I guai non-stop di Donald Trump. Continua il folle viaggio americano

Aprile 20, 2018
Attilio De Alberi
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Mentre circola una battutaccia su Donald Trump, secondo la quale la sua canzone blues preferita sarebbe “Stormy Weather” (‘Tempo burrascoso’) – interpretabile come un’allusione ai suoi guai, ma anche allo scandalo Stormy Daniels – il noto rapper afro-americano trentenne Kendrick Lamar ha appena vinto il premio Pulitzer nella categoria Musica con DAMN, l’album più venduto negli USA nel 2017: una delle sue canzoni composta per gli U2 ed intitolata “American Soul” (‘Anima Americana’) comincia con queste parole “Beati i bulli perché un giorno dovranno confrontarsi con sé stessi. Beati i bugiardi perché la verità può essere imbarazzata”, citazione delle Beatitudini evangeliche, ma anche, secondo molti, un riferimento a Donald Trump, spesso accusato di essere un bullo ed un bugiardo.

Al di là della crisi siriana, le cose per The Donald non vanno molto bene in patria. Mentre l’investigazione di Robert Mueller è lungi dall’essere terminata, nuove nubi si sono accumulate sulla testa del presidente negli ultimi giorni: a parte l’uscita del libro “A Higher Loyalty – Truth, lies and leadership” (‘Una lealtà più alta – Verità, menzogne e leadership’) di James Comey, l’ex direttore dell’FBI licenziato da Trump il maggio scorso, che, letteralmente, paragona il presidente USA ad un boss mafioso di Cosa Nostra, c’è in ballo il raid compiuto dall’FBI nell’ufficio e nell’appartamento di Michael Cohen, l’avvocato di Trump, laddove tutta una serie di documenti sono stati confiscati.

A parte il coinvolgimento di Cohen nell’affaire Stormy Daniels, la pornostar da lui pagata $130.000 per non divulgare la sua relazione sessuale con Trump, grazie a questa indagine, potrebbero venire alla luce tutta una serie di situazioni scottanti e legalmente pericolose non solo per il presidente, ma anche per i suoi figli. Si sta parlando di tutta una serie di accordi fatti dalla Trump Organization con personaggi loschi in varie parti del mondo, noti per riciclaggio di denaro.

Tanto per cambiare, naturalmente, The Donald ha reagito con la sua solita pioggia di tweet iracondi, insultando un po’ tutti, fedele alla sua filosofia per cui la migliore difesa è l’attacco.

Tutto questo porta certi osservatori americani a parlare addirittura dell’ultima fase della presidenza Trump. Una cosa è certa: i suoi critici e nemici non hanno ancora rinunciato alla prospettiva dell’impeachment.

Al tempo stesso, pur pensando che Trump non sia “moralmente idoneo” a guidare gli USA, ironicamente, James Comey, intervistato subito dopo l’uscita del suo libro, ha dichiarato di non credere all’opzione impeachment, ma piuttosto alla libertà da parte del popolo americano di decidere se disfarsi di lui o no alla fine del suo mandato tra tre anni.

Una delle ultime novità, in positivo, è che è stato rivelato un incontro segreto avvenuto a Pasqua tra Mike Pompeo, il nuovo Segretario di Stato messo al posto di Rex Tillerson, Kim Jong-un, in preparazione dell’imminente incontro con Trump. Ma, nella contraddittorietà che distingue il presidente, The Donald ha poco dopo fatto sapere che, quando incontrerà il leader nord-coreano, potrebbe anche, in caso di un dissidio, uscirsene nel bel mezzo del meeting. A quanto pare l’ideona parte proprio dal falco John Bolton, il suo nuovo Consigliere per la Sicurezza Nazionale. Andiamo avanti così.

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Discute con YOUng di questi nuovi sviluppi Stefano Luconi, storico degli Stati Uniti presso l’Università di Genova.

L’INTERVISTA:

Secondo certi osservatori l’attacco di missili “belli e intelligenti” contro la Siria è stata la sua solita “arma di distrazione di massa” rispetto ai suoi problemi personali a livello domestico. Cosa ne pensa?

Condivido perfettamente questa interpretazione, nel senso che ci sono delle circostanze che inducono a pensare che la Siria sia un modo per distogliere l’opinione pubblica dai problemi interni di Trump.

Che tipo di circostanze?

Per esempio, venerdì scorso Nikki Haley, l’ambasciatrice USA all’ONU, ha riferito che, secondo l’intelligence americana, ci sarebbero stati almeno 50 episodi di uso di armi chimiche da parte di Assad nel corso dell’ultimo anno di guerra civile siriana. Allora non sembra casuale che la ritorsione militare sia scattata proprio a pochi giorni dal sequestro dei documenti dell’avvocato privato di Trump Michael Cohen. Sembra una ripetizione di quanto avvenuto un anno fa, quando l’attacco di Trump alla base siriana di Shayrat, dopo l’accusa dell’uso di sarin contro Assad coincise con l’accelerazione delle indagini sul Russiagate.

Quello che colpisce è che l’ultimo attacco di Trump è avvenuto proprio mentre i tecnici dell’OPAC stavano arrivando in Siria, dietro invito di Assad, per verificare l’uso di armi chimiche. Non si poteva aspettare un attimo?

E’ stata appunto un’accelerazione legata all’inchiesta su Cohen. E comunque questo rispecchia un ritorno all’unilateralismo nella politica estera USA. Il non aver voluto aspettare i risultati dell’inchiesta OPAC, un’agenzia internazionale, dimostra la tendenza di Trump ad agire in maniera autonoma, senza nessun tipo di concertazione con le organizzazioni internazionali, ma anche con il Congresso.

Ma a livello di legalità costituzionale il presidente USA non avrebbe appunto il dovere di consultarsi con il Congresso prima di lanciare un’azione militare?

In realtà, si deve consultare col Congresso entro 48 ore dall’impiego di unità militari all’estero in base alla War Powers Resolution del 1973, però la presenza di formazioni USA, seppur in maniera estremamente contenuta, in territorio siriano era già stata autorizzata ai tempi dell’amministrazione Obama. Quindi non c’è nessun supplemento di autorizzazione da chiedere.

Ironicamente, una settimana prima dell’attacco, Trump aveva espresso l’intenzione di ritirare le truppe USA dalla Siria, anche per risparmiare sulle spese militari. Al tempo stesso sappiamo che Trump ha aumentato il budget militare, o si riferisce soprattutto alle armi nucleari?

In realtà Trump vuole aumentare le spese per l’acquisto di nuovi armamenti. Gli stessi missili Tomahawk sono relativamente obsoleti. Quindi qui si parla qui di modernizzazione dell’arsenale militare. Purtroppo l’economia americana, a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, è alimentata da una forma di keynesianismo militare, per cui gli investimenti nelle armi portano benessere, anche se non necessariamente a tutti.

E poi c’è chiaramente la pesante influenza della lobby militare-industriale.

Certamente.

Per venire ora all’inchiesta dell’FBI su Cohen, sembra che questa stia portando alla luce, al di là dello scandalo Stormy Daniels, tutta una serie di affari loschi nei quali è coinvolto il presidente.

Al di là dei dettagli di questa inchiesta, ho l’impressione che si voglia fare con Cohen quello che si è già fatto con Paul Manafort, l’ex-manager della campagna di Trump.

Ossia?

Si è sequestrato del materiale, si è ipotizzata tutta una serie di reati, dalla frode bancaria a irregolarità fiscali, alla violazione sulle norme di trasparenza nell’uso dei fondi elettorali, contando sulla possibilità che un avvocato del calibro di Cohen possa avere degli scheletri nell’armadio, in maniera da imbastire una trattativa.

Che tipo di trattativa?

Il procuratore potrebbe concedere l’immunità a Cohen in cambio di una sua testimonianza contro Trump. Non dimentichiamo che questo tipo di accordo è già stato fatto con Manafort e con il suo vice Rick Gates. In pratica la procura ha sparato nel mucchio, alla ricerca di elementi d’incriminazione che possano appunto indurre Cohen ad accettare di divenire un testimone. Questo spiegherebbe perché è stato sequestrato tutto.

E la reazione di Trump, a parte i soliti tweet inferociti?

Non tanto come presidente, ma come privato cittadino, ha chiesto al giudice di poter visionare anticipatamente il materiale in modo da segnalare quello che dovrebbe essere coperto dal segreto professionale.

Beh, nel Tonight Show, Colbert, il conduttore, è uscito con una battuta su questa faccenda: “Se il tuo avvocato ha bisogno di un avvocato, anche tu hai bisogno di un avvocato.”

E’ proprio così.

Che dire sull’uscita del libro di James Comey: una vendetta, un modo di far soldi, o, come lui la presenta, un’espressione di “lealtà” verso il paese?

Credo che ci sia molto che è tipico di una trovata di marketing. Il libro in realtà non aggiunge nulla a quanto era già noto, a cominciare dalle testimonianze di Comey davanti al Congresso. Per esempio, sul supposto incontro con le prostitute in una camera d’albergo a Mosca, non si espone e non dice se Trump ha avuto effettivamente questo incontro che, si dice poi, i russi avrebbero pure filmato.

Quindi come si può descrivere questo libro?

Come una narrazione biografica nella quale si contrappone un Comey, personalità integerrima, a un Trump personaggio corrotto, il tutto infarcito da dettagli tra cui quelli che descrivono l’aspetto meramente fisico del presidente. In pratica non c’è nessun smoking gun e nessun nuovo elemento probatorio.

Quindi è un po’ un gossip?

Sì, anche se c’è il tentativo, di dare un giudizio di carattere morale su Trump, ribadendo che lui sia moralmente inadatto a fare il presidente, che manchi d’integrità, ma non è questo che può dar luogo ad una procedura per la sua destituzione. In pratica, non aumenterà il numero di oppositori o di sostenitori di Trump: i primi continueranno ad essere convinti che The Donald è inadatto a fare il presidente, mentre i secondi vedranno il libro come un ulteriore tassello nella cospirazione contro di lui.

Cosa dice l’ultimo sondaggio sul livello di approvazione di Trump?

L’ultimo sondaggio Gallup indica un’approvazione al 40%, ma, ripeto, non credo che il libro di Comey potrà cambiare drammaticamente questo risultato.

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Si parla poi dell’ipotesi che Trump potrebbe licenziare l’investigatore Robert Mueller e Rod Rosenstein, il vice procuratore generale, in rapporto al caso Russiagate. Potrebbe rivelarsi un boomerang?

Esiste questa possibilità e ci sono dei precedenti. Richard Nixon destituì Archibald Cox nell’ottobre del 1973, ma poi fu costretto a dimettersi. Ma a prescindere da questa potenziale mossa di Trump il problema è un altro: l’impeachment, anche se nasce come istituto giudiziario, ha una sua applicazione in termini meramente politici, e al momento non ci sono le condizioni per una messa in stato d’accusa di Trump.

Perché?

L’iniziativa deve partire dalla Camera dei Rappresentanti, dove il Partito Repubblicano ha la maggioranza, e non credo che sia così suicida, in un anno di elezioni congressuali di metà mandato, da manovrare contro il proprio presidente. E, a torto o a ragione, tra i repubblicani, Trump ha un certo seguito.

Quindi quale potrebbe essere la strategia d’impeachment contro Trump?

Aspettare le elezioni di novembre, e se il Partito Democratico riuscisse a conquistare una maggioranza sia nella Camera dei Rappresentanti che in Senato, allora si potrebbe pensare di avviare una procedura d’impeachment. Al momento è puro velleitarismo perché non ci sono i numeri.

Si dice che l’atteggiamento aggressivo di Trump nei confronti dei suoi nemici, per cui la migliore difesa è l’attacco, lui l’abbia appreso da Roy Cohn un famoso avvocato newyorkese negli anni ’80, all’inizio della sua ascesa nel campo immobiliare a Manhattan. Quindi è come se nulla fosse cambiato da allora.

Ma è proprio questa la sua atipicità come politico: un politico per natura dovrebbe essere orientato verso la mediazione, dovrebbe usare termini molto più soft. Trump usa le stesse metodologie applicate nel campo degli affari alla politica. Però, bene o male, si è rivelata una formula vincente a livello elettorale: la cosa ha funzionato. Questa sua diversità, seppure con tutte le strozzature del sistema elettorale, l’ha portato alla Casa Bianca. Ed ora, nel caso della Siria, Trump si è rivelato molto più decisionista e muscolare rispetto al suo predecessore Obama, e questo, purtroppo, il suo elettorato repubblicano lo apprezza.

Beh, non è un caso se ora ha scelto di avere accanto a sé due personaggi tendenzialmente aggressivi come Mike Pompeo e John Bolton.

Esatto: proprio due falchi.

Si parla tanto del narcisismo di Trump: sembrerebbe appartenere alla categoria di quelli che sono narcisisti non perché sono sicuri di sé, ma al contrario perché in fondo non lo sono affatto. Come se questo narcisismo di Trump sia un modo per compensare la propria insicurezza di fondo.

Direi proprio di sì: prima di convincere gli altri, Trump dovrebbe convincere sé stesso.

Adesso è uscita come sorpresa la notizia che il falco Mike Pompeo ha avuto un incontro con il leader nord coreano Kim Jong-un.

Anche in questo, secondo me, c’è la storia che si ripete. Bush Junior parlava dell’Asse del Male, ma il suo attacco lo fece contro il paese più debole, ossia l’Iraq, sia in termini di consenso interno che di potenziale militare. Oggi la Corea del Nord è, rispetto alla Siria di Assad, un paese nei confronti del quale le soluzioni militari avrebbero delle ricadute profondamente negative. La Corea del Sud sarebbe un bersaglio facile di fronte ad una potenziale ritorsione da parte di Kim Jong-un. Questo spiega perché al di là di tante prove muscolari, come quella di mandare navi da guerra USA ad incrociare al largo della Corea del Nord, Trump attui una strategia di negoziato con questo paese, mentre manda un centinaio di Tomahawk contro la Siria.

Ma visto che si parla di “stati canaglia”, esiste la possibilità di una rottura dell’accordo fatto da Obama con l’Iran, viste anche le forti pressioni di Israele e dell’Arabia Saudita, ed anche delle posizioni fortemente anti-iraniane di personaggi come Bolton ed anche Pompeo?

E’ difficile ritirare l’accordo: può essere rinunciato dagli USA, ma è un accordo suggellato dalla comunità internazionale. Per quanto Trump voglia agire in modo unilaterale, non può smantellare un accordo che è stato patrocinato dall’ONU. Bisognerebbe convincere anche gli altri paesi che hanno aderito a questo accordo, ma in concreto non può fare assolutamente niente. Può applicare delle sanzioni, ma non può influire in questo la comunità internazionale. D’altra parte anche nel caso della Siria, è stato seguito da paesi come Inghilterra e Francia, ma, per esempio la Germania, pur essendo critica degli attacchi chimici, non si è accodata alla sua iniziativa.

Al tempo stesso, a proposito di sanzioni, Nikki Haley, nota per la sua aggressività, ha recentemente annunciato nuove sanzioni contro la Russia, per poi essere smentita dallo stesso Trump, che sembra voler frenare su questo.

Evidentemente vuole essere più trumpiana di Trump.

 

P.S. Per chi vuole godersi un po’ di satira sui guai di Trump ecco i link a due recenti show televisivi USA sul soggetto:

 

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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