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La Mappa dell’intolleranza 2025: tanta fuffa di genere

Postato il Aprile 23, 2026 Yasmina Pani 0

Per leggere questo articolo ti servono: 9 minuti

È uscita la Mappa dell’Intolleranza 2025, un progetto ideato da Vox – Osservatorio Italiano sui Diritti, in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, il Centro di ricerca Human Hall e con il contributo di The Fool per l’estrazione dei dati.

L’obiettivo di questo report è osservare il fenomeno dell’odio online tramite l’analisi di 2 milioni di tweet. Il corpus è stato analizzato valutando i contenuti come positivi, negativi o neutri; ciò che è emerge è che circa la metà dei tweet è caratterizzata da discorso d’odio. Nel report il dato viene commentato così:

“Una proporzione che si mantiene sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente (57%), a conferma che l’odio online non è un fenomeno congiunturale ma strutturale, radicato nel discorso digitale italiano.”

Questo ‘a conferma’ presenta subito un primo problema: dove sta scritto che il fatto che il dato rimanga stabile indica che il fenomeno è strutturale? La parola viene usata come sinonimo di ‘radicato nel discorso digitale’, ma le due cose hanno un significato molto diverso. Che l’odio o il linguaggio violento siano diffusissimi in rete è cosa che osserviamo tutti noi, che questo sia un fenomeno strutturale (parola ormai usata come il prezzemolo) è altra questione.

La misoginia risulta la categoria più rappresentata (37% del totale). Anche in questo caso, l’interpretazione del dato è piuttosto discutibile:

“La percentuale appare in calo rispetto al 50% registrato nel 2024, ma i dati raccontano una storia più complessa e per certi versi più preoccupante: il discorso d’odio di tipo misogino non è diminuito, si è normalizzato. Gli insulti contro le donne si sono progressivamente stratificati nel linguaggio comune, trasformandosi da attacchi diretti alla categoria femminile a insulti generici deumanizzanti, svincolati dal riferimento originario. Quando un termine sessista perde il suo ancoraggio e diventa repertorio offensivo di uso corrente, significa che lo stereotipo si è sedimentato al punto da rendersi quasi invisibile – e questa invisibilità, non la sua assenza, lo rende più pericoloso.”

Dal punto di vista dell’analisi linguistica, questa lettura fa acqua da tutte le parti. Prima di tutto, cosa vuol dire “progressivamente”? Di quale lasso di tempo parliamo? Stiamo sostenendo che l’uso della parola “misogina” (già classificazione problematica) come insulto generico sia cosa recente? È evidentissimo che non è così: dall’alba dei tempi si usano parole come troia e affini per insultare una donna senza che ci sia un reale riferimento alla sua condotta sessuale.

Inoltre, che questo “significhi” che lo stereotipo è radicato è ugualmente una conclusione arbitraria. L’uso di una parola di per sé non indica un bel niente, perché va valutata per la sua storia, gli usi che se ne sono fatti, soprattutto in relazione ai contesti, che qui invece, come vedremo, non vengono presi in considerazione (ricordando anche che si tratta di tweet, quindi testi brevissimi).

In generale, sul totale dei profili di cui è stato possibile verificare il genere, il 61% è maschile e il 39% femminile. Ma nella categoria misoginia, la quota femminile sale al 43%. Da diversi giornali viene riportato che la percentuale di donne è raddoppiata in un anno; peccato che i dati sul genere degli autori del 2024 e del 2025 non siano direttamente confrontabili. E questo il report non lo dice esplicitamente: non è un dettaglio.

La differenziazione tra profili di uomini e di donne non esisteva nell’edizione 2024, venivano messi assieme anche gli account con genere non identificabile. Per forza di cose quindi nel 2025 i profili femminili risulteranno più numerosi, in proporzione, ma non è vero che sono raddoppiati: il campione selezionato è di natura diversa.

Questo ruolo delle donne nella diffusione della misoginia (di cui non viene data esatta definizione) viene interpretato – anche in questo caso arbitrariamente – come “auto-oggettivazione”:

“il processo attraverso cui le donne interiorizzano lo sguardo esterno su di sé, arrivando a riprodurre nei confronti di altre donne gli stessi meccanismi di svalutazione che esse stesse subiscono. Tale dinamica riveste un’importanza cruciale per l’analisi dei meccanismi che plasmano l’identità femminile e per la comprensione della percezione della propria vittimizzazione”

Le donne sono più misogine perché si sono auto-oggettificate, cioè deumanizzate, e questo sarebbe confermato dalla normalizzazione dell’insulto misogino. Ma chi l’ha detto? Ribadisco: già a monte non si sa quand’è che si sarebbe normalizzato questo insulto misogino (sembrerebbe una cosa recente, secondo il report, ma appunto non lo è); concluderne che questo è avvenuto perché le donne hanno imparato a svalutare se stesse e trattarsi come oggetti è un salto totalmente immotivato, anche perché semmai questo fenomeno dovrebbe diminuire, non aumentare, considerando il grande lavoro culturale che viene fatto. Ma, naturalmente, ricordiamoci che stiamo già partendo da un dato falsato, il presunto numero raddoppiato di donne misogine.

Questo concetto della normalizzazione viene ripetuto più volte nel documento, ma non viene mai dimostrato empiricamente. Inoltre, viene interpretato a seconda di come conviene, attraverso un ragionamento circolare – tipico di queste rilevazioni: quando il dato sale, è perché è il fenomeno è in aumento (emergenza!); quando invece cala, è perché comunque il fenomeno c’è, ma è nascosto (emergenza comunque!)

Un esempio tratto dalle rilevazioni sull’abilismo per chiarire ulteriormente:

“Nel caso dell’abilismo, la deumanizzazione è radicata in un processo di lungo corso: il linguaggio patologizzante e anormalizzante si è talmente sedimentato nell’uso comune da rendersi quasi trasparente. I termini legati alla disabilità non descrivono più persone reali: sono diventati insulti generici, applicati a chiunque venga percepito come deviante dalla norma.”

Questo è proprio una scemenza: le parole legate alla disabilità sono diventate insulti generici? Questo è semmai un insulto al lettore, che è impossibile non sia entrato in contatto fin dall’infanzia con l’uso di termini come mongolo, handicappato, down e così via come insulti rivolti a chiunque. Il fenomeno è anche in questo caso antico, ed è assurdo stabilire (senza alcun dato) che stia peggiorando adesso: “non descrivono più persone reali”. Perché, negli anni Novanta quando il compagnetto di classe ti chiamava ritardato, si riferiva a un ritardo reale?

Questa lettura viene ribadita più volte:

“Questo processo di decontestualizzazione non attenua la gravità del fenomeno, al contrario, ne rivela la profondità culturale. Sul piano intersezionale, questa dinamica assume un rilievo particolare: l’uso trasversale del lessico misogino come offesa generica crea sovrapposizioni con altre categorie — xenofobia, islamofobia, omo-lesbo-bitransfobia, antisemitismo — rendendo la misoginia un moltiplicatore latente di altre forme di discriminazione. È proprio questo carattere strutturale e pervasivo a rendere la categoria meritevole di un’attenzione analitica che vada oltre la semplice misurazione quantitativa”

Eccoci qua: sul piano intersezionale. Tanto per cambiare, lo studio parte da una lettura dei fatti prestabilita, che quantomeno – questo va riconosciuto – non viene taciuta, ma ammessa esplicitamente. Solo che non viene considerata come un limite metodologico, ma come una cosa che semplicemente è normale; tanto che non abbiamo neanche bisogno di dare una definizione non solo di misoginia, ma proprio, a monte, di discorso d’odio e di stereotipo.

L’impostazione ideologica (perché di questo si tratta) di base influenza ovviamente anche quali categorie vengono prese in considerazione per valutare il livello di odio online. Non a caso, degli uomini non c’è neanche l’ombra, come vedremo meglio.

Ma veniamo alla questione vera e propria: se mancano definizioni chiare, come hanno fatto a classificare i tweet? Cosa viene valutato come misoginia? Come stabiliamo se un contenuto è neutro o è negativo? Nulla di tutto questo è precisato nella presentazione della metodologia, come se fosse irrilevante! Vengono date definizioni abbastanza inutili:

“Il linguaggio d’odio è stato inteso come una concreta istigazione all’odio e, in casi estremi, alla violenza. Gli stereotipi, invece, non sono semplici descrizioni della realtà, ma strumenti attivi che, attraverso il linguaggio, contribuiscono a plasmare e consolidare visioni pregiudizievoli. […] Lo stereotipo alimenta un processo di accentuazione delle differenze tra interno ed esterno delle categorie, portando a rappresentare i gruppi categorizzati come omogenei al loro interno. Si distingue, inoltre, tra stereotipi diretti, che attribuiscono esplicitamente tratti negativi o semplificati a un gruppo sociale, e stereotipi indiretti, che operano in maniera più sottile attraverso allusioni, metafore o ironia, rafforzando preconcetti senza enunciarli apertamente.”

Cosa significa concretamente? Quali sono i criteri utilizzati, proprio in termini di valutazione linguistica? Non è possibile che una ricerca seria non espliciti questi aspetti fondamentali. Tra l’altro, nel report si dice che gli stereotipi indiretti sono difficili da riconoscere come discriminatori anche per chi li riceve. Anche in questo caso sembra un dettaglio di poco conto, ma se nemmeno la persona che riceve il messaggio lo sente come discriminatorio, come facciamo a classificarlo come linguaggio d’odio?

Lo stesso documento riconosce alcuni limiti importanti nel metodo, riguardo alla classificazione e categorizzazione, e, soprattutto, al fatto che i post sono stati analizzati come unità isolate, cioè senza controllare il thread originale: insomma, il contesto non conta un tubo. Ora, meno male che i limiti vengono ammessi; ma se poi vengono ignorati nella presentazione dei risultati, è un mettere le mani avanti giusto per tutelarsi da una critica. Inutilmente, come stiamo dimostrando.

È incredibile che in un’analisi linguistica non si tenga conto del contesto: il contesto, nella comunicazione, è tutto. Riporto alcuni esempi menzionati nel report:

«Mi trovo in una località di mare. Osservando come escono “vestite” le ragazze la sera, mi chiedo: come fanno le mignotte al giorno d’oggi a farsi riconoscere?»

«Le mignotte sono più sincere ti chiedono subito i soldi»

Ci sono un milione di problemi in queste frasi. Dire che le ragazze si vestono come prostitute è misoginia? Se non abbiamo neanche chiarito cosa sia la misoginia, è difficile dirlo. È ovvio che nell’immaginario comune (o meglio, nella realtà osservabile) le prostitute siano tendenzialmente svestite; un’associazione del genere, sicuramente offensiva e povera, non necessariamente indica odio o disprezzo per le donne. Soprattutto perché non sappiamo chi e dove l’abbia esternata. Dire che le prostitute ti chiedono i soldi è misoginia? Lo capiamo solo dall’uso dell’insulto? Può indicare qualcosa, verosimilmente una mancanza di rispetto, ma in realtà non lo sappiamo: molti usano queste parole senza la minima intenzione di offendere, e non è possibile che un’analisi della comunicazione non tenga conto dell’intenzione dello scrivente.

In tutto questo, ovviamente, la misandria non esiste. Non esiste perché la teoria di fondo non la prevede: l’odio nei confronti degli uomini non è hate speech, gli stereotipi offensivi sugli uomini non sono un problema. E se manca un confronto non possiamo capire se l’uso di certi insulti sia legato solo alle donne o sia trasversale: da un lato abbiamo puttana, dall’altro potremmo avere porco. Li avremmo valutati diversamente? E su quali basi? Se si opera una scelta del genere bisognerebbe almeno motivarla; ma non viene fatto, perché si dà per scontato che la realtà dei fatti sia questa. Un pessimo punto di partenza.

Il problema, alla fine, non sarebbe neanche il report in sé, che è comunque un lavoro enorme e molto interessante, se tutti questi limiti venissero precisati e spiegati; se i risultati non fossero presentati come assoluti, probatori, addirittura basi sulle quali fare delle considerazioni sulla lingua italiana e il suo significato in termini di mentalità comune. È facile da qui arrivare ai titoloni dei giornali, che dichiarano che anche le donne ormai son diventate misogine a furia di sentirsi dire che sono solo degli oggetti.

Come al solito, non si capisce l’utilità di una comunicazione di questo tipo, dato che l’unico risultato è generare allarme nei cittadini. Senza che si sappia se è basato su qualcosa di reale.

Il report integrale:

https://www.voxdiritti.it/wp-content/uploads//2026/04/MAPPA-DELLINTOLLERANZA-9.pdf

L’analisi completa svolta da NoTrueFeminist:

https://www.notruefeminist.com/mappa-dell-intolleranza

Autore

  • Yasmina Pani
    Yasmina Pani

    Linguista, insegnante e divulgatrice di materie umanistiche. Si è occupata a lungo di linguaggio inclusivo e si dedica in generale alla rettifica delle bufale in ambito linguistico e letterario. Tiene corsi di scrittura e di miglioramento delle competenze linguistiche, che affianca alla divulgazione sui canali social. Gestisce anche un progetto di divulgazione sulla parità di genere e i diritti maschili

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Pubblicato da

Yasmina Pani

Linguista, insegnante e divulgatrice di materie umanistiche. Si è occupata a lungo di linguaggio inclusivo e si dedica in generale alla rettifica delle bufale in ambito linguistico e letterario. Tiene corsi di scrittura e di miglioramento delle competenze linguistiche, che affianca alla divulgazione sui canali social. Gestisce anche un progetto di divulgazione sulla parità di genere e i diritti maschili

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