La “guerra fredda” potrà diventare “calda”? Intervista a Paolo Calzini

Ottobre 30, 2016
Attilio De Alberi
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Ormai si sta parlando apertamente di una nuova Guerra Fredda tra USA e Russia. Dove potrebbe portarci?

Ultimamente le relazioni tra USA e Russia sono peggiorate esponenzialmente. Alle tensioni sul confine orientale europeo, dove la NATO andrà a investire più di 3 miliardi di dollari a partire dal febbraio del 2017 nello schieramento di truppe e armamenti, si aggiunge la quella in Siria, dove, USA e Russia faticano a raggiungere un accordo chiaro nella loro lotta contro DAESH, e soprattutto sul futuro del paese, che la Russia vuole mantenere come fulcro d’influenza nel Medio Oriente. Nel frattempo c’è da registrare un avvicinamento tra Putin e Erdogan, alleato chiave della NATO.

   L’incertezza aumenta se si pensa a quelli che potrebbero essere i risultati delle elezioni presidenziali. Da un lato Trump, punta a reintrodurre una forma di isolazionismo, rimane la sua imprevedibilità   temperamentale, mentre Hillary Clinton, la favorita, è tendenzialmente guerrafondaia. Come ha detto Julian Assange, è un po’ come la scelta tra la peste e la gonorrea.

      Parla di tutto questo a Young Paolo Calzini, esperto della Russia e dell’Europa dell’ESt, professore alla Johns Hopkins SAIS di Bologna e Consulente di Ricerca presso l’Istituto Affari Internazionali di Roma. Calzini prevede un periodo di crescente tensione, ma la cosa fondamentale è “mantenere aperto il dialogo tra le due potenze.”

Tutti ora parlano di una nuova Guerra Fredda, ma è ormai da un po’ che la tensione tra USA e Russia sta salendo…

La Guerra Fredda del secolo passato si basava su un conflitto ideologico totalizzante. Qui ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso.

Diverso in che senso?

Ora la tensione è basata su problemi geopolitici e di sicurezza, oltre a un elemento circolare di animosità tra le due potenze che per una serie di ragioni anche geografiche rimangono competitori, se non antagonisti.

Gli USA, d’altro canto, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, sembrano essere entrati in una specie d’illusione unipolare nei rapporti internazionali.

Sì, hanno voluto mantenere una posizione egemonica, sottovalutando la crescita della Cina e imbarcandosi in una serie di interventi disastrosi in Afghanistan e in Iraq.

Rimangono però la maggiore potenza mondiale…

Sì, sia a livello militare che economico, però non hanno fatto i conti con le nuove realtà.

E specificatamente quella russa?

Sì, l’Unione Sovietica è uscita sconfitta dalla Guerra Fredda, ma poi è riemersa come potenza regionale che rappresenta comunque un altro polo nell’ambito degli equilibri internazionali.

In questo contesto il piano di schieramento NATO ai confini con la Russia non è una mossa un po’ pericolosa?

Beh, ormai si è creata una situazione di botta e risposta che può sfociare in incidenti seppur non desiderati, anche a livello nucleare. D’altra parte la NATO, soprattutto dopo la crisi in Ucraina, insiste nel mantenere ferma, anche a livello d’immagine, la sua posizione nei paesi baltici e in Polonia.

Al tempo stesso sotto l’amministrazione Obama sì è visto un aumento dell’arsenale atomico USA…

Si può parlare di una corsa agli armamenti, accompagnata anche da nuovi sviluppi tecnologici, ma al tempo stesso rimane una sostanziale parità che continua a funzionare come deterrente tra le due potenze.

La ventilata minaccia di un attacco cibernetico USA contro la Russia è seria?

A parte quest’ultima uscita, a cui non darei grande importanza, rimane la possibilità di paralizzare  l’avversario disarticolando il suo sistema di comunicazione. Finora non è stato fatto, tranne in un caso.

Quale?

La Russia ha paralizzato l’Estonia per due giorni. Ma al di là di questo piccolo incidente, la situazione rimane  potenzialmente pericolosa.

Intanto Putin sembra essersi rafforzato dopo le recenti elezioni della Duma e a quanto pare ha dietro di sé un popolo che lo sostiene nel suo nazionalismo.

Sì, lo spirito patriottico si è rafforzato e sembra ormai diffusa quest’immagine della Russia come una fortezza assediata dagli USA e da una parte dei paesi occidentali.

E che dire della Siria, dove da un lato gli USA sembrano volere un’alleanza con la Russia contro DAESH e al tempo stesso sostengono elementi destabilizzanti come Al-Nusra in funzione dell’alleato russo Assad?

Purtroppo la chance di una cooperazione tra le due potenze è resa complicata di una guerra civile in cui l’insistenza USA nel sostituire Assad si accompagna all’insistenza russa affinché rimanga al suo posto. 

Come si può uscire, secondo lei, da questo generale stato di animosità tra le due potenze?

Per ora è difficile. L’importante è che rimanga aperto il dialogo e che questa conflittualità non degeneri in un’escalation ancora maggiore. Rimane un potenziale terreno comune di accordo, a cominciare appunto dalla lotta al terrorismo.

Rimane un contrasto di fondo non solo in Ucraina, ma anche per esempio in Georgia che la NATO vorrebbe inglobare.

Da un lato gli USA non sembrano rispettare il desiderio russo di mantenere una minima sfera d’influenza in questi paesi ex-sovietici, dall’altro le popolazioni locali sono attratte dalla sfera occidentale.

Quale potrebbe essere una soluzione specifica su questi casi?

Si potrebbe arrivare a una forma di finlandizzazione, per cui questi paesi rimarrebbero comunque neutrali. Non dimentichiamo, appunto, che la Finlandia non era allineata con alcuno dei due blocchi durante la Guerra Fredda.

Come vede il probabile arrivo della Clinton alla Casa Bianca in questo contesto?

Non molto bene, perché rispetto a Obama è sempre stata molto più rigida nei confronti della Russia.

Ma qualcosa dovrebbe forse cambiare anche all’interno della Russia?

Sì, ci si può augurare un regime più democratico e più pragmatico in questo contesto, anche se l’Occidente ha le sue responsabilità nell’aver stimolato questo nuovo nazionalismo patriottico.

Infatti sotto il regime di Yeltsin la Russia si era un po’ asservita agli USA…

Questo è vero, anche se rimane più debole rispetto ai giorni dell’Unione Sovietica. Al tempo stesso la sua posizione geografica e l’armamentario nucleare le permettono di rimanere in un “gioco” che Putin ha ripreso.

Intanto l’Europa, meno unita che mai, in questo “gioco” rimane piuttosto imbelle.

L’Unione Europea potrebbe fare da ponte, ma contiene visioni rigide nei confronti della Russia, soprattutto per motivi storici, nei paesi baltici e in Polonia, in contrasto con posizioni più morbide come in Francia e in Italia.

Esiste una possibilità che le sanzioni contro la Russia vengano tolte?

Il discorso rimane aperto, anche perché ci sono pressioni da certi paesi europei come l’Italia affinché finiscano. Se da un lato questa nuova tensione geopolitica non aiuta, non dimentichiamo che, diversamente dagli USA, l’Europa occidentale ha rapporti economici molto più importanti con la Russia.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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