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L’uomo nell’alto castello e il potere delle scelte
Postato il Gennaio 30, 2019 Federico Cartelli 0

Da qualche anno la Giornata della Memoria è festeggiata con una mal celata indolenza da parte di numerosi – e talvolta insospettabili – settori dell’opinione pubblica. Sembra quasi che ricordare lo sterminio del popolo ebraico sia diventata una sorta di festa comandata: e che noia, dice sottovoce qualche intellò, questa programmazione televisiva infarcita di film sull’Olocausto. Gli annoiati della Shoah – ma anche coloro che, invece, intendono con rispetto mantenere vivo il ricordo e la riflessione – possono ravvivare il proprio interesse guardando “L’uomo nell’alto castello”, disponibile sul servizio in streaming Amazon Prime: si tratta della trasposizione del romanzo “La svastica sul sole” di Philip K. Dick pubblicato nel 1962.

Chi conosce e ha già visto le tre stagioni disponibili può facilmente obiettare che non si tratta di una serie che ha come tematica principale la narrazione o il ricordo dell’Olocausto: gli avvenimenti, infatti, si svolgono negli anni Sessanta del Novecento in una distopia ucronica che ha visto trionfare le forze dell’Asse nella seconda guerra mondiale. Gli Stati Uniti sono stati divisi tra Germania e Giappone e il Grande Reich nazista trama per inglobare anche il mal sopportato alleato asiatico, considerato inferiore e destinato a soccombere dinanzi alla potenza di Berlino. Perché, dunque, associare questa serie alla Giornata della Memoria? Il motivo è semplice: “L’uomo nell’alto castello” ha il pregio indiscutibile di mostrare un altro mondo. È abitudine, giustamente, soffermarsi sugli orrori dei campi di concentramento, ma di rado si riflette su cosa sarebbe accaduto se lo sbarco in Normandia fosse fallito: anzi, si finisce col strizzare l’occhio ad un certo revisionismo storico, indulgente con il nazismo e severo con gli Alleati.

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Dunque, è bene guardare negli occhi quel mondo in cui hanno vinto i pianificatori dello sterminio di massa: la medesima scientificità e asetticità è stata usata per plasmare una società che ha inglobato in sè l’orrore. Gli individui sono diventati semplici ingranaggi di un sistema totalitario e totalizzante: divise militari, vestiti di lusso e tranquillanti presi di nascosto mascherano le vite di plastica di uomini e donne asserviti e forzatamente conniventi con il nuovo ordine che è nato dall’Asse. In quest’ordine vengono elargiti encomi per gli ufficiali che si sono rivelati particolarmente produttivi nell’attuare l’Olocausto. Le chiese non esistono più: o meglio sono state riconvertite in templi della religione di Stato, perché l’unico culto ammesso è quello nei confronti del Reich e del Führer, e il Sieg Heil ha preso il posto del segno della croce. Persino nelle cerimonie funebri la commemorazione del defunto passa in secondo piano, trasformandosi in celebrazioni della maestosità dell’impero. È un’ordine in cui ai genitori di bambini con malattie genetiche viene consegnata una fiala per provvedere all’eutanasia di Stato. In caso contrario, ci penserà il ministero della salute: perché preservare la purezza e la superiorità della razza ariana è la pietra angolare del Reich. I programmi di eugenetica si occupano di “produrre in laboratorio” e selezionare i migliori quadri amministrativi per guidare l’impero. I giapponesi, pur mantenendo un certo grado di indipendenza e consapevoli di un’alleanza quantomai fragile, si sono accodati ai nazisti nella persecuzione dei pochi ebrei rimasti.

[sostieni]

Nelle due sponde degli Stati Uniti agiscono, tra mille difficoltà, i militanti clandestini della Resistenza. Uno di loro, George Dixon, è tentato dal pensiero forse più estremo: “Per sconfiggerli dobbiamo essere come loro”. Egli intende far arrivare ai piani alti del Reich un segreto riguardante uno dei suoi massimi esponenti: l’Obergruppenführer John Smith, infatti, nasconde ai suoi superiori la malattia genetica del figlio per evitare di doverlo uccidere. Dixon viene freddato dalla protagonista, Juliana Crain, che non accetta questi metodi della Resistenza e sceglie di difendere la vita di un bambino, anche se figlio di un nazista e dunque un “nemico”. Questa scelta è figlia della bontà, come afferma l’uomo nell’alto castello mentre dialoga con Juliana: perché l’orrore non si può battere con l’orrore, e non si può costruire una società diversa da quella del Reich sul sangue di un ragazzino. Un ragazzino che, comunque, si consegnerà spontaneamente e con fierezza al ministero della salute per andare incontro al suo destino, nel nome di un’ideologia malata. La Memoria serve per vigilare: affinché alcune cose non si ripetano e altre non avvengano mai.

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