Lo status della Presidenza Trump

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29/09/2018 Attilio De Alberi 666

Lo “show” della presidenza Trump continua, nonostante gli scandali, le gaffe e gli attacchi impietosi che arrivano non solo dai media, ma anche da libri critici di “The Donald”. Ultimo tra questi “Fear. Trump in the White House” scritto da Bob Woodward, giornalista di punta del Washington Post, distintosi in passato per la sua inchiesta sul caso Watergate insieme al collega Carl Bernstein.

L’ultimissimo episodio del non-stop show è avvenuto a New York, nel Palazzo di Vetro, laddove Trump, invitato a fare un discorso di fronte all’assemblea plenaria delle Nazioni Unite, ha suscitato un coro unanime di risate. Non ci si deve comunque sorprendere se, grazie al suo ben noto narcisismo, si è poi vantato di essere riuscito a far ridere più del suo predecessore Obama. Molto “divertente” poi la spiegazione delle risate da parte di Nikki Haley, l’ambasciatrice USA all’ONU: nascevano, secondo lei, dal rispetto per l’”onestà” di Trump.

Sempre all’ONU, risate a parte, Trump, dopo aver reiterato il suo patriottismo, se l’è presa non soltanto col solito Iran (pur rimanendo in questo piuttosto isolato), ma anche con la Cina, accusata di voler interferire sulle imminenti elezioni congressuali di mid-term a novembre, come rappresaglia per la guerra commerciale che lui ha lanciato con tariffe e sanzioni.  Questo a conferma del clima da guerra fredda che si sta sviluppando tra le due superpotenze. E’ forse un caso che recentemente a Chicago è stato arrestato un giovane di origini cinesi, un ex della riserva, con l’accusa di spionaggio?

Al di là dello show all’ONU, vale la pena ricordare due recenti sviluppi. Innanzitutto le dimissioni annunciate dal vice procuratore generale Rod Rosenstein, colui che ha nominato Mueller come investigatore speciale per il caso Russiagate. Motivo: il suo suggerimento, poi trapelato grazie al New York Times, di intercettare il presidente per un eventuale impeachment. Per ora comunque Rosenstein rimane al suo posto, ma potrebbe perderlo più avanti, e ciò metterebbe a rischio l’inchiesta di Mueller.

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E poi, piatto bello caldo, c’è il caso Brett Kavanaugh, giudice ultra conservatore scelto da Trump per la Corte Suprema, oggetto di tutta una serie di accuse – molestie sessuali ed alcolismo ai tempi del liceo – portate davanti alla Commissione Giustizia del Senato, la quale, nonostante questo ne ha appena approvato la nomina. Il prossimo passo sarebbe ora la conferma da parte del Senato in seduta plenaria. Ma intanto Jeff Flake, senatore repubblicano, ha suggerito di posticipare per non oltre una settimana il voto, in modo di consentire un’indagine dell’FBI sulle accuse di aggressione sessuale provenienti da ben quattro donne.

Discute di tutto questo con YOUng, Fabrizio Tonello, docente di Scienze Politiche presso l’Università di Padova, dove insegna a un corso sul sistema politico americano e sulla politica estera USA dalle origini ad oggi. Il professor Tonello, che ha anche insegnato alla University of Pittsburgh, ha pubblicato un libro intitolato “La Costituzione degli Stati Uniti” (Bruno Mondadori, 2010).

L’INTERVISTA

Fino a che punto contano gli scandali della presidenza Trump?

Sia i media americani che quelli europei si concentrano molto su questi scandali, ma ciò significa non capire il rapporto che Trump ha coi suoi elettori. Questi non pensano che lui sia innocente, o che sia un leader di grande statura mondiale: si rendono perfettamente conto di che personaggio si tratta.

Ed allora perché lo appoggiano?

Lo vedono come un’alternativa allo status quo di Washington. Questo ci fa capire quali battaglie Trump può vincere e quali no. Per esempio sono convinto che alle elezioni di mid-term a novembre i repubblicani faranno meglio di quanto ci si aspetta. Tutti si aspettano una gran vittoria democratica alla Camera dei Rappresentanti, ma il mio pronostico è che finiranno per ottenere una maggioranza molto ristretta, mentre il Senato rimarrà in mano ai repubblicani.

Come mai questo?

I repubblicani hanno una tendenza, all’ultimo minuto, a sorprendere i media e ad andare a votare più compattamente di quanto si pensi.

Cosa dire del discorso di Trump all’ONU e del suo vantarsi per aver fatto ridere i presenti più di Obama?

Naturalmente questa mi sembra un po’ la favola della volpe e dell’uva, come se dovesse trovare una reazione accettabile a questa pessima performance alle Nazioni Unite. Dopo tutto i forum internazionali non sono il suo terreno preferito, ed in ogni caso Trump ha dimostrato in questi 18 mesi abbondanti di presidenza che il suo unico interlocutore è la sua base di elettori repubblicani che l’hanno scelto, alla sua base di fedelissimi, benché minoritaria.

Che comunque rimane fissa al 40%.

Sì, e questo è interessante: qualunque cosa succeda, questo zoccolo duro non viene scalfito, e questo è un risultato politico che Trump ottiene continuando ad interloquire con la sua base, anche se va poi a parlare all’ONU.

All’ONU Trump ha calcato il tema del patriottismo, confermando questo trend sovranista del quale sappiamo bene qualcosa anche in Europa.

Sì, però il nazionalismo americano ha una storia molto più lunga dei nostri Salvini o Orban. In realtà Trump fa appello a sentimenti profondi. Non è un caso che l’unica istituzione veramente popolare negli USA siano le forze armate, non il Congresso, non la Presidenza, non la Corte Suprema, e men che meno la stampa. Si tratta di un elemento di forte coesione.

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Ma a proposito di potenziali conflitti, la temperatura nel rapporto tra USA e Cina sembra alzarsi, e proprio all’ONU Trump ha accusato quest’ultima d’interferenza politica.

Il confronto con la Cina era già partito in campagna elettorale: il tema del deficit commerciale nasce da lì. Poi abbiamo visto tutta una serie di misure protezionistiche tuttora in atto. Ma questo si può aggiungere un terreno di scontro più geopolitico, anche se non ancora emerso chiaramente.

Quale?

Mi riferisco alle ambizioni cinesi nel sud del Mar della Cina, ed in particolare alla creazione di basi su questi scogli sostanzialmente molto lontani dalla terra ferma. Queste daranno l’occasione a Trump di minacciare la Cina con eventuali ritorsioni.

Di una cosa Trump, almeno secondo certi parametri, potrebbe vantarsi: che l’economia USA sta andando meglio, però al tempo stesso si registra una diminuzione dei servizi e degli aiuti sociali. Quindi fino a che punto può vantarsi dal punto di vista puramente economico?

Da nessun punto di vista. Il trend espansivo dell’economia americana nasce addirittura otto anni fa, cioè è stato il marchio della presidenza Obama, solo che è stato anche più lento di altre fasi di espansione, e soprattutto non ha toccato la parte più debole della popolazione ed anche la classe media.

Perché?

Perché i risultati sono stati sequestrati o dalle aziende o dal noto 1% dei contribuenti più ricchi. Quindi il fatto che ci sia un’espansione economica non significa necessariamente che la gente sta bene. L’unica cosa che va relativamente bene è l’occupazione.

Relativamente in che senso?

E’ vero che il tasso di disoccupazione è sotto il 4%, però è calcolato al di fuori di una vasta platea di persone in età lavorativa che hanno da tempo rinunciato ad entrare nel mercato del lavoro.

Che dire sul caso Rosenstein. Per ora sembra esser stato messo da parte.

Così sembra, però l’appuntamento è solo rinviato, non sappiamo se di 24 ore o di 24 mesi. E’ chiaro che Trump cercherà di sottrarsi dall’impatto politico dei risultati dell’inchiesta Mueller, il quale dipende gerarchicamente da Rosenstein. Quindi prima o dopo Trump cercherà di sbarazzarsi di entrambi. Se poi riesca a farlo è un’altra questione. I risultati dell’inchiesta Mueller rimangono significativi.

Come sempre, molto dipenderà dai risultati delle elezioni di novembre: se i democratici potessero ottenere una maggioranza almeno nella Camera dei Rappresentanti si potrebbe avviare una procedura d’impeachment?

Potrebbe iniziare, ma poi rimane il problema del Senato dove sarebbe necessaria una maggioranza dei due terzi, difficile da ottenere. Sarebbe quindi una mossa del tutto inutile, e dubito quindi che i democratici vogliano farla.

Sempre a proposito di opposizione, secondo un ultimo sondaggio, il candidato preferito dai democratici per le elezioni del 2020 sarebbe Joe Biden, seguito da Hillary Clinton e poi da Bernie Sanders.

Questi sondaggi lasciano un po’ il tempo che trovano. Bisognerebbe vedere che tipo di domanda è stata posta nel sondaggio, ed in ogni caso mancano ancora due anni e due mesi alle elezioni, quindi sembra una cosa molto prematura.

Intanto, indipendentemente dalla validità di questi sondaggi, Bernie Sanders continua a darsi da fare.

Sì, ma il suo è un effetto più indiretto: quest’anno i candidati più di sinistra del Partito Democratico sono molto aumentati. Però poi tutto dipende dai risultati che avranno questi candidati, perché vincere le primarie è importante, ma di per sé non significa nulla. Chiaramente se, per esempio, il candidato democratico a governatore della Florida, l’afro-americano Andrew Gillum, o la candidata al Congresso di New York, la latina Alexandria Ocasio-Cortez vincessero, ciò rappresenterebbe un successo per Sanders, e conterebbe anche nella selezione del candidato presidenziale nel 2020.

Intanto è in arrivo la decisione da parte della Commissione giudiziaria del Senato circa la nomina di Brett Kavanaugh alla Corte Suprema.

Sì, ma indipendentemente dal risultato, nulla impedisce al rappresentante dei senatori repubblicani Mitch McConnell di portare in aula la nomina, cosa già fatta in passato. Se lui pensa che ci sia una maggioranza, ci potrebbe essere una nomina a tempi brevi, anche per evitare ulteriori polemiche ed accuse. McConnell punta su 5 senatori democratici molto vulnerabili sui quali potrebbe far pressione, visto che due senatrici repubblicane, la Collins del Maine e la Murkowsky dell’Alaska, si sono finora espresse piuttosto negativamente sulla nomina di Kavanaugh.

Una domanda da avvocato del diavolo: fino a che punto sono importanti le accuse contro Kavanaugh, visto che, dopo tutto, si riferiscono a eventi di 36 anni fa?

Sono importanti esclusivamente dal punto di vista dello scontro di potere. E’ chiaro che i democratici, essendo un partito di minoranza, e, per di più, a encefalogramma piatto, invece di discutere cosa potrebbe avvenire nella Corte Suprema con una maggioranza permanente ed automatica di stampo conservatore, si aggrappano a delle questioni che, normalmente, non dovrebbero essere rilevanti.

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Per chi volesse divertirsi con un po’ di satira, qui di seguito dei video relativi due show americani concentrati sul caso Kavanaugh.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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