Prosegue il delirio dell’amministrazione Trump

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14/01/2019 Attilio De Alberi 240

Prosegue ormai da venticinque giorni il shutdown del governo federale USA, nato dal diverbio tra il presidente e i democratici contrari alla costruzione del muro lungo il confine messicano e che comporterebbe una spesa di quasi 5,7 miliardi di dollari. Non è certamente questo il primo shutdown nella storia degli Stati Uniti, ma senz’altro questo è il più lungo mai avvenuto.

Per reiterare la sua fissazione sul muro, “The Donald” è appena andato, apposta, in Texas, proprio al confine col Messico, dal quale, secondo lui almeno, è sempre in arrivo un’invasione di criminali e di trafficanti di droga, dimenticando che, invece, la stragrande maggioranza di immigrati sono persone e famiglie con bambini che fuggono dalla povertà e da situazioni politiche e sociali insidiose (come appunto la famosa carovana proveniente dall’Honduras).

I democratici tengono duro e nel braccio di ferro col presidente non sembrano voler mollare. I repubblicani, dal canto loro, sembrano assumere, nel complesso, una posizione piuttosto neutrale, o in ogni caso si siedono da spettatori di fronte a questa sceneggiata.

Ma intanto 800.000 lavoratori del governo federale non incasseranno la loro paga, i parchi nazionali sono stati chiusi e si stanno creando dei problemi nel campo dei trasporti e non solo.

Al di là di tutto questo, le indagini sul Russiagate del procuratore speciale Robert Mueller stanno per concludersi, mentre l’avvocato del presidente Michael Cohen (coinvolto nell’affaire Stormy Daniels, ma anche nel tentativo di costruire una Trump Tower a Mosca) è stato condannato il mese scorso a tre anni di carcere per frode e false dichiarazioni. Al di là della confusione politica, ma anche economico-sociale, legata allo shutdown ed alla questione del muro, non poche nuvole nere continuano ad esistere sopra la testa di Trump e della sua famiglia, anche se esiste la possibilità che riescano a sgattaiolare da tutto questo.

Discute di questo disastro con YOUng Stefano Luconi, storico degli Stati Uniti e docente presso l’Università di Genova.

L’INTERVISTA

Questo shutdown in fondo è una specie di ricatto?

Sì, nel senso che, senza l’approvazione della legge di bilancio, non ci sono poi fondi per far funzionare l’amministrazione pubblica, e questo comporta una ricaduta negativa sul cittadino medio. E’ una situazione che si è verificata in precedenza.

Quale fu il primo caso?

Il primo caso si registrò con l’amministrazione Ford alla metà degli anni ’70, e, più recentemente, un paio di volte sotto l’amministrazione Obama, e prima ancora sotto Clinton.

Quindi non è una novità…

No, ma al tempo stesso non vorrei dire che sia ordinaria amministrazione nel gioco di rapporti tra Congresso e Presidente USA. In ogni caso, ciò che è un po’ insolito nella situazione attuale è la durata. In passato, dopo qualche giorno di braccio di ferro, si riusciva a raggiungere un compromesso.

Ma sembrerebbe che l’amministrazione Trump, forse nella sua insipienza, non si renda conto della gravità di questo shutdown così prolungato, anche rispetto ad uno molto breve avvenuto mesi prima, nello stesso 2018.

Per dare alcuni numeri, oltre al problema dei rapporti dei cittadini con l’amministrazione federale, ci sono 800.000 impiegati federali da più di tre settimane senza stipendio. In una situazione come quella americana, laddove buona parte della gente ha un tenore di vita al di sopra delle proprie possibilità, e quindi vive di debiti e di scadenze di rate da pagare, questo shutdown crea non pochi problemi per il budget famigliare e per la qualità della vita.

Poi, a parte la chiusura dei parchi nazionali, ci sono problemi nel settore dei trasporti…

Nei trasporti, ma anche nel settore dell’edilizia popolare finanziata dall’amministrazione federale. Quindi è una situazione che, proprio per la sua durata, rischia di diventare drammatica.

Ma Trump non se ne rende conto?

Sembrerebbe che la sua strategia sia l’applicazione alla sfera della politica di quel modo di trattare i negoziati di affari per i quali lui si è costruito una reputazione. Se uno si va a leggere i suoi manualetti per la negoziazione nel campo degli affari, la regola secondo Trump, sarebbe questa: nel momento in cui l’interlocutore non cede, tu devi abbandonare il tavolo. Il che è proprio quello che ha fatto recentemente nel corso della sua discussione con i capo-gruppo democratici al Congresso Nancy Pelosi e Chuck Schumer. 

La Pelosi e Schumer hanno dichiarato in una conferenza stampa che Trump ha addirittura sbattuto il pugno sul tavolo, mentre lui lo nega.

Ma non è una questione di modi, bensì una di sostanza. A Trump piace moltissimo paragonare il suo stile di governo a quello di un uomo d’affari. Mi verrebbe da dire però, che se il suo governo fosse un’impresa, le sue azioni sarebbero precipitate nelle ultime settimane: questo non solo per lo shutdown, ma anche perché non riesce a trovare né un capo di gabinetto, né un Segretario alla Difesa. Un’azienda senza dirigenti non darebbe garanzie agli azionisti, e quindi, in borsa, crollerebbe.

Intanto in un recente sondaggio il tasso di approvazione di “The Donald” è sceso al 41,4%.

Sì, è in discesa.

Poi, anche se lui si era presentato come difensore della classe lavoratrice, sembra che esista la possibilità di una recessione.

Questa è una situazione segnalata da più tempo, ma ora il shutdown non contribuisce al benessere dell’economia, proprio per quei fattori menzionati: il fatto che 800.000 persone il cui potere d’acquisto è stato, di fatto, congelato. Anche se va detto che c’è un tasso di disoccupazione che è tuttora al di sotto del 4%.

Al tempo stesso la diatriba con il presidente della Federal Reserve Jerome Powell, che voleva alzare i tassi d’interesse si è placata.

Sì, ma non dimentichiamo che Powell è un uomo di nomina presidenziale, e quindi la sua è un’agenzia indipendente, ma solo fino ad un certo punto.

Fino a che punto conviene a Trump questa impasse sul muro?

Forse gli conviene da un punto di vista politico, perché questo suo sbattere il pugno sul tavolo, più o meno metaforicamente, dimostra, da un lato, ai suoi elettori la volontà di mantenere gli impegni presi durante la campagna elettorale. Dall’altro lato, può attribuire la mancata realizzazione di questo sbarramento all’opposizione democratica in Congresso. Quindi così conferma di rappresentare il cittadino medio contro gli interessi costituiti di una classe politica che sta cercando di scippare la sovranità al popolo. Un modo per scaricare la mancata promessa relativa al muro sull’opposizione.

Beh, è la solita eterna campagna elettorale che vediamo anche portare avanti dai politici nostrani.

Certo: è una strategia che in parte ha funzionato nelle mid-term dello scorso novembre, visto che il mantenimento della maggioranza repubblicana in Senato è derivato dalla sensibilizzazione dell’elettorato sulla presunta “invasione” da parte dei centro-americani.

Al tempo stesso si fa notare che Trump continua a raccontare un certo numero di frottole.

Sì, e continua ad essere contraddittorio: almeno secondo la sua campagna elettorale del 2016 il muro avrebbe dovuto essere pagato dallo stato messicano, mentre ora si chiede al Congresso di stanziare circa 5,7 miliardi di dollari, il che non sono certo noccioline.

Intanto l’investigazione di Mueller continua, ma di impeachment non se ne parla.

L’impeachment rimane lontano perché, per il momento, non ci sono i numeri, visto che in Senato c’è ancora una maggioranza repubblicana. Al tempo stesso la Pelosi non ha escluso l’impeachment. Intanto, nei prossimi giorni, dovrebbe essere ratificata la nomina di William Barr a Procuratore Generale (ndr Ministro della Giustizia USA), e quindi dovrebbe terminare la fase di transizione seguita alle dimissioni di Jeff Sessions.

Cosa potrà comportare ciò?

Rod Rosenstein, vice Procuratore Generale, incaricato di supervisionare l’inchiesta Mueller, probabilmente darà le dimissioni proprio perché Barr è un suo nemico giurato, e i due si sono divisi proprio sulla legittimità dell’indagine di Mueller. Da questo punto di vista, Trump segnerà un punto a suo favore, senza dimenticare che Barr è molto vicino a lui e che pensa non ci sia alcun fondamento nel Russiagate.

E lo scandalo legato alla pornostar Stormy Daniels?

Non sembra che vada da nessuna parte: si può sì parlare di un uso improprio di fondi elettorali, ma non di un vero e proprio crimine.

Al tempo stesso, un certo Alan J. Steinberg, ex-consigliere di George W. Bush, vista l’impossibilità di impeachment, ha ipotizzato che Trump potrebbe dare le dimissioni nel 2019 in cambio di una garanzia d’immunità per sé stesso e per la propria famiglia.

E’ un ipotesi, anche se non so quanto realizzabile, visto il personaggio che farebbe la figura di uno che si arrende facilmente. C’è stato un caso in passato in cui la smoking gun (la canna fumante) non si è mai trovata: in fondo le dimissioni di Richard Nixon nell’agosto 1974 furono seguite da una grazia concessagli dal vice-Presidente e suo successore Gerald Ford per tutti i crimini commessi o che avrebbe potuto commettere. Questo potrebbe essere un precedente di un ipotetico scambio di Trump, ma non ce lo vedo a rinunciare alla sua candidatura nel 2020.

Ma i repubblicani, o almeno una parte di loro, non cominciano a stancarsi di Trump e quindi sarebbero pronti a proporre un loro candidato più affidabile?

Esiste certamente un candidato alternativo: Mitt Romney, che, dopo esser stato eletto a novembre, nel suo primo discorso al Senato ha mosso una critica a Trump. E’ lui il frontrunner (ndr in cima alla classifica) nelle primarie repubblicane.

Politicamente ed ideologicamente Romney si pone più moderato rispetto a Trump?

Più moderato sì, ma soprattutto con una politica economica liberista ed una non-rinuncia agli impegni internazionali degli Stati Uniti, visto che al di là dello shutdown e della questione del muro, l’altra grande problematica è il ritiro trumpiano dal Medio Oriente.

Qual è l’update su questo delicato aspetto della politica estera USA?

Negli ultimi giorni il Segretario di Stato Mike Pompeo è andato in giro per alcune capitali mediorientali per cercare di rassicurare gli alleati che il ritiro delle truppe USA da Siria ed Afghanistan non significherebbe un abbandono totale, anche se è un po’ difficile evitare che con questo ritiro non dilaghino poi la Russia e soprattutto l’Iran in questo teatro. E qui c’è un elemento di contraddizione.

In che senso?

Lasciare la Siria significa anche lasciare il campo libero all’Iran, che dopo l’ISIS, è il nemico pubblico numero uno per l’amministrazione Trump.

Al tempo stesso si fa notare che con il ritiro USA, i curdi, che tanto hanno fatto nella lotta all’ISIS, verranno abbandonati a sé stessi, e soprattutto ad eventuali attacchi da parte della Turchia.

Certo, come sono stati già abbandonati in Iraq: è la storia che si ripete.

P.S. Ecco infine, per chi vuole sdrammatizzare, alcuni video satirici sul shutdown e sulla questione del muro col Messico:

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[foto copertina © Enrico Bertuccioli]

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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