Mimmo Lucano e l’utopia della normalità

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03/10/2018 Attilio De Alberi 1203

Nel corso di una mia intervista con Mimmo Lucano due anni fa, il sindaco di Riace descrisse il suo paese come “simbolo dell’utopia della normalità”, esprimendo una certa contrarietà ai centri di accoglienza e agli hot spot “perché totalmente avulsi dalla realtà sociale e perché non permettono l’integrazione”.

Ora è arrivato lo choc del suo arresto in casa con accuse di aver favorito l’immigrazione clandestina e di incorrettezza nella scelta di chi si occupa dello smaltimento dei rifiuti, affidato ad una cooperativa che utilizza muli.

L’accusa di aver favorito l’immigrazione clandestina si riferisce al suo aver organizzato un matrimonio di comodo per un’immigrata nigeriana, rifiutata dalla commissione, e destinata altrimenti alla prostituzione.

Notare che le accuse precedenti (malversazione, truffa ai danni dello stato, concussione) sono state recentemente cassate dal Gip, perché senza una base reale. Rimangono queste ultime, che al massimo, forse, avrebbero forse giustificato, al massimo, un avviso di garanzia, e non una messa in stato di arresto, accompagnata per giunta dal divieto di dimora alla sua compagna, l’eritrea Tesfahun Lemlem, accusata di coinvolgimento nella sua trasgressione della legge.

Comprensibilmente, l’arresto di Lucano ha scatenato non solo un putiferio mediatico, ma anche uno politico, con i “soliti sospetti” come Salvini e la Meloni che gongolano, mentre sul versante opposto la Boldrini, Piero Grasso, Roberto Saviano e moltissimi altri esprimono la loro solidarietà verso il sindaco di Riace. A questi vale la pena aggiungere Giuseppe Fiorello, protagonista di una fiction RAI su Riace (censurata con palese orgoglio da Gasparri) che ha dichiarato “Il sindaco di Riace non va difeso, va amato”.

A proposito di Salvini vale la pena ricordare come, non molto tempo fa, si era espresso nei confronti di Lucano: “Per me il sindaco di Riace vale zero”. Questo dimenticando che fu proprio Lucano ad essere incluso dalla rivista americana Fortune, unico in Italia, nella lista delle persone più influenti al mondo, in compagnia di personaggi come Papa Francesco, Angela Merkel ed Aung San Suu Kyi.

Ma a parte il “successo” internazionale via Fortune, al quale si aggiunge l’attenzione da parte del noto regista tedesco Wim Wenders, ispirato a girare il film “Il volo” vale la pena sottolineare gli aspetti positivi del “modello Riace”, non solo per ciò che riguarda il “problema” immigrazione, ma anche la vita di paesi simili.

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Dal punto di vista dell’immigrazione, chiaramente Mimmo Lucano è riuscito ad integrare nel tessuto sociale un bel numero di immigrati, riuscendo, dopo una serie di telefonate, ad affittare un bel numero di case abbandonate da emigrati. E, al di là dell’accoglienza logistica, questi immigrati non solo hanno trovato lavoro, ma hanno aperto attività artigianali. A questo punto Riace è rinata.

Oggigiorno in Italia, su 8000 comuni, solo 2000 sono disposti ad accogliere immigrati. Ma come fa notare l’economista e sociologo Tonino Perna, uno dei grossi problemi di tutto il crinale appenninico è quella che lui chiama, drammaticamente, “desertificazione”. In altre parole ci sono centinaia di paesi (150 nella sola Calabria) che rischiano di scomparire a causa dell’abbandono da parte della popolazione.

Il “modello Riace” c’insegna che è possibile invertire questa tendenza e far ripartire l’economia di questi paesi proprio accogliendo gli immigrati. Non è un caso che il governatore della regione Toscana Rossi, accompagnato da alcuni sindaci, sia andato proprio nel paese di Mimmo Lucano per studiare gli effetti positivi della sua iniziativa.

Quindi, al di là della generosità umanitaria nei confronti di migranti e rifugiati, il “modello Riace” c’insegna che c’è un’alternativa concreta e positiva per la rinascita di molte comunità, soprattutto nel Sud del paese.

C’è solo da sperare che, come le iniziali accuse contro Mimmo Lucano, anche queste ultime cadano nel vuoto.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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