Trump e i bambini dentro e fuori le gabbie

Giugno 24, 2018
Attilio De Alberi
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Grazie alla furiosa reazione contro l’iniziativa di separare più di 2300 bambini, figli di immigrati illegali, dalle loro famiglie, il presidente degli Stati Uniti è stato costretto a fare marcia indietro ed ha cambiato il suo “editto”: d’ora in poi l’infame separazione di questi bambini dai loro genitori non potrà più avvenire. C’è da chiedersi però che fine faranno quei bambini ormai già separati negli ultimi mesi e rinchiusi spesso in gabbie come fossero animali. La riunificazione non potrà avvenire in automatico, nonostante il ripensamento di “The Donald”.

Bisogna tener conto che le critiche all’operato di “The Donald” non sono giunte solo dall’opposizione democratica, ma anche da sezioni importanti del partito repubblicano, a partire da Paul Ryan, presidente della Camera dei Rappresentanti.

Vale la pena aggiungere la condanna di importanti rappresentanti della chiesa cattolica sia messicana che statunitense, e naturalmente di papa Francesco, per il quale “la soluzione rimane sempre l’accoglienza”, oltre a un certo numero di evangelisti USA. Infine, sia la moglie Melania ha pubblicamente criticato il marito, mentre si dice che anche la figlia Ivanka lo abbia privatamente consigliato a fare marcia indietro.

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Alla lista degli oppositori si sono unite star musicali come Bruce Springsteen e John Lurie e noti personaggi hollywoodiani come George Clooney e la moglie Amal che hanno donato 100mila dollari al Young Center for Immigrant Children’s Rights, un’associazione che lotta contro le politiche disumane del presidente.

Chiaramente, dopo aver spudoratamente mentito sull’origine della sua decisione, incolpando addirittura i democratici per esser dietro ad essa, Donald Trump si è reso conto di aver fatto un passo falso non solo dal punto di vista politico, ma anche in termini d’immagine personale, cosa che, come ben si sa, ha molta importanza per lui.

Però, pur facendo dietro-front davanti a questa opposizione trasversale, Trump insiste per una dura politica nei confronti degli immigrati illegali, e continua comunque a cavalcare uno dei suoi cavalli di battaglia preferiti: il finanziamento del muro al confine col Messico.

In ogni caso il danno è già stato fatto, e la sua iniziativa potrebbe aiutare i democratici nelle fatidiche elezioni per il Congresso di novembre. Un segnale indicativo: l’arcimiliardario Bloomberg, ex-sindaco repubblicano di New York, ha annunciato di voler donare ben 80 milioni di dollari al Partito Democratico a favore dei democratici, per aiutarli a riprendersi il Congresso. Una mossa non da poco.

Discute con YOUng di questi ultimi sviluppi e dello status della presidenza Trump Stefano Luconi, docente di Storia Contemporanea presso l’Università di Genova e autore, insieme a Matteo Pretelli, di “L’immigrazione negli Stati Uniti” (Bologna, Il Mulino, 2008).
Secondo Luconi, “le politiche xenofobe di Trump fanno da sponda a quelle che si notano sempre di più in Europa oggigiorno”.

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L’INTERVISTA

Cosa dire, a livello tecnico, il dietro-front di Trump sulla separazione dei figli di immigranti dalle loro famiglie?

Il nuovo ordine esecutivo di Trump non è retroattivo. Non saranno più separati i minori dai propri genitori entrati senza il visto a partire da qualche giorno fa, ma questo ordine non dice assolutamente niente su cosa fare con quelli che sono già stati separati.

Quindi non si sa esattamente che fine faranno quelli già separati?

No, non si sa bene. E’ un problema legislativo. I minori separati dai genitori sono tecnicamente considerati abbandonati e quindi esiste il rischio che non rivedano più le proprie famiglie di origine perché potrebbero essere affidati in adozione a famiglie americane.

Come si può interpretare, a livello politico, questo dietro-front?

Le interpretazioni possono essere varie. Una è la mancanza di strategia dell’amministrazione Trump, che generalmente naviga a vista e poi si accorge di aver commesso degli errori e teme di perdere consenso, credibilità ed immagine e quindi cambia corso.

Un’altra?

Potrebbe esserci un elemento di carattere elettorale. C’è stato un tentativo di ammiccare alla componente più reazionaria, più conservatrice e più xenofoba del Partito Repubblicano, in prospettiva delle elezioni per il Congresso di novembre, ma la mossa di Trump ha permesso ad altri elementi nel partito, come per esempio Ted Cruz, di prendere le distanze dall’amministrazione e rilanciare le loro posizioni proprio in vista di queste importanti elezioni.

Prendere le distanze in che senso?

Nel senso di voler dimostrare che non si sono appiattiti sulle posizioni dell’amministrazione Trump e che quindi in qualche modo riescono ad incidere sulle sue politiche. E’ un modo per dire: noi non abbiamo consegnato il partito nelle mani di Trump, visto comunque come un personaggio fuori dagli schemi e, in qualche modo, anche fuori dallo stesso partito.

Rimane sempre in campo il progetto trumpiano di costruire un muro al confine col Messico. Ce la farà a mantenere questa sua promessa elettorale, in particolare dal punto di vista finanziario?

Le stime del progetto partono dagli 8-10 miliardi di dollari ed il Congresso potrebbe non stanziarli mai. La proposta nacque appunto in campagna elettorale per richiamare l’attenzione al problema immigrazione ed ora, sempre per motivi elettorali, Trump cerca di dimostrare che sa mantenere le sue promesse.

E’ indicativo come Bloomberg, tradizionalmente repubblicano, intenda donare 80 milioni di dollari al Partito Democratico.

Questo indica come l’elettorato tradizionale americano non s’identifichi con le posizioni dell’amministrazione Trump, che ha vinto le elezioni nel 2016 grazie a gente d’ispirazione conservatrice sì, ma un po’ fuori dagli schemi, che magari prima si era astenuta perché trovava il Partito Repubblicano troppo moderato e politicamente corretto.

Intanto il voto in Congresso sull’immigrazione è stato posticipato di una settimana.

E’ stato posticipato e lo stesso Trump ha suggerito di rimandarlo addirittura a dopo la chiamata alle urne di novembre, sempre per motivi elettorali. Come dicevo, questa amministrazione si rende conto di certi feedback negativi, cambia le proprie posizioni, mentre la parte democratica s’intestardisce ad andare contro qualsiasi posizione di Trump. Vuole essere questo, paradossalmente, un segnale di moderatismo da parte di Trump, mentre vuole imputare al Partito Democratico tutti i problemi del paese. Ed infatti è stato lui ad incolpare i democratici per la sua decisione di separare i figli d’immigranti dai genitori cercando di farli apparire come i “cattivi”.

Ma questa è stata subito attaccata come una menzogna.

Certo: è vero che l’immigrazione clandestina è un reato penale, però in passato l’amministrazione democratica di Obama aveva affrontato questa problematica in maniera diversa.

Cioè?

Non aveva tenuto i clandestini in strutture detentive fino al momento dell’eventuale espulsione, ma aveva adottato l’uso del braccialetto elettronico in modo che fossero rintracciabili ma anche liberi di muoversi. Però al di là di questo bisogna superare una certa visione dicotomica e manichea che contrappone Obama a Trump in questo contesto.

A cosa si riferisce esattamente?

Bisogna ricordare che Obama era stato investito da una crisi di immigrazione di minori non accompagnati nel 2014 e che l’aveva gestita in maniera poco progressista, nel senso che si era messo d’accordo col governo messicano affinché impedisse a questi ragazzini di entrare in territorio USA, mentre quelli che erano riusciti ad entrare venivano espulsi. E non si trattava di immigrati messicani, ma per lo più di salvadoregni, guatemaltechi e honduregni che non andavano a cercare la prosperità economica negli USA, ma sfuggivano a situazioni di grande rischio per non farsi coinvolgere dalle dinamiche delle gang e per non farsi sfruttare a livello sessuale. Quindi le critiche di scarsa generosità e scarsa empatia rivolte ora a Trump potevano essere rivolte in parte anche a chi l’ha preceduto.

Nella sfera democratica si può parlare di una qualche rimonta in prospettiva delle elezioni di novembre?

C’è la possibilità per il partito democratico di riacquistare voti anche perché, fisiologicamente, dopo due anni viene meno quella sorta di entusiasmo per il presidente. In campagna elettorale si fanno molte promesse e non vengono tutte mantenute e quindi si finisce per deludere qualcuno. Quindi c’è una ripresa, a livello di sondaggi almeno, del Partito Democratico.

Ma, per esempio, sulla politica aggressiva di Trump nel campo dei dazi c’è un accordo nell’ambito del Partito Repubblicano o esiste qualche opposizione interna?

Il Partito Repubblicano non è mai stato completamente dalla parte di Trump sulla questione dei dazi, venendo da una tradizione essenzialmente liberista. C’è poi la consapevolezza che quegli elettori che hanno votato Trump perché si ritengono dei perdenti, nel caso di una guerra tariffaria, non potrebbero più acquistare certi prodotti ad un prezzo conveniente e quindi verrebbero danneggiati molto di più rispetto a sezioni della popolazione più agiate.

Come vede il summit con Kim a Singapore, visto da molti più come una mossa personalistica-mediatica più che una concreta soluzione dei problemi tra USA e Corea del Nord?

Come ripeto un po’ da mesi, giocare la carta della diplomazia, del grande statista, è un modo per distogliere l’opinione pubblica dai problemi domestici.

A proposito di problemi domestici, l’investigazione di Mueller è praticamente arrivata al dunque?

Sembrerebbe proprio di sì però la possibilità di un impeachment rimarrà più che altro virtuale finché nel Congresso non ci sarà una maggioranza legale per poterlo mandarlo avanti, maggioranza che, almeno per ora, non c’è.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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