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Elezioni in Spagna: tra frammentazione e pentapartito
Postato il Maggio 7, 2019 Federico Cartelli 0

Per la terza volta in quattro anni, in Spagna si sono svolte le elezioni generali. Gli spunti di discussione non mancano: una nuova classe dirigente si è ormai affacciata sullo scenario spagnolo. I leader dei principali partiti sono quarantenni: Pedro Sanchez (PSOE) ha 47 anni – è il più anziano –, Pablo Casado (PP) 37, Pablo Iglesias (Podemos) 40, Alberto Rivera (Ciudananos) 40, Santiago Abascal (Vox) 4.

Affluenza in aumento. La prima inversione di tendenza riguarda l’affluenza. Uno degli argomenti più in voga fra analisti e accademici è la preoccupazione per la sempre più scarsa partecipazione elettorale che è stata rilevata nei principali Paesi europei. Vale la pena sottolineare che se, da un lato, questo trend negativo ha un fondamento empirico dovuto a un calo dell’affluenza tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila, dall’altro lato l’allarmismo è in parte eccessivo. Già le elezioni politiche italiane del 2018 avevano mostrato, infatti, un calo molto contenuto rispetto al 2013, attestandosi al 72,9% – poco già di due punti percentuali in meno. Per ciò che concerne la Spagna, la tendenza si è addirittura invertita: l’affluenza finale è del 75,7%, in aumento di ben 9,3 punti percentuali rispetto al 2015. Se a questo quadro aggiungiamo anche il dato relativo alle elezioni federali tedesche del 2017, che hanno registrato un’affluenza del 76,2% – in aumento di 4,7 punti percentuali rispetto al 2013 – ecco che l’allarmismo in merito alla partecipazione elettorale esce nettamente ridimensionato.

La crescita dei Socialisti. La seconda inversione di tendenza è l’affermazione del PSOE: Pedro Sánchez può dire di aver vinto la scommessa. Il leader socialista aveva deciso di convocare nuove elezioni dopo soli otto mesi di “vita” viste le difficoltà della maggioranza nell’approvare la legge di bilancio, che non aveva ottenuto il sostegno degli indipendentisti catalani sempre più insofferenti, insieme ai Baschi, per le mancate concessioni in merito all’autodeterminazione. Per il PSOE si tratta di una “resurrezione” politica, dopo la crisi profonda dell’ultimo decennio nel quale ha registrato i minimi storici nel 2015 e nel 2016 – rispettivamente, 22% e 22,6%. Il 28,7% dei voti registrato nel 2019 è pressoché pari al risultato del 2011: in quella circostanza, la performance non consentì al PSOE e a Rubalcaba di sconfiggere Rajoy e il Partito Popolare. Nel 2019, invece, tale percentuale permette al PSOE di essere il partito più votato di Spagna e di ottenere 123 seggi, 38 in più rispetto al 2016. Il successo del PSOE è particolarmente interessante poiché segna un “punto a favore” per i partiti tradizionali dopo anni di declino e di discesa nell’anonimato.

La sconfitta dei Popolari. Il Partido Popular è il grande deluso di questa tornata elettorale. La sconfitta era nell’aria – e, per una volta, prevista dai sondaggi – ma ha assunto i contorni della débâcle. I Popolari, dopo la vittoria del 2016, sprofondano al 16,7% pari a 66 seggi: si tratta del peggior risultato della storia del partito dal 1989, anno della sua fondazione. Le cause di questo tonfo sono sostanzialmente due. Il primo è il grave errore di sottovalutazione, non solo di Rajoy ma di tutto il partito, dello “scandalo Gürtel”, conclusosi nel maggio del 2018 con pene pesantissime per gli imputati – tra cui l’ex tesoriere del partito, Luis Barcenas – e l’emersione di un’ampia struttura di corruzione ai massimi livelli istituzionali. Il secondo, da imputare soprattutto all’ex capo del governo, di poter ottenere l’appoggio del Partito Nazionalista Basco dopo aver riservato ai Paesi Baschi investimenti per 540 milioni di euro. Il risultato non poteva che essere duplice: prima la “sfiducia costruttiva” del giugno 2018 – la relativa mozione che passa con 180 voti a favore, 169 contrari e un astenuto, accompagnata dal contestuale avvicendamento con Pedro Sanchez – e poi un lento logoramento sino al tracollo elettorale.

L’ascesa di Vox e la frammentazione. È davvero difficile parlare di “delusione” per Vox, il partito “populista di destra” nato nel 2013 da una scissione interna al Partito Popolare. Vox passa dallo 0,2% del 2016 e zero seggi – una sostanziale irrilevanza politica – al 10,2% e 24 seggi, posizionandosi in quinta posizione. Al terzo posto si collocano i centristi di Ciudadanos – attestandosi al 15,9%, in aumento rispetto al 2016 e beneficiando, come Vox, di un flusso di voti dagli elettori del Partito Popolare che, per poco, non viene agganciato – mentre il quarto è occupato dalla coalizione di Podemos, che cala vistosamente dal 21,1% del 2016 al 14,3%, perdendo terreno nei confronti del PSOE. È evidente che una tale frammentazione – che mette, ormai, definitivamente in soffitta il bipolarismo composto da Popolari e Socialisti – non consentirà un’agevole formazione di una maggioranza di governo che, al momento rimane un rebus, anche in attesa di vedere le posizioni dei partiti indipendentisti. Potremmo quasi affermare di essere di fronte ad un pentapartito in salsa spagnola.

Foto da CNN.

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