Il modello hotspot funziona davvero?

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04/03/2016 1578

I vecchi CPSA e Cara sono stati sostituiti dal sistema hotspot, ma cos’è questo modello? Come vedremo più avanti altro non è che un centro di identificazione e smistamento.

Secondo le statistiche della Camera dei Deputati nel 2014 i migranti sbarcati sono stati 170.100, nel 2015 153.842 e nel 2016 sono 7892 (dato aggiornato al 22 febbraio 2016). I porti maggiormente interessati dagli sbarchi, esclusi rintracci a terra, sono Pozzallo, Augusta e Lampedusa. Nel 2016 le nazionalità dichiarate al momento dello sbarco sono in prevalenza Nigeria, Gambia, Senegal e Mali; nel 2015 Eritrea, Nigeria, Somalia, Sudan e Gambia.

Per quanto riguarda i provvedimenti di rimpatrio adottati dal 1 gennaio 2015 al 31 dicembre 2015 sono stati 15.979, mentre dal 1 gennaio 2014 al 31 dicembre 2014 sono stati 15.726. È la questura di Agrigento a decidere come devono andare le cose a Lampedusa. Per questa ragione il sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini, ha indirizzato una lettera alla questura di Agrigento, visto che il sistema hot spot a Lampedusa è davvero impensabile. L’isola rischia di diventare un carcere a cielo aperto.

Vengono effettuati circa duecento trasferimenti la volta tra Lampedusa e Porto Empedocle.

Erasmo Palazzotto parla di Lampedusa come “isola di reclusione”. Immagine che va a inficiare anche sul piano turistico. Il prof. Fulvio Vassallo sposta l’attenzione anche sulle altre province siciliane e sostiene che per quanto riguarda la situazione di Pozzallo, è rimasta al vecchio CPSA, con ambiente promiscuo (donne, uomini e bambini)  e soltanto una piccola pattuglia di Frontex. Gli ospiti dovrebbero essere trattenuti all’interno dell’hotspot per 48-72 ore: il tempo necessario alla loro identificazione e valutazione tra migranti economici e rifugiati. Successivamente andrebbero spostati nelle strutture prima di accoglienza. Spesso però questo non avviene.

Lo scorso 30 dicembre Medici Senza Frontiere ha annunciato la sua uscita e la chiusura dello sportello di sostegno psicologico dal CPSA a causa della mancata presenza delle garanzie minime per la salvaguardia degli ospiti del centro. Attualmente da Ragusa e Pozzallo i migranti vengono spostati a Messina. Spesso i migranti ricevono un provvedimento di respingimento, il che gli nega la possibilità di entrare nei sistemi di accoglienza.

Erasmo Palazzotto riporta la discussione sulla situazione hotspot che di fatto modifica il sistema di accoglienza nel Paese. In un primo momento ad esempio il Cara di Mineo incamerava e faceva permanere nel limbo i richiedenti asilo. Restano tantissimi casi più o meno singoli di violazioni e speculazioni sui migranti, ma la cosa che sta al cuore della discussione è la totale assenza di un reale sistema di controllo da parte delle prefetture sulle cooperative che operano nel settore.

Sono state presentate diverse denunce sulla situazione disumana in cui vivevano gli accolti del Cara di Mineo. Questa struttura riceve uno degli appalti più grandi a livello nazionale, circa 60 miliardi di euro l’anno e non ha subito controlli. Assegnazione di fondi senza gare d’appalto, senza un elenco dei fornitori. Ciò fa temere una connivenza nell’apparato statuale.

Per quanto concerne gli hotspot, vi è una non visione politica del fenomeno. Si attua così un processo di clandestinizzazione nella prima accoglienza.

Secondo le statistiche i casi di immigrazioni forzate sono aumentate. Ciò è sintomo di una schiavizzazione da parte dei libici nei confronti di somali, eritrei, maliani e sfruttamento della prostituzione ai danni di donne nigeriane divenendo così vittime di tratta. Tali immigrati hanno molto spesso diritto allo status di rifugiato ma altrettanto spesso sono detenuti nei centri di prima accoglienza dove purtroppo vengono sovente tenuti all’oscuro dei propri diritti. Questi migranti forniscono manodopera a basso costo senza diritti per una fetta di economia basata su questo principio. Il caporalato è infatti ancora presente in tutto il Mezzogiorno.

Su cinque hotspot che dovrebbero essere attivi in Sicilia, sono formalmente attivi solo tre ma sono in funzione solo due: Lampedusa e Pozzallo; la struttura di Trapani non è ancora stata attivata.

E’ stato invece siglato un accordo intergovernativo con il Gambia, funzionale a una trattativa per la riammissione dei migranti. Per questa ragione SI ha fatto una interrogazione al Governo, in quanto non è ancora chiara la modalità della riammissione in oggetto.

Oltre al processo di clandestinizzazione sono in atto anche respingimenti e rimpatri assistiti.

Per quanto riguarda la Somalia, i somali dovrebbero vedersi riconosciuta la protezione internazionale ma ciò spesso non avviene, a causa di identificazioni frettolose e altrettanti provvedimenti collettivi di espulsione dal territorio italiano. Il Marocco, ad esempio, ha siglato accordi di riammissione con vari Paesi europei. Si tratta di accordi di cooperazione Omnibus.

centro-prima-accoglienza-Lampedusa

La situazione del CIE di Milo, a Trapani, non è certo delle migliori. I migranti vengono tenuti in detenzione amministrativa e dopo sei mesi viene rilasciato un foglio di via. Il console del Marocco ha riconosciuto solo il 10% dei marocchini effettivamente presenti nel CIE.

Come scrive il prof. Fulvio Vassallo in un importante articolo su meltingpot.org, “Lo scorso 22 ottobre si è svolta l’udienza di convalida per la proroga del trattenimento del cittadino tunisino Yassin Ramadan Taha; il ragazzo, a seguito di un tentativo di fuga dal Centro di identificazione ed espulsione di Milo, alcune settimane fa, ha fratture multiple ad entrambi i talloni, e non può nè sostenersi sulle gambe, nè tanto meno deambulare. Dopo la sua dimissione dall’ospedale di Trapani, nonostante la disponibilità apparente della Prefettura per una diversa sistemazione, e malgrado la disponibilità dimostrata da diversi soggetti privati disponibili a prestare accoglienza ed assistenza a Taha, questi veniva ricondotto dalla polizia all’interno del CIE di Milo; malgrado il medico che opera all’interno del centro avesse stilato pochi giorni prima un’attestazione di incompatibilità a permanere all’interno della struttura, proprio per l’impossibilità per Taha di alzarsi sulle gambe e, quindi, con evidente impossibilità di provvedere autonomamente ai bisogni fisiologici ed all’igiene personale, oltre che di ricevere le cure adeguate per il recupero della funzione degli arti.

Nella mattina di lunedì scorso, davanti al giudice della convalida della proroga del trattenimento, proprio mentre l’avvocato Buscaino del foro di Trapani si apprestava a far valere quanto attestato dalla certificazione sanitaria rilasciata dall’autorità sanitaria in favore di Taha, chiedendo di non prorogare la misura restrittiva, veniva recapitato da parte dell’ ente gestore Oasi un nuovo certificato medico, redatto dallo stesso sanitario che aveva precedentemente certificato l’incompatibilità alla permanenza nel CIE del giovane, che questa volta attestava la compatibilità alla permanenza dell’ospite” in un centro di detenzione ( perché di questo si tratta e non certo di un hotel), dal momento che era stato previsto che due crocerossine venissero una volta al giorno (la mattina) a lavarlo e aiutarlo ad espletare i bisogni fisiologici.

Il giudice di pace ha dunque convalidato la proroga del trattenimento, sembrerebbe una strana proroga a tempo, pur stabilendo che le crocerossine visitino Taha almeno due volte al giorno. Il giudice ha inoltre disposto una nuova visita medica diretta a verificare la compatibilità delle condizioni fisiche del ragazzo con la permanenza all’interno del CIE di Milo.

Appare a tutti evidente, meno che alla questura di Trapani ed al ministero dell’interno che in queste circostanze viene sicuramente consultato, che in queste condizioni una persona non può stare all’interno di un CIE (se deve andare in bagno la notte come fa?). Quanto sta avvenendo a Trapani configura un trattamento inumano vietato dall’art. 3 della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo, ed il comportamento delle autorità amministrative potrebbe incidere negativamente sulle possibilità di guarigione di Taha dopo fratture così gravi, in modo da compromettere il diritto alla salute della persona, garantito a tutti, immigrati irregolari compresi, dall’art. 32 della Costituzione italiana, e creare i presupposti per una azione di risarcimento nei confronti dello stato per i danni causati dall’omissione dei trattamenti medici prescritti per casi simili.

Sembra che il problema costituito da Taha consista nel rischio che sarebbe paventato dalla questura di Trapani di creare un precedente che potrebbe essere seguito da altri – visto che Taha si è spezzato le gambe tentando la fuga da un CIE.

Se anche a Trapani valessero nei confronti degli immigrati irregolari trattenuti nei CIE le leggi dello stato e le direttive comunitarie, per non parlare della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo, si potrebbe concludere che le condizioni di salute di Taha, la corretta applicazione delle normative, oltre al dovuto rispetto della dignità e della salute della persona dovrebbero imporre la sua liberazione immediata ed il trasferimento in una struttura di assistenza e accoglienza, fermo restando che ogni persona deve essere curata nel rispetto della garanzia assoluta ed incondizionata del diritto alla salute.”

Diverse realtà associative di Palermo, come il Forum Antirazzista Palermo, Borderline Sicilia, il Centro Salesiano “Santa Chiara”, ADIF Associazione Diritti e Frontiere, Arci Palermo e altre, hanno indirizzato circa quindici giorni fa una lettera formale al prefetto di Palermo per ricevere chiarimenti in merito la mancata attuazione dell’art.1 del D.lgs. 142/2015. Tale articolo sancisce come “dal momento della manifestazione della volontà di richiedere protezione il richiedente ha accesso alle misure di accoglienza”. Tale accesso risulta però esserci inceppato dal momento che la Prefettura ha delle tempistiche molto lunghe circa la formalizzazione della richiesta di asilo. Questo va a creare una reazione a catena, in quanto queste lungaggini si ripercuotono sui tempi di permanenza degli ospiti presso le strutture di seconda accoglienza, ossia gli SPRAR. Qui gli ospiti dovrebbero permanere per sei mesi ma tutto slitta e si allunga a dodici mesi poiché spesso le richieste di protezione internazionale vengono rigettate.

La mancata comunicazione tra il Prefetto di Palermo e le questure alimenta delle lungaggini burocratiche che andrebbero senza dubbio snellite per facilitare le condizioni di vita degli immigrati. Il prof. Fulvio Vassallo sostiene che la situazione della Sicilia rischia di diventare un’emergenza umanitaria. È molto grave che le associazioni del territorio svolgano un ruolo sussidiario e non di supporto alle istituzioni.

Alessandra Sciurba – L’Altro Diritto Sicilia – spiega che ad oggi sono le associazioni a fornire all’UNHCR i dati sull’immigrazione. Con l’attuale sistema di accoglienza vengono in sostanza violati dei diritti costituzionalmente garantiti.

Per quanto concerne l’Eritrea si stanno creando dei campi di prigioni dai quali è difficile uscire. Un Paese che sta diventando sempre più una pentola a pressione dove i suoi cittadini non possono uscire per i controlli sempre più rigidi che effettua la polizia eritrea.

Secondo un report dell’ISPI “la EU-Horn of Africa Migration Route Initiative, messa a punto nel vertice internazionale che si è tenuto appunto nella capitale sudanese tra il 13 e il 16 ottobre 2014, è stata ufficialmente lanciata nel corso della IV Conferenza ministeriale euro-africana tenutasi a Roma il 27 e 28 novembre 2014 tra i ministri degli Esteri e degli Interni dei 28 paesi membri dell’Unione Europea oltre a quelli di Djibouti, Egitto, Eritrea, Etiopia, Kenya, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Tunisia. La Libia oramai ingovernabile non era più utile e infatti non ha partecipato ai lavori, mentre si è puntato tutto sugli altri paesi di transito, Egitto, Tunisia e Sudan per contenere le migrazioni provenienti dal Grande Corno d’Africa che è una nozione geopolitica più che geografica nella quale rientrano i due Sudan e il Kenya oltre alla Somalia, all’Etiopia, all’Eritrea e a Gibuti. L’Italia e l’Europa sanno bene che non tutti i migranti sub-sahariani sono uguali e i flussi più importanti in transito attraverso il Mediterraneo arrivano dai paesi del Corno d’Africa. La dichiarazione di Roma si propone un approccio alla questione migratoria incentrato sulle vittime dei processi criminali legati al contrabbando di esseri umani, ma senza spendere una sola parola circa gli accessi regolari, essa pone invece l’accento sul controllo, il rafforzamento delle frontiere e delle Polizie nazionali, nonché sulla costruzione di “centri di ricezione” nei paesi della regione che ne facciano richiesta “su base volontaria e individuale” per selezionare i migranti e avviare le eventuali pratiche di riconoscimento dello status di rifugiato internazionale.”

Staremo a vedere insomma cosa risponderà il Prefetto di Palermo a tutte quelle realtà associative che sono quotidianamente impegnate a fianco dei migranti presenti sul territorio.

L'AUTORE

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