L’ambigua conclusione dell’indagine Mueller su Trump

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26/03/2019 Attilio De Alberi

Si è conclusa dopo 22 mesi l’indagine del procuratore speciale Robert Mueller nei confronti di Trump. Contrariamente alle aspettative dei tanti nemici del presidente USA, l’indagine, almeno nella sua sintesi, scagiona “The Donald” dall’accusa principale, ossia quella di essere in collusione con i russi nel corso della campagna presidenziale del 2016. Al tempo stesso, il rapporto non scagiona Trump dal reato di ostruzione della giustizia. Nella sintesi si legge infatti: “Questo rapporto non conclude che il presidente ha commesso un crimine, ma non lo scagiona”.

Mentre Trump esulta per questo risultato, prevedibilmente i democratici non ne sono per niente soddisfatti e chiedono che il rapporto venga reso pubblico nella sua interezza. Il giorno dopo che William Barr, il nuovo procuratore generale (ossia il Ministro della Giustizia), nominato da Trump come successore di Jeff Sessions, ha comunicato i risultati dell’indagine Mueller, il presidente della commissione giustizia alla Camera dei Rappresentanti Jerry Nadler, ha contattato il Dipartimento di Giustizia, ed ha convocato il procuratore generale onde sentirne la testimonianza sul rapporto.

Tutti i candidati presidenziali democratici per l’elezione del 2020 appoggiano questa mossa, anche perché dall’indagine, al di là della questione Russiagate sono emersi altri filoni, come, per esempio, quello relativo alla frode fiscale portata avanti dal tribunale meridionale di Manhattan.

Non bisogna poi dimenticare che negli ultimi due anni sono giunte imputazioni per 34 persone, tra i quali sei ex consiglieri di Trump, il suo avvocato personale Michael Cohen, l’ex direttore della sua campagna Paul Manafort, e l’ex segretario per la sicurezza nazionale Michael Flynn.

Quindi, al di là della soddisfazione di Trump e dei suoi accoliti per il risultato dell’indagine portata avanti da Mueller, non si può dire esattamente che il “gioco” sia del tutto finito.

Discute di questo con YOUng Stefano Luconi, docente di Storia degli Stati Uniti presso l’università di Genova.

L’INTERVISTA

Qual è la sua impressione generale del risultato dell’inchiesta Mueller?

Il risultato dell’inchiesta è estremamente ambiguo.

Perché?

Perché da un lato dice che non ci sono collusioni tra la campagna di Trump ed i tentativi russi d’influenzare le elezioni, dall’altro, sull’aspetto che era più scottante, ovvero la possibilità che il presidente abbia abusato del proprio potere per intralciare l’indagine, rimanda tutto alla decisione del procuratore generale William Barr.

In che modo?

Sulla base delle prove raccolte non sembra che ci sia un intralcio della giustizia, però la decisione finale è rimandata al procuratore generale, il quale, però, è stato recentemente nominato da Trump per insabbiare l’indagine: questo sarebbe un po’ come chiedere a un lupo di sorvegliare gli agnelli.

Al tempo stesso Rod Rosenstein, il vice procuratore generale, tuttora attivo presso il dipartimento di Giustizia, non potrebbe creare un’opposizione?

Rosenstein non lo può più fare perché nel momento in cui Sessions si è dimesso il 7 di novembre, subito dopo le elezioni di mid-term, la supervisione dell’indagine di Mueller, dalla quale Sessions si era ricusato per possibile conflitto d’interesse, è stata passata a Matthew Whitaker, in una posizione ad interim, in attesa della ratifica da parte del Senato del nuovo procuratore generale, ossia Barr, ed è poi subito passata a lui non appena si è insediato. Quindi, dal 7 novembre Rosenstein è fuori gioco.

E adesso il Congresso cosa può fare?

Il Congresso può fare due cose: una l’ha già annunciata Jerry Nadler, presidente della commissione per gli affari giudiziari alla Camera. Nadler ha detto che, a prescindere dalla valutazione di Barr, la sua commissione continuerà a investigare per riscontrare se effettivamente c’è stato un intralcio della giustizia, un abuso di potere e corruzione da parte dell’amministrazione Trump. E questa è una strada.

E l’altra?

E’ quella che è stata ventilata da Nancy Pelosi, Presidente della Camera dei Rappresentanti, ed è quella d’insistere affinché Barr renda pubblico l’intero contenuto del rapporto Mueller. Dopo tutto quello che noi conosciamo è soltanto la lettera di trasmissione di Barr al Congresso, nella quale sono riassunte le conclusioni. In pratica non abbiamo l’accesso all’intero rapporto, ma solo ad una sintesi di esso.

Quindi una volta che tutti i dati potranno essere analizzati ci si potrà muovere.

Sì, e potenzialmente si può arrivare ad una conclusione diversa. Barr ha detto che sulla base delle prove fornite da Mueller non ravvede alcuna forma d’intralcio alla giustizia da parte di Trump, però queste stesse prove possono essere valutate diversamente una volta che vi si può accedere. In conclusione ci si può muovere o attraverso un’indagine autonoma come quella avanzata da Nadler o attraverso il rivendicare la resa pubblica del rapporto nella sua interezza.

Comunque, al di là di tutto ciò, l’ipotesi di un impeachment rimane legata al problema della maggioranza repubblicana in Senato.

Beh, per ciò che riguarda un eventuale impeachment, innanzitutto i tempi sono lunghi, e, appunto, c’è una maggioranza repubblicana in Senato. Poi, secondo me, c’è un altro aspetto.

Quale?

Insistere sulla questione della messa in stato di accusa del presidente fa un po’ pensare che il Partito Democratico, politicamente, per usare una metafora a effetto, sia un po’ alla canna del gas. Si continua a fare una politica anti-trumpiana per costituirsi le basi di un successo nelle elezioni presidenziali del 2020. Ma questa è la strategia fallimentare della campagna elettorale di Hillary Clinton nel 2016: “Votate per me perché Trump è un’alternativa peggiore”.

Quale potrebbe essere una strategia diversa?

Bisognerebbe che il Partito Democratico formulasse un programma politico, un progetto, una piattaforma alternativa rispetto a quella sovranista di Trump, e sulla base di questa piattaforma chiedesse il voto agli elettori. Non possono andare avanti per quattro anni a continuare con una campagna negativa contro il presidente, visto che questa strategia si è rivelata un pieno insuccesso nel 2016, al di là di tutti i meccanismi elettorali e della debolezza della candidata Clinton. In pratica, quella che oggi sembra una sconfitta del Partito Democratico, e se vogliamo una vittoria di Trump, perché avvalora quello che dice da quasi due anni, cioè che questa indagine è tutta fuffa, che è una sorta di cospirazione politica, dà un’opportunità al partito democratico.

In che senso?

Quella di mettere da parte la questione dell’indagine e concentrarsi invece su una politica costruttiva. Se invece, come mi sembra d’interpretare dalle dichiarazioni di Nancy Pelosi e di Jerry Nadler, lo scopo è quello di rivangare ancora questa indagine, secondo me la conclusione sarà un’altra débâcle per i democratici. Significa rivangare un solco ormai arido.

Ma non c’è da tenere in considerazione, a parte i sospetti su Trump, tutte le incriminazioni contro i suoi ex-collaboratori, come Cohen, Manafort e Flynn? Continuano a incriminare i collaboratori, ma non il “mandante”.

Il problema secondo me è un altro: queste persone sono state incriminate nella speranza che offrissero prove a carico del presidente in cambio di uno sconto di pena. Questi personaggi non solo sono stati incriminati, ma anche condannati, però per reati collaterali, come per esempio il pagamento di denaro alla pornostar Stormy Daniels, ma non per collusione con i russi o per intralcio alla giustizia.

Però, a parte queste due accuse, il Congresso ha mandato avanti delle altre indagini sugli affari famigliari di Trump. Queste potrebbero portare a delle serie incriminazioni contro Trump?

Certo, bisogna però vedere che tipo di prove sono state raccolte. Comunque di questa conclusione un po’ ambigua e pilatesca del rapporto di Mueller una piccola anticipazione era venuta dal fatto che Mueller non avesse mai ingiunto a Trump di testimoniare. Quello sarebbe stato il contesto più facile per arrivare ad un impeachment, perché avrebbe dato la possibilità di riscontrare una falsa testimonianza da parte del presidente. E ciò poteva già far intuire che il rapporto sarebbe stato, alla fin fine, edulcorato.

Ma perché Mueller non ha voluto far testimoniare il presidente?

Probabilmente perché temeva che avrebbe portato ad una controversia giudiziaria senza fine.

Per tornare ai democratici, secondo i sondaggi, i due favoriti sarebbero Joe Biden e Bernie Sanders.

Sì, perché entrambi hanno un nome spendibile a livello nazionale e vari agganci, e nel caso di Biden anche accesso a finanziamenti.

Naturalmente Biden è molto più conservatore di Sanders.

Certamente.

Si fa molta satira sul fatto che nella corsa alle primarie democratiche ci siano un sacco di candidati. Questo fatto non indebolisce in qualche maniera il Partito Democratico?

Lo indebolisce perché lo logora internamente, con poi poco tempo per sanare le lacerazioni, le fratture ed i contrasti interni. Quando ci sono primarie molto affollate, soprattutto in funzione della scelta di un candidato contro il presidente in carica, il partito che disperde le proprie energie in questo contesto parte svantaggiato, perché poi si tratta di recuperare i voti di tutti gli scontenti il cui candidato non ha vinto le primarie, e che magari provano risentimento nei confronti del vincitore.

C’è poi un altro aspetto che molti fanno notare: lo squilibrio quasi psichiatrico di Trump.

Sì, la questione sarebbe d’invocare l’emendamento costituzionale in base al quale il presidente è incapace di svolgere il suo mandato. Però perché questo avvenga ci vuole il consenso della maggioranza del gabinetto dei ministri nel governo, che sono tutti uomini di Trump.

E’ quindi un circolo vizioso.

Certo. L’emendamento in questione è stato pensato in caso d’incapacità medica palese da parte del presidente, come potrebbe essere un ictus, un colpo apoplettico o qualcosa del genere. L’incapacità a svolgere il mandato dev’essere incontrovertibile è non è interpretabile attraverso la lente più o meno deformante della politica.

 

Qui di seguito alcuni video, tratti da show satirici, sulle conclusioni del rapporto Mueller:

 

 

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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