimer solo nel 1994, ossia quando aveva ormai terminato il suo mandato presidenziale da 5 anni, quando era ancora alla Casa Bianca diversi esperti avevano notato dei cambiamenti nel suo modo di esprimersi che potevano essere letti come prova di un precoce declino.

Ci sarebbe da aggiungere che migliaia di professionisti nel campo della salute mentale si sono mobilitati firmando petizioni nelle quali hanno richiamato il fatto che Trump soffre di disordini tipici di una personalità narcisistica ed anti-sociale. La maggiore petizione ha raggiunto 68.000 firme. Il suo autore, lo psicologo John Gartner ha raccontato che nei suoi 35 anni di pratica e d’insegnamento il caso Trump “è assolutamente il peggiore caso di narcisismo maligno mai visto”.

Vale la pena ricordare che non sarebbe la prima volta che un presidente nasconde certi suoi problemi di salute. Caso classico è quello di Franklin Delano Roosevelt che cercò il più a lungo possibile di non far sapere ufficialmente della paralisi alle sue gambe causata dalla poliomielite. Ma c’è una bella differenza tra avere le gambe paralizzate ed avere problemi neurologici e mentali.

Infatti, in questo contesto, fu l’ex-presidente Jimmy Carter a suonare l’allarme proprio quando Reagan, pur non essendo più in carica, annunciò il suo Alzheimer nel 1994, dicendo che ci dovrebbe essere un sistema di controllo per identificare la presenza di un handicap cognitivo in un presidente. In un articolo pubblicato sul Journal of the American Medical Association scrisse:”Molte persone hanno richiamato la mia attenzione al continuo pericolo per la nostra nazione di fronte alla possibilità che un presidente USA diventi un handicappato, in particolare a causa di una malattia neurologica.”

Visti i sospetti di natura medica che aleggiano sulla figura di Trump, ma che, proprio grazie al suo sfrenato narcisismo, lui sarà sempre pronto a rigettare, la proposta di Carter di 24 anni fa sembra molto attuale e, naturalmente utile.

Le petizioni e le critiche dei media ovviamente non servono a nulla, ma secondo certi osservatori ci vorrebbe proprio un panel istituzionale di esperti incaricati di valutare la salute mentale di ogni presidente. Ovviamente senza il potere di mandarlo a casa, ma almeno con il peso di un’ufficialità scientifica sulla quale poi il Congresso (e gli elettori) potrebbero poi prendere le loro decisioni in merito.

Voi che ne pensate? Intanto date un’occhiata a questo video…

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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